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Cinema e politica: a ridosso della chiusura della Berlinale infuria la polemica
Attualità
Seguiamo da tempo l’account Instagram della Berlinale e ieri, per la prima volta, almeno da quando riceviamo i post, invece di una foto è apparsa una scritta, un comunicato ufficiale. Ma cosa sta succedendo a Berlino nei giorni successivi alla conclusione dell’importante festival del cinema, giunto alla 76ma edizione?
Ieri mattina, il Ministro della Cultura Wolfram Weimer aveva convocato una riunione straordinaria del consiglio di sorveglianza della KBB, l’ente federale responsabile della Berlinale e interamente controllato dal governo tedesco, principale finanziatore del festival. Una riunione di crisi, quattro giorni dopo la conclusione della 76ma edizione. Secondo il giornale Bild, Weimer vorrebbe allontanare la direttrice Tricia Tuttle, accusata da ambienti conservatori a causa di dichiarazioni pro-Palestina di alcuni registi durante la cerimonia di chiusura di sabato, in particolare del palestinese Abdallah Al-Khatib, che ha accusato il governo di complicità nel genocidio a Gaza. Tuttavia, ieri questa decisione non è stata presa. Il Ministro dell’Ambiente Carsten Schneider aveva abbandonato la sala in segno di protesta, scatenando reazioni da politici conservatori e media come la Bild, che ha puntato il dito su una foto di Tuttle con la troupe del film vincitore Chronicles From the Siege e la bandiera palestinese.
La dipartita è stata solo rinviata, oppure il ministro è stato persuaso dalle reazioni del mondo del cinema e dell’opinione pubblica? Oltre 700 firme – tra cui Tom Tykwer, Todd Haynes, Fatih Akin, Tilda Swinton, Sean Baker e il regista israeliano Tom Shoval – sostengono Tuttle in lettere indirizzate alla Deutsche Filmakademie e del Deutscher Kulturrat, difendendo la libertà artistica come spazio democratico per voci discordi e non come strumento diplomatico.

«Alla Berlinale è stata invocata la libertà di parola. Alla Berlinale la libertà di parola è una realtà. Tuttavia, sempre più spesso ci si aspetta che i registi rispondano a qualsiasi domanda venga loro posta. Se non rispondono, vengono criticati. Vengono criticati se rispondono e non ci piace ciò che dicono. Vengono criticati se non riescono a sintetizzare pensieri complessi in una breve dichiarazione quando viene loro puntato un microfono davanti mentre pensavano di parlare di qualcos’altro», aveva dichiarato Tuttle il 14 febbraio, quando il Festival era appena iniziato, in un testo intitolato Sul parlare, il cinema e la politica.
«Nei prossimi dieci giorni alla Berlinale, i registi parleranno costantemente. Parleranno attraverso il loro lavoro. Parleranno del loro lavoro. Parleranno, a volte, di geopolitica che può essere o meno correlata ai loro film. È un festival grande e complesso. Un festival che le persone apprezzano in tanti modi diversi e per tanti motivi.
Ci sono 278 film nel programma di quest’anno. Offrono molte prospettive. Ci sono film sul genocidio, sulla violenza sessuale in guerra, sulla corruzione, sulla violenza patriarcale, sul colonialismo o sull’abuso di potere da parte dello Stato. Ci sono registi che hanno affrontato la violenza e il genocidio nella loro vita, che potrebbero andare incontro alla prigione, all’esilio e persino alla morte per il lavoro che hanno realizzato o le posizioni che hanno assunto. Vengono a Berlino e condividono il loro lavoro con coraggio. Questo sta accadendo ora. Stiamo amplificando abbastanza queste voci?», continua Tuttle.
«Ci sono anche registi che vengono alla Berlinale con obiettivi politici diversi: chiedersi come possiamo parlare di arte come arte e come possiamo mantenere vivi i cinema affinché i film indipendenti abbiano ancora un luogo dove essere visti e discussi. In un contesto mediatico dominato dalla crisi, c’è meno spazio per conversazioni serie sul cinema o sulla cultura in generale, a meno che non possano essere inserite nell’agenda delle notizie.
Gli artisti sono liberi di esercitare il loro diritto alla libertà di espressione in qualsiasi modo scelgano. Non ci si dovrebbe aspettare che gli artisti commentino tutti i dibattiti più ampi sulle pratiche passate o attuali di un festival su cui non hanno alcun controllo. Né ci si dovrebbe aspettare che parlino di ogni questione politica che viene loro sottoposta, a meno che non lo desiderino. Continuiamo a fare questo lavoro perché amiamo il cinema, ma anche perché speriamo e crediamo che guardare film possa cambiare le cose, anche se si tratta di un cambiamento lento e graduale, che coinvolge le persone una alla volta, un cuore o una mente alla volta».

Anche il personale della Berlinale – oltre 500 tra dipendenti, freelance e collaboratori – poche ore fa ha espresso appoggio unanime alla Tuttle su Instagram, lodandone «Integrità, visione artistica e rispetto», in due anni difficili.
«Alla luce dei dibattiti in corso e degli sviluppi profondamente preoccupanti che riguardano la nostra direttrice del festival, Tricia Tuttle, più di 500 dipendenti della Berlinale hanno ora condiviso congiuntamente questo messaggio con i responsabili politici: Noi, dipendenti, collaboratori a contratto e liberi professionisti della Berlinale e delle istituzioni associate, in rappresentanza di una pluralità di prospettive, parliamo all’unisono per esprimere il nostro sostegno unanime alla straordinaria Tricia Tuttle come direttrice della Berlinale», si legge nel post.
«Abbiamo tutti lavorato a stretto contatto con Tricia durante il suo mandato e abbiamo assistito in prima persona alla chiarezza, all’integrità e alla visione artistica che ha portato alla Berlinale. Ha fatto sentire le centinaia di colleghi della Berlinale rispettati individualmente e collettivamente estremamente orgogliosi dei risultati raggiunti nel corso di due anni difficili. Non esageriamo quando affermiamo all’unanimità che è improbabile che il Consiglio di sorveglianza della KBB avrebbe potuto nominare un leader più intelligente, etico e reattivo per la Berlinale, né uno più dedito ai principi fondamentali che rendono questo festival una piattaforma vitale per il cinema in Germania e a livello internazionale. Ci auguriamo che questo messaggio contribuisca in qualche modo a comunicare la portata dell’ammirazione e della lealtà che Tricia ha ispirato in tutti coloro che sono impegnati nel futuro della Berlinale e nel futuro del cinema».

La decisione sul futuro di Tuttle resta in sospeso ma già la sola minaccia di destituzione – a due anni nel suo mandato di cinque – ha provocato danni politici e d’immagine irreparabili al festival, rischiando di trasformarlo in un campo minato geopolitico.
La crisi di vertice resta aperta: il consiglio ha rinviato ogni decisione ma se Weimer volesse rimuoverla per l’episodio di Gaza, giovedì sarebbe stata l’occasione ideale. Tuttle ha moderato con pazienza un dibattito polarizzato, proiettando sia film pro-palestinesi che israeliani ma in Germania il contesto resta ipersensibile rispetto al resto del mondo.
Si teme un precedente pericoloso: un intervento statale diretto violerebbe l’indipendenza che la Berlinale incarna da decenni, aprendo una serie di domande incentrate sul rapporto tra politica, cinema e cultura. Se Tuttle se ne andasse, il prestigio internazionale ne uscirebbe distrutto. Se dovesse rimanere, con l’appoggio governativo, il segnale alle istituzioni culturali tedesche – sotto pressioni simili da due anni – sarebbe ambiguo: l’arte è libera ma il filo del conflitto Israele-Palestina si fa sempre più teso, rischiando di ridurre un festival a un’arena simbolica di politica estera.










