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Fino a dove può spingersi il corpo umano? La risposta è nel design
Design
Qualche mese fa, girando per la Metro Lilla di Porta Garibaldi di Milano, mi sono imbattuto in una mostra fotografica dedicata ai 100 anni del Gruppo Sciatori Fiamme Gialle. Era maggio e si cominciava a respirare una certa atmosfera olimpica invernale, nonostante i 27° e l’85% di umidità delle stazioni milanesi. C’erano diversi pannelli, foto, gigantografie, ritratti di grandi atleti medagliati. Gustav Thoeni, Isolde Kostner, Kristian Ghedina, Christof Innerhofer, Arianna Fontana, Sofia Goggia. Eppure, sono state altre le immagini che mi hanno rubato l’attenzione. Scatti in bianco e nero, sgranati dal vecchio film e dai riflessi di un’antica neve di inizio ‘900. Francesco De Zulian, di Predazzo, militare della Scuola Alpina, e campione italiano di sci di fondo. Ernesto Zardini, di Cortina d’Ampezzo, tra i primi specialisti del salto con gli sci, 14° ai Giochi di Lake City del 1932.

Volti mangiati dal freddo ma anche da quell’oblio implacabile che risparmia soltanto pochi, pochissimi. E mentre osservavo i loro sci di frassino, i calzettoni di lana al polpaccio, gli scarponi di cuoio bagnato e i maglioni a collo alto sotto eleganti giacche di feltro, mi risuonavano in mente le note di Chariot of Fire di Vangelis, di In the Hall of the Mountain King di Edvard Grieg, i “carpe diem” del professore John Keating-Robin Williams, davanti alle antiche foto in bacheca degli atleti del college di Welton. Frammenti di epoche lontane, ormai perdute, in cui uomo e natura condividevano la semplicità dell’incontro e la durezza del confronto.

Perché questo, il nostro, non è più il tempo degli eroi, dell’epica bianca, della fondazione del mito. È tempo di visione, di materiali, di superfici, di scenari. Questo è il tempo del white out, di quella commistione tra il bianco del cielo, della neve e della nebbia che mette alla prova la nostra capacità di sfidare il presente e prospettare nuovi futuri, ardui ma percorribili. È quello che ci mostra in tante declinazioni e angolature la mostra White Out – il futuro degli sport invernali, a cura di Konstantin Grcic, il noto designer tedesco vincitore di diversi Compassi d’Oro e di Marco Sammicheli, direttore del Museo del Design Italiano e curatore per il settore design, moda e artigianato di Triennale Milano.

La mostra, allestita dallo studio Konstantin Grcic Design GmbH occupa il nuovo spazio della Design Platform, nato grazie ai profondi interventi di riqualificazione architettonica e di riorganizzazione del Palazzo dell’Arte. Il percorso espositivo è organizzato in 9 sezioni tematiche (Skins, Dainese, Safety, Infrastructure, Bob track, Ski etc.) con 200 articoli tra attrezzi, dispositivi, reperti e reliquie sportive (come il celebre casco customizzato dall’artista Andrè Marty per l’olimpionica Federica Brignone e la tuta Prada del recordman del salto in alto Ryoyu Kobayashi).
In questi decenni siamo passati dai pendii ai millesimi, dai colori delle piste alla sensoristica avanzata, dalla flanella ai tessuti microporosi in Goretex. Un’evoluzione, un’accelerazione che stenta a fermarsi. Il gesto sportivo di oggi non solo ha trasformato una semplice discesa in «una coreografia millimetrica tra corpo, mezzo e ghiaccio» ma è il punto di caduta di una ricerca ingegneristica corale che si sublima dunque sempre più in imprese collettive. Tra coraggio e design, tecnologia dei materiali e spirito, tra potenza e stabilità aerodinamica.

Photo: Giuseppe La Spada
Come il bob olimpico a due della FES tedesca (Forschungs- und Entwicklungsstelle für Sportgeräte) o come la linea purissima dalla “geometria calibrata” dei Pattini Clap da pista lunga. La funzionalità aerodinamica di queste componenti, di questi oggetti unici e finissimi, arriva ad esprimere una pregevolezza estetica naturale, necessaria, indiscutibile. Ma anche a tracciare non solo funzionalità fuori dal comune, ma a delineare nuove traiettorie di possibilità e di operatività, fino ad ora impensabili. Non è più un binomio, l’uomo e la montagna, l’uomo e la discesa. È quest’ultimo che rimodella con la sua conoscenza un nuovo rapporto simbiotico con tutti gli elementi: l’aria, l’acqua, la resistenza, la temperatura, la terra, i metalli. Così lo Slittino da pista/ Luge o lo Skeleton FES, più simili a vere e proprie endoprotesi, ad esoscheletri bioartificiali da innestare nel super corpo dell’atleta, in grado di percorrere velocità ed evoluzioni mai raggiunte prima.

O i dispositivi di sicurezza dell’italiana Dainese, che ispira i suoi paraschiena a scaglie alla perfetta riproduzione biomorfica dei tronchi ossei del pangolino, della tartaruga e dell’armadillo. Una ricerca di armonia materiale ed ecologica, fino alla sublime semplicità dell’oggetto-sci, essenziale nella concezione (una tavola di legno perpendicolare al corpo) ma ormai incredibilmente evoluta nella progettazione e nei materiali.

In grado di stabilire in un modo plastico ed espressivo un rapporto profondo ed essenziale tra l’uomo e la gravità, tra l’uomo e il movimento. I Volkl-Revolt per lo sci alpino, i Salomon per lo sci di fondo, i Kneissl per il salto: grandezze, colori, stili, cinetiche diverse per filosofie di vita diverse. Non è più migrazione, salto o discesa. Categorie ormai superate. Non è più un dialogo con la natura. È l’uomo che dialoga con sé stesso, in tutte le direzioni. Torniamo così all’assunto iniziale. A quegli sciatori immersi nella natura, ad oggi immersi anche nella conoscenza, che avanzano da soli ma insieme a tanti altri nel white out dei giorni nostri.










