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Liberato ha chiuso il cerchio della Napoli contemporanea
Attualità
«Coerenza e mentalità». Napoli, 5 giugno, Stadio Diego Armando Maradona, ex San Paolo. È il grande giorno. Il giorno del concerto di Liberato. L’evento, atteso da più di un anno dai 45mila fan qui presenti, è un successo. Di pubblico, di organizzazione, di hype. È andato tutto liscio. È stato perfetto. Spettacolo magnifico, ottimo sound, qualità eccelsa delle performance canore e musicali. Ha funzionato il servizio di steward, con poca fila all’ingresso a mezz’ora dallo start. Ha funzionato la metro per arrivarci, con orari prolungati dopo la mezzanotte. Birra, acqua e Coca-Cola alla portata. Bagni chimici numerosi, nessun problema di ordine pubblico, polizia presente ma discreta.
E allora? Tutto perfetto, davvero? In effetti siamo rimasti alquanto stupiti, «Sembra di aver vissuto l’evento in una città “europea”», ci siamo detti. A Napoli, nella città dell’imprevisto, dell’inaspettato, del fuori onda costante, siamo sempre pronti a tutto. Soprattutto per certi grandi eventi, abituati ad affrontarli con spirito da pellegrini in Terra Santa.
Ma poi proprio con Liberato? Con l’artista che più di tutti sa mescolarsi, “nascondersi” tra il suo pubblico, come un pazzariell’ di strada, come un pulcinella qualunque, fracassone e gioioso? Cosa è cambiato? Quanto sono stato via?
Avevo già partecipato a un grande evento al San Paolo: il concerto degli U2 nel luglio del ‘93. E quella volta, tra le auto Trabant appese ai grandi tralicci e i riff di chitarra di The Edge, una parte della folla, festante e invasata, aveva travolto in diversi punti le barriere poste sugli spalti per riversarsi sul campo. Una massa libera e ingestibile. Era quella la vera Napoli? O è questa? Cosa è diventata?

L’anello più aggiornato di una lunga eredità
«Coerenza e mentalità».
Liberato ha chiuso il concerto proprio con queste parole, cantate in O core nun ten padrone, la ballata al pianoforte scritta nel 2020 e riadattata in occasione del terzo scudetto del Napoli calcio.
È uno dei tanti motti ultras, il mondo del tifo organizzato, nato a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. All’uscita cerco queste parole tra i graffiti, da qualche parte sulle imponenti mura dello Stadio Maradona. Ma non le trovo. Mi guardo intorno soltanto adesso. Per raggiungere le curve si attraversa un intrico di pilastri, travi e contrafforti. Seppur fatiscente e dimenticata, l’armatura di cemento dello Stadio Maradona esprime tutto quel mix di possanza e squallore tipiche dell’edilizia popolare degli anni ‘70. In fondo, dentro questa mescola è incisa ancora parte della memoria, delle urla, delle emozioni del popolo napoletano. Qualcosa che risuona ancora tra le vecchie scalinate delle Curve A e B dei ceti popolari e tra i seggiolini delle tribune Nisida e Posillipo della Napoli borghese e altolocat’. Che racconta ancora oggi quell’antica mescola di uomini e pietre, di ordine e disordine, di vicarielli e ventri tufacei raccontati da Walter Benjamin e Matilde Serao.

Quella stessa energia che poi è emersa viva e multiforme dalle onde telluriche del terremoto dell’Irpinia (1980): la rigenerante catarsi collettiva della mostra Terrae Motus (1982) di Lucio Amelio; l’esplosione del meticciato sonoro del Neapolitan Power (Napoli Centrale, Enzo Avitabile, Edoardo Bennato, James Senese, tra gli altri); le vocalità identitarie e neomelodiche de I Ragazzi della Curva B di Nino d’Angelo, passando per le autobiografie collettive di Mario Martone (Morte di un matematico napoletano e L’amore molesto) e per le storie colte e ironiche di Massimo Troisi. Fino alla Napoli carta sporca di Pino Daniele.
Una sorgente carsica che, liberandosi, ha accompagnato un ciclo storico durissimo e incredibile. Una base che ancora oggi alimenta una creatività potente e irrequieta: Geolier, La Niña, l’epos di Gomorra di Roberto Saviano e Matteo Garrone, le mitografie di Paolo Sorrentino e di Jorit.
Ecco, Liberato si innesta su tutto questo. Un’eredità pesante ma irresistibile. E proprio Turnà, brano ispirato alla celebre canzone di Teresa de Sio e a quell’incredibile stagione è una delle prime canzoni di apertura del concerto.
Liberato allo specchio di Napoli
Dismessi i fumogeni, il bomber nero e il cappuccio da ultras, il cantate ha sfoggiato una mise da grande occasione: una giacca da ussaro con bottoni dorati e fantasie damascate, con alamari militari e un copricapo metallico dorato di colore carta da zucchero.
Alle spalle un gigantesco ledwall che distorce, colora e trasforma continuamente il corpo dell’artista, sempre al centro, sempre e comunque immagine, icona e simbolo. Liberato diventa uomo geometrico, vitruviano, uomo delle stelle alla Michael Jackson o nebulosa arabesca in stile Genio della Lampada.
E così, in una torsione costante di beat e immagini, scorre tutta la totemica napoletana: il Vesuvio e il Golfo, le Vele metafisiche di Scampia, una Venere di Milo cornucopia e cyberpunk. Fino alla celebre rosa, digital, metallica, azzurra, di pietra, simbolo della canzone d’amore napoletana, della Madonna e della Bellezza. Una e trina.

Tutto in un accatastat’ gioco di tradizione e sperimentazione. Così come la sua newpolitan, una lingua brulicante, mix ironico e speedy di english e napulitan’. Perché da sempre a Napoli ‘a lengue è quel ricco albero di trasmissione intergenerazionale, che non si spegne con le nuove leve ma anzi cresce e si estende come un albero lessicale dal rigoroso fogliame espressivo.
Così le canzoni, che esplodono sulla folla come fuoc′ abbasc′ Furcell’. L’emozione collettiva è massima con brani quali Nove Maggio e Tu t’è scurdat’ ‘e me. Il primo, l’inizio dell’avventura e di quella dissonante visione di una bambina già grande, già cresciuta in mezzo a una foresta di case popolari e motorini. La seconda, con quella linea sospesa di tastiere in levare, che sprigiona ogni volta quella vertigine, quel ricordo di gioventù dolceamaro, di vuoto assoluto che ti porti dentro per sempre. O Viennarì, una delle ultime, leggera e scanzonata, che racconta brandelli di vita notturna napoletana, di una città che finalmente ha smesso di pensare alla monnezza, alla violenza urbana alle ‘stese di camorra. E in cui si aspetta il weekend, semplicemente per vivere, per amare e divertirsi.

Insomma, un concerto che chiude il cerchio. Per l’artista. E forse anche per la città che lo aspettava da anni. E come in questi 15 anni Napoli è cresciuta, si è espansa come un universo Marvel con la sua way of life mediterranea, il suo sound inimitabile e la sua lingua musicale, così Liberato, che ne ha ritratto lo spirito, turbinoso e incontrollabile. E che ha saputo raccontare questo Urban Southfare, questo desiderio di sperimentare nuovi modelli, nuove vie e vite, attraverso nuove dimensioni sonore e vitali.
In fondo Liberato non ha una biografia, non vive eventi o fasi personali, non cresce come soggetto individuale. È un acceleratore collettivo. È lo specchio della città. E fino a ora ha surfato su questa buona onda, su questa grandissima energia positiva della città. Il turismo, il calcio, la musica, il cinema, l’arte, il mare, la vita, la bellezza, Liberato.
Ma cosa succederebbe se tornasse quella Napoli lì, ferita e abbandonata come negli anni ‘80? Quella raccontata dagli eroi di Jorit (Maradona, Pino Daniele, Massimo Troisi) sulla Torre 3 del Centro Direzionale? Cosa sarebbe Liberato? Avrebbe ancora quella forza? Riempirebbe ancora il Maradona di gioia e felicità? Oggi, come allora, il cemento continuerebbe a tremare?













