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L’Amleto di Shakespeare prende forma in un teatro in restauro. È l’opera di un artista contemporaneo
Arte contemporanea
Siamo a Novi di Modena, piccolo paese che porta ancora i segni del terremoto del 2012, un luogo che lentamente si è rialzato e vuole restituire dignità ai suoi spazi culturali. È qui, all’interno del Teatro Sociale che, fino al 22 marzo 2026, va in scena Hamlet Suite di mostra a cura di Anna Vittoria Zuliani, organizzata da Daniel Bund, promossa dal Comune di Novi in collaborazione con Novi 360, con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Carpi. La scelta del luogo non è casuale. Il teatro, edificio di inizio Novecento, è ancora in restauro, i ponteggi lo sostengono, i tubi innocenti sono ormai il suo nuovo scheletro. È proprio dentro questa struttura fragile e forte insieme che prende forma un lavoro dedicato ad Amleto. Le crepe dei muri sono ferite che diventano tutt’uno con quelle dei personaggi anch’essi attraversati da un terremoto interiore che è quello della follia. C’è solo una cura per entrambi: l’arte.

Con essa si può ridare la vita e dignità a questo luogo e ai personaggi che lo abiteranno per qualche tempo come presenze inquiete in attesa di risposte. Qui non si visita solo una mostra, si entra in scena. Amleto nasce per il teatro e in questo spazio torna alla sua natura. L’installazione avvolge il visitatore come una messa in scena vera e propria. I dieci dipinti e le quattro sculture dedicate a Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern e Yorick raccontano uno stato mentale e mentre li si osserva emerge, pezzo dopo pezzo, la storia e i suoi segreti. I colori dei dipinti si sposano con quelli liberty ancora visibili sulle pareti; i protagonisti sono affascinanti, quasi sensuali. Le sculture realizzate attraverso l’assemblaggio di objets trouvés e materiali non convenzionali, invece, vanno in contrasto con le tele e comunicano un sottile senso di inquietudine. Nulla è lasciato al caso dalla curatrice che con maestria pone equilibrio in ogni scelta.

Ci sono due ambienti. Il primo accoglie e introduce. Ofelia ci guarda, non sappiamo se osservandoci o giudicandoci, cambia abito e identità ogni volta che le pare in base a chi decide di interpretare. Amleto, invece, è una presenza silenziosa, un fantasma che aspetta nella stanza accanto. Gli altri protagonisti sembrano vivere di vita propria, presi dalle proprie inquietudini. Le luci rosse portano nel cuore della storia, la musica ipnotica, realizzata dallo stesso artista, proietta in una dimensione sinestesica che entra nelle vene mentre i personaggi paiono muoversi nello spazio.

Prima di raccontare la sua storia, Andrea Saltini sente il bisogno di confrontarsi con chi l’opera l’ha creata e con chi, nel tempo, l’ha reinterpretata. Deve misurarsi, capire e poi liberarsi, solo allora può prendere parola. Con William Shakespeare forse è più uno scontro. Troppo immobile e troppo eroico il protagonista nel dramma originale, con Carmelo Bene e Jules Laforgue invece sembra trovare una maggiore affinità. Da loro comincia la liberazione, il personaggio finalmente inizia la metamorfosi e si fa conoscere per quello che è, un essere umano. È come se volesse dire loro che hanno creato figure immortali, ma la loro anima non è ancora del tutto rivelata, ancora qualcosa brucia e il compito spetta a lui, quasi una missione. C’è un’idea che domina su tutte in Hamlet Suite: la difficoltà, forse dolorosa, di lasciare andare.

Andrea Saltini si addentra nei suoi personaggi, si muove tra le loro fragilità, e nella loro follia. È un territorio in cui tornare, ancora e ancora, come se ogni volta restasse qualcosa da comprendere fino in fondo, forse su di loro o forse su se stesso.










