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Kounellis, Warhol: un dialogo sull’essenza dell’arte, alla Galleria Fumagalli
Mostre
«Io uso gli oggetti non per quello che sono, ma per quello che significano nella loro esistenza», Jannis Kounellis. «Isn’t life a series of images that change as they repeat themselves?», Andy Warhol. Alla Galleria Fumagalli di Milano, la mostra Kounellis | Warhol propone una conversazione avvincente tra due visioni artistiche apparentemente distanti, unite tuttavia dall’osservazione delle forme, dal coinvolgimento dello spettatore e da una risonanza interiore legata alle rispettive radici culturali. L’installazione assume una configurazione immersiva in cui corpi, presenze visive ed elementi iterati si susseguono, rendendo percepibili ritmi narrativi e legami compositivi tra storia, immediatezza contemporanea e sguardo sul presente.

Le opere di Jannis Kounellis dominano le sale con una forza scenica netta. La formazione nella cultura ortodossa e la provenienza greca dell’artista emergono tragicamente, dando forma a un immaginario liturgico in cui elementi poveri e religione evocano vicende collettive e ricordi stratificate, caricando i lavori di ritualità e solennità. Superfici consumate e lamiere acquistano autonomia espressiva, raccontando l’interazione dei corpi tramite segni di usura e contatto; un vero e proprio commentario sul peso dell’esistenza. Interessante notare come alcuni lavori fossero stati presentati in passato dalla galleria, a sottolineare una continuità artistica e dedizione.

In parallelo, Andy Warhol introduce una modalità nuova di coinvolgere il pubblico. Cresciuto nella fede cattolica bizantina, Warhol trasferisce la sacralità delle icone orientali nella cultura pop: Marilyn Monroe assume una presenza ieratica e, in questa mostra, appare in una versione “inversa”, che accentua la drammaticità dell’esperienza umana. A tal proposito, Knives riproduce utensili comuni i quali, sottratti alla loro funzione neutra, si caricano di potenziale offesa. In questo slittamento di senso, i coltelli di Warhol trovano un’eco diretta in una delle opere principali di Kounellis, come Senza titolo, 2005, in cui capelli attraversati da lame rendono visibile il corpo assente e il dolore condiviso. In entrambi i casi, l’oggetto perde misura e diventa veicolo di tensione etica condivisa.


Affinità e divergenze emergono visibilmente nel modo in cui i due artisti affrontano la durata e le tracce del passaggio umano: Kounellis attribuisce ai propri lavori un valore consolatorio e catartico, mentre Warhol osserva l’umanità con distacco, rendendo ogni figura un riferimento culturale e una chiave di lettura estesa. L’intreccio tra presenza visiva, corporeità e memoria accompagna l’intero sviluppo della mostra.


Gli ambienti della galleria si configurano come zone di concentrazione percettiva e cognitiva: Kounellis assegna prassi semantica agli elementi, Warhol suggerisce alterazioni di significato. Contrasti e accordi si alternano, generando pause capaci di stimolare curiosità e riflessione intellettuale. L’insieme mette in evidenza le fragilità degli artisti e la solidità del loro intento espressivo, offrendo l’occasione di avvicinarsi a una sfera più personale delle loro ricerche.


Contestualmente, il dialogo tra le opere si sviluppa tra ritmo e spessore, intensità e scansione visiva. La gravità di Kounellis si confronta con la comunicazione immediata di Warhol, dando vita a un equilibrio in cui nessuna forza prevale sull’altra. Ogni segno diventa così un riferimento per interpretare durata, luogo e il rapporto tra opera e osservatore.


Al termine della visita, chi attraversa le sale non resta semplice testimone ma parte attiva di un sistema di riferimenti e rimandi. L’insieme apre a interrogativi più che a risposte: come la percezione modella ciò che osserviamo, come figure e presenze visive orientano sensibilità e concentrazione, e quanto è necessario considerare oggi gli artisti nel loro contesto culturale e biografico. Kounellis e Warhol, pur divergendo per metodo e visione sulla vita, conducono verso una lettura che supera la forma stessa dell’arte, lasciando un’eco persistente destinata a proseguire oltre le sale della galleria.











