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Dentro Casa Italia alla Triennale Milano, dove le Muse greche ispirano la mostra dei Giochi Olimpici
Mostre
di Luca Maffeo
Nate nei tempi antichi per l’onore di Zeus, le Olimpiadi portavano con sé il valore di una tregua sacra. La stessa che oggi rischia di restare inascoltata di fronte ai conflitti che attraversano il mondo. Fatto sta che la mostra MUSA, nel percorso proposto dal CONI all’interno del palazzo della Triennale di Milano, visitabile dal 6 al 22 febbraio 2026, in concomitanza con le Olimpiadi di Milano e Cortina, raccoglie e testimonia, trova e insegna, colleziona ma ospita.

Introdotta da un grande wall painting di John Giorno We Gave a Party for the Gods and the Gods All Came (Abbiamo dato una festa per gli Dei e tutti gli Dei sono venuti) si esplicita sin dall’inizio come un invito e un’attesa, mediante la poetica della parola, immagine simbolica detta e desiderata. In conformità agli insegnamenti di Pierre de Coubertin, padre dei Giochi Olimpici Moderni e fondatore del CIO (Comitato Olimpico Internazionale), la competizione si fa perciò apertura attraverso un evento che, a partire dalle Olimpiadi di Stoccolma del 1912, unisce organizzazione sportiva e organizzazione di esposizioni. Assume sempre più le caratteristiche performative prioritarie per trasmettere il messaggio universale insito nei giochi e gli alti valori dell’umanità. Una strada tracciata nel rapporto tra arte e disciplina sportiva, ponendo lo sport al centro del Parnaso, mentre le opere di diverse decadi allestite nel palazzo della Triennale sono suddivise in nove sezioni, ognuna corrispondente alle nove muse greche.

Si parte da Calliope, musa della parola e del racconto, passando da Polimnia, musa della poesia sacra, e Talia, musa della festa, secondo un percorso che raccoglie opere di artisti di rilievo quali Cy Twombly e Susan Kutter, Josep Kosuth e Binta Diaw, Uwe Wittwer ed Elger Esser. L’ambientazione memore della montagna in cima allo scalone d’onore vista con gli occhi e le mani di Laura Pungo e Alessandro Piangiamore, Davide Rivalta, Pablo Atchugarry, Stefano Cerio e Mario Merz. È di più dell’occasione per una mostra, per il consueto bello fine a se stesso che in una qualche maniera attrae e suggerisce lo svago di qualche momento. In fin dei conti, sorprende la cura, l’ampio ventaglio di letture interminabili che, se da un lato allacciano di nuovo l’evento ormai tradizionale ai suoi presupposti storici, pronunciano, dall’altro, un monito di difficile ascolto. La tragedia cantata da Melpomene respira di nuovo negli scatti performativi di Shirin Neshat per assaporare, tuttavia, la delicatezza della poesia amorosa, lirica ed erotica di Erato.

Come se l’una avesse a che fare con l’altra. Come se le criticità non esistessero nella puntualità esecutiva e sensoriale di Atelier dell’Errore e nelle preziose composizioni su lino dell’artista irachena Hayv Kahraman (Dolma Kick, 2015). Pertanto, sotto l’egida di Clio, che della memoria e della fama è la musa, Carcere III, The Round Tower (2002) di Vik Muniz interpreta Giovanni Battista Piranesi. Hiroshi Sugimoto fotografa Villa Farnese a Caprarola (Staircase, Villa Farnese II, 2016), mentre si staglia luminosissimo uno dei disegni che Christo aveva realizzato per il suo Floating Piers sul Lago d’Iseo tra giugno e luglio del 2016, concepito dopo la morte nel 2009 della moglie e partner Jeanne-Claude. Una passerella sull’acqua e tra le montagne. Un gesto dispendioso, forse senza senso, ma dall’infallibile raro gusto che, malgrado tutto, l’occhio umano può ancora concepire. “Non c’è paesaggio migliore”, aveva detto Christo, “Guardate!”.

Le Muse sono figlie di Zeus e John Giorno lo aveva compreso. Figlie del dio e figlie della Memoria (Mnemosine) al quale non si può fare altro che rivolgere un appello accorato. L’esposizione bisbiglia in maniera netta e dirompente la qualità meravigliosa di una presa di coscienza. Lasciando che le opere facciano il loro e lo sport, introdotto dalle braccia cullanti di Tersicore, musa della danza, diventi il gesto estremo necessario e capace di esprimere con le sue specificità e le sue tecniche la sintesi essenziale tra disciplina e bellezza.












