17 febbraio 2026

Arte e benessere: le nuove geografie dei musei italiani

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Che trascorrere del tempo a contatto con l'arte apporti benefici in termini di benessere psicologico è vero, ma non basta. Ecco cosa dicono gli studi più recenti e su quali aspetti dovrebbero lavorare i musei per continuare a rispondere alle esigenze sociali odierne

arte e benessere

Negli ultimi due anni il panorama museale italiano ha visto moltiplicarsi iniziative che tentano di mettere in dialogo esperienze estetiche e benessere psicofisico. Progetti diversi per approccio, scala e ambizione, ma accomunati dall’idea che lo spazio culturale possa giocare un ruolo anche al di fuori della tradizionale – seppur sempre fondamentale e primaria – missione conservativa ed educativa. Una mappatura completa sarebbe già obsoleta mentre la si traccia, ma alcune nuove progettualità che stanno nascendo o sono in corso, e hanno operato recenti aggiornamenti, offrono uno sguardo su direzioni di ricerca, modelli organizzativi e ipotesi di lavoro che stanno prendendo forma.

Una grande eterogeneità li caratterizza ma altresì una comune consapevolezza crescente è che il museo, come istituzione pubblica, debba ripensare la propria funzione sociale in un momento in cui le fratture nel tessuto comunitario e il disagio psicologico, specialmente tra le fasce più giovani, sono diventati emergenze concrete, misurabili, impossibili da ignorare.

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Arte e benessere: progetti, modelli, approcci

ASBA – Anxiety, Stress, Brain-friendly museum Approach, sviluppato dall’Università di Milano-Bicocca, rappresenta uno dei tentativi più articolati di costruire protocolli replicabili. Dopo aver concentrato l’attenzione su pubblico adulto e operatori museali – coinvolgendo molteplici istituzioni culturali (Museo di Storia Naturale e alla GAM – Galleria di Arte Moderna di Milano, MAO – Museo di Arte Orientale, Palazzo Madama e GAM di Torino, il progetto entra ora in una fase dedicata agli adolescenti, una fascia d’età in cui i segnali di disagio psicologico sono cresciuti in modo significativo negli ultimi anni. Al cuore del progetto, il focus su una generazione che esprime forme di sofferenza diverse da quelle a cui erano abituate le istituzioni educative e sanitarie tradizionali. L’approccio di ASBA punta su strumenti di valutazione verificabili e sulla possibilità di trasferire il modello ad altri contesti. Non si parte dall’assunto che il museo “faccia bene” in sé, ma si cerca di capire quali condizioni – architettoniche, relazionali, narrative – lo rendano efficace. È un cambio di paradigma sottile ma decisivo: la progettazione dello spazio e dell’esperienza museale viene pensata – e ripensata – nell’ottica di rispondere e soddisfare bisogni specifici. Il che implica una responsabilità nuova, e anche la necessità di competenze che tradizionalmente non appartenevano al personale museale.

ASBA

Proseguiamo con l’iniziativa MINERVA: nata dalla collaborazione tra Palazzo Maffei Casa Museo e l’Università di Verona, si inserisce nel filone di ricerche che indagano in modo strutturato gli effetti dell’esperienza culturale sul benessere psicologico. Il progetto prende avvio da una domanda condivisa da molte esperienze analoghe: cosa accade quando una persona entra in un museo e si confronta con un’opera d’arte? E questi effetti possono essere osservati e descritti in modo sistematico? MINERVA si configura come una ricerca sul campo condotta all’interno di un contesto museale, con l’obiettivo di produrre evidenze empiriche sugli effetti dell’esperienza artistica sulla salute mentale. Il museo diventa uno spazio di osservazione in cui analizzare le risposte cognitive ed emotive dei visitatori e valutare l’impatto della fruizione artistica sul benessere psicologico, sulla sintomatologia ansioso-depressiva e sul funzionamento generale.

Inserendosi nel quadro promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che riconosce il benessere psicologico come parte integrante della salute, il progetto contribuisce a portare la riflessione sull’esperienza museale in un confronto esplicito con la ricerca accademica internazionale. Senza rivendicare primati, MINERVA affronta questioni cruciali per il dialogo tra cultura e salute: gli effetti dell’esperienza museale sono stabili, replicabili, trasferibili? In questo senso, il progetto lavora alla costruzione di un linguaggio comune tra ambiti che condividono obiettivi, ma operano secondo tradizioni epistemologiche differenti.

Accanto a questi percorsi più misurabili, esistono approcci che privilegiano la dimensione relazionale e di prossimità. Al MART di Trento e Rovereto, la collaborazione con il CERIN (Centro per le Risorse Educative e Cognitive) dal 2025 rappresenta un caso ibrido: pur mantenendo una componente valutativa attraverso questionari somministrati ai partecipanti e ai familiari, il progetto per persone con disturbi neurocognitivi si fonda principalmente sulla costruzione di reti di supporto, sulla stimolazione cognitiva in contesti reali di socialità, sull’esperienza estetica come spazio di dialogo non verbale. Al MAXXI di Roma e in alcuni musei civici della capitale, invece, il lavoro sul benessere si intreccia con programmi educativi pensati intorno alle comunità, pratiche di accessibilità costruite sull’ascolto, attenzione ai pubblici che frequentano o evitano quegli spazi. Qui l’idea di benessere non passa attraverso la misurazione di parametri clinici, quanto attraverso la costruzione di un ambiente accogliente, capace di riconoscere i bisogni delle persone che lo attraversano. È un approccio che parte dall’assunto che il museo possa essere terapeutico non perché “contiene bellezza” in astratto, ma perché offre uno spazio dove è possibile rallentare, sentirsi accolti, trovare corrispondenze tra ciò che si vede e ciò che si vive. Al MAXXI, questa filosofia si declina in progetti rivolti ad adulti con disagio mentale che esplorano gli interstizi dell’architettura di Zaha Hadid, a pensionati che diventano volontari dell’accoglienza, a persone con disabilità visive attraverso laboratori plurisensoriali che arricchiscono l’esperienza di tutti i visitatori.

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Museo Poldi Pezzoli, Quality time hero

Un esempio interessante in questo senso proviene anche dal Museo Poldi Pezzoli, che con il progetto Quality Time – sostenuto dalla Fondazione Baggi Sisini – ha sviluppato una serie di incontri in collaborazione con il Punto Nascita di Humanitas San Pio X. Neomamme e neopapà si ritrovano davanti alla collezione di orologi del museo per confrontarsi su come è cambiato il loro rapporto con il tempo dopo la nascita dei figli. L’arte diventa pretesto per una riflessione condivisa su ritmi, aspettative, trasformazioni e il museo uno spazio ibrido che chiede all’istituzione culturale di farsi luogo di confronto e agli educatori di lavorare in dialogo con figure professionali del mondo sanitario. C’è qualcosa di profondamente interessante in questa scelta di usare gli orologi – oggetti che misurano il tempo in modo oggettivo, meccanico – per parlare di un tempo completamente diverso: quello soggettivo, dilatato, frammentato della genitorialità precoce. Il museo diventa allora uno spazio dove si riconosce qualcosa di sé attraverso gli oggetti esposti. E questa operazione di riconoscimento, per chi la vive in un momento di grande vulnerabilità come quello post-partum, può avere un valore preziosissimo.

Un riferimento teorico: Art Cure

In questo scenario in fermento, l’uscita recente di Art Cure: How the Arts Can Transform Your Health and Help You Live Longer di Daisy Fancourt (Oxford University Press) offre una prospettiva utile. Fancourt, epidemiologa e tra le voci più autorevoli a livello internazionale sul tema, ha raccolto anni di ricerche cercando di distinguere tra correlazioni deboli, evidenze solide e miti persistenti. Il messaggio che emerge è chiaro: l’arte può avere un impatto sulla salute, ma non in modo automatico, non per tutti, non senza condizioni precise e competenze adeguate. Il libro funziona come una sorta di punto di riferimento metodologico, utile per chi cerca di navigare tra entusiasmo progettuale e necessità di rigore. Quello che Fancourt fa, con pazienza quasi chirurgica, è smontare l’idea romantica che l’arte “curi” per sua natura, per qualche proprietà intrinseca. Non è così. O meglio: può esserlo, ma solo a certe condizioni. E queste condizioni hanno a che fare con il contesto, con la modalità di fruizione, con la presenza o meno di mediazione, con la storia personale di chi guarda. In altre parole: l’arte non è una medicina che funziona uguale per tutti. È piuttosto un ambiente complesso che può generare effetti diversi a seconda di chi lo attraversa e di come lo attraversa.

Arte e benessere: una fase aperta

Guardando il panorama italiano da questa angolatura, emerge una fase di sperimentazione intensa ma ancora alla ricerca di una sintesi critica. Ci sono progetti che misurano, progetti che ascoltano, progetti che cercano di integrare linguaggi diversi. Manca forse ancora un momento di confronto strutturato tra chi lavora con evidenze quantitative e chi privilegia approcci qualitativi, tra chi punta sui protocolli e chi sulla relazione. E questa mancanza è, probabilmente, il sintomo di una difficoltà più profonda nel far dialogare due culture epistemologiche che hanno modi diversi di definire cosa significhi “funzionare”, cosa significhi “efficacia”, cosa significhi “prendersi cura”. Per un ricercatore formato nelle scienze dure, efficacia significa replicabilità, controllo delle variabili, evidenze statisticamente significative. Per un educatore museale o per un operatore culturale, efficacia può significare la qualità di una relazione, la profondità di un momento di scambio, il cambiamento percepito da chi ha partecipato a un’esperienza. Non sono necessariamente in contraddizione, ma parlano lingue diverse. E il rischio è che ciascuno continui a lavorare nel proprio perimetro senza riuscire davvero a costruire qualcosa insieme. Ma è anche vero che siamo in una fase in cui questo tipo di confronto non solo potrebbe cominciare a essere possibile ma inizia ad intravedersi. L’infrastruttura progettuale c’è, le competenze si stanno costruendo, le collaborazioni tra musei, università e sistema sanitario iniziano a consolidarsi. Resta da capire se il prossimo passo sarà un’ulteriore proliferazione di iniziative o un tentativo di fare ordine, di mettere in comune apprendimenti, errori, domande ancora aperte. Perché di domande, in effetti, ce ne sono parecchie. E forse è proprio nelle domande – più che nelle risposte premature – che si gioca l’efficacia di questo nuovo campo di ricerca e indagine.

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