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Do ut do: il programma di mostre diffuse a Bologna per riflettere sull’identità
Progetti e iniziative
di redazione
L’identità, per do ut do, è una pratica relazionale, un “io plurale” che prende forma nel tempo, negli attraversamenti, nelle responsabilità e si rispecchia, nelle sue sfaccettature, in un percorso di progetti diffusi a Bologna, attivato tra gennaio e febbraio, a partire dal calendario di Art City, intrecciando arte contemporanea e cultura del dono, con l’obiettivo concreto di sostenere le attività della Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli. Fondato nel 2012 da Alessandra D’Innocenzo e attiva come piattaforma di programmazione di progetti culturali a scopo benefico, do ut do torna dunque in città con un palinsesto di mostre e interventi in sedi istituzionali e partner privati, dall’Archiginnasio all’Accademia di Belle Arti di Bologna, passando per Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna, Teatro Arena del Sole, Opificio Golinelli e la sede di PwC Italia in via Farini. Dopo la presenza ad Arte Fiera, dal 5 all’8 febbraio, alcune tappe si sono già concluse mentre altre rimarranno visitabili nelle prossime settimane.

Al centro dell’edizione 2026 c’è un omaggio di particolare densità: i cento anni di Nino Migliori, storico amico di do ut do, celebrati con la mostra I 100 anni di Nino Migliori. I Manichini. Identità nell’Aula Magna dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, fino al 21 febbraio, a cura di Enrico Fornaroli e ideazione di Alessandra D’Innocenzo. In mostra, una serie inedita di fotografie a colori realizzate nel 1972, I Manichini, che mette in tensione corpo e artificio, pelle e tessuto, trasformazione e permanenza.

Come scrive Ascanio Kurkumelis, «Nel 1972 Nino Migliori realizza una serie di fotografie a colori a dei manichini di legno abbandonati. Migliori è attratto dalle stratificazioni della materia, dai ritagli di tessuto di diverse cromie e tipologie, che, come lembi di pelle, tracciano una successione nel tempo, di differenti abiti, storie e identità. Questo lavoro inedito si concentra sul tema della trasformazione e del corpo, inteso come territorio in divenire, aperto al cambiamento». Attorno a questo nucleo, l’Accademia ospita anche il concorso fotografico per studenti dedicato al tema Identità, come ponte generazionale tra l’eredità sperimentale di Migliori e le nuove sensibilità.

Se l’Accademia lavora sull’identità come stratificazione e metamorfosi, nel cortile dell’Archiginnasio l’artista catalano Joan Crous propone Identità di riflesso: un intervento che, coerentemente con la sua ricerca sul vetro e con una tecnica di lavorazione sviluppata in modo personale, insiste sulla fragilità come condizione dell’umano e sull’instabilità dell’immagine di sé, sempre dipendente da luce, contesto, prossimità. La mostra, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 21 febbraio, negli orari della Biblioteca dell’Archiginnasio.

L’identità come “campo comune” trova invece un dispositivo esplicito in Identità, l’io plurale a Palazzo Pepoli – Museo della Storia di Bologna (fino all’8 marzo, ingresso gratuito), con Victor Fotso Nyie, Geraldina Khatchikian, Fiorenza Pancino, Stefano W. Pasquini, Lorenzo Puglisi, Giorgia Severi, in collaborazione con Fondazione Bologna Welcome, P420 e Galleria BoA Spazio Arte. Qui, scultura, pittura, pratiche ibride e approcci multimediali convivono come prospettive differenti sul tema della pluralità, tra costruzione di immaginari, ecologie e tensioni sociali.

Sul versante site specific, do ut do innesta il tema nel contesto teatrale: al Teatro Arena del Sole è in corso fino all’8 marzo L’identità invisibile di Oliver D’Auria, che prende forma come “Body Scan emozionale” e traduce in segno e luce esperienze, traumi, sensibilità, stratificazioni non immediatamente leggibili. Nello stesso contesto è esposto anche un dipinto della serie Fragile Empire di Fabio La Fauci, dove il corpo e l’identità emergono come sistemi in tensione, tra visibilità e perdita di definizione. L’accesso è gratuito negli orari indicati dal teatro e a partire da un’ora prima degli spettacoli.

Una traiettoria ulteriore si sviluppa attorno a Lorenzo Puglisi, presente con La forma nell’oscurità, progetto a cura di Alberto Mazzacchera articolato tra Opificio Golinelli, la sede bolognese di PwC Italia e la collettiva di Palazzo Pepoli. A Opificio Golinelli l’opera Il grande sacrificio viene messa in relazione con la Collezione Marino Golinelli e con quella linea di ricerca – cara a Marino Golinelli – che interroga il rapporto tra arte e scienza: la pittura come esperienza percettiva, ma anche come luogo in cui figura e buio si misurano, si contraddicono, si ricompongono.

Ad Arte Fiera è invece andata in scena la tappa che ha visto la collaborazione tra do ut do e Spazio C21: Visible & Invisible Identity ha messo in dialogo Paolo Pellegrin ed EGS, con uno sguardo che attraversa vetro, fuoco, lavoro e immagine, insistendo su ciò che nella materia resta irriducibile alla “perfezione” e proprio per questo continua a generare senso.










