09 maggio 2026

Gabrielle Goliath: a Venezia la mostra su Gaza che era stata censurata dal Padiglione Sudafrica

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Nella Chiesa di Sant’Antonin, Gabrielle Goliath presenta Elegy, un’opera che intreccia femminicidio, colonialismo e denuncia per la situazione a Gaza attraverso il canto come rituale collettivo

Elegy, Gabrielle Goliath (2026). Courtesy of the artist. Photo: Luca Meneghel

L’edizione della Biennale d’Arte di Venezia 2026 si muove su due binari che da tempo non erano così vicini, così esplicitamente convergenti in più punti. C’è una Biennale ufficiale, quella che si può visitare muovendosi negli spazi dei Giardini e dell’Arsenale, e c’è poi un flusso che si muove nel senso opposto e parallelo insieme: installazioni, performance, manifestazioni che esprimono dissenso rispetto alle scelte della Manifestazione. È una storia che si ripete ma che assume di volta in volta diverse sfumature: un’istituzione che punta a ospitare in un dato spazio il mondo intero, e c’è poi lo scarto di quel mondo, ciò che vi si sottrae. E quando quest’anno ci si muove fra i padiglioni dell’Arsenale, è proprio una presenza-assenza a fare rumore, una sottrazione che rappresenta già, di per sé, una controversia esplicita.

Vi avevamo già raccontato del caso del padiglione Sudafrica, progetto che era stato affidato all’artista Gabrielle Goliath – che avrebbe presentato una nuova declinazione del ciclo Elegy – e che per censura rispetto ai temi trattati era stato cancellato dal governo del Paese. Questa la motivazione resa nota dall’artista e anche dalla seconda forza parlamentare del Paese, che aveva parlato di «interferenza politica pura e semplice». Il governo, invece, aveva argomentato la decisione sostenendo che la partecipazione sudafricana rischiava di essere strumentalizzata da uno Stato estero come veicolo di influenza politica indiretta attraverso la cultura. Alcune fonti citate dalla stampa israeliana avevano indicato il Qatar come il Paese coinvolto, ma questo riferimento non compare nella dichiarazione ufficiale del ministro della Cultura sudafricano Gayton McKenzie, né è stato confermato dai ministeri della cultura dei Paesi chiamati in causa. Il nesso tra la cancellazione del padiglione sudafricano e il lutto per le vite palestinesi è però esplicito e dichiarato. Laura Horwitz, CEO della Bertha Foundation, ha richiamato le parole di Nelson Mandela «La nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi», affermando poi: «Elegy di Gabrielle Goliath dà voce a questa consapevolezza. Mentre il Padiglione Sudafricano resterà ora vuoto, Elegy sarà presentato nelle vicinanze nel “Not the South Africa Pavilion”, come testimonianza dell’eredità dei sudafricani che da tempo lottano per la libertà di tutti i popoli».

Elegy, Gabrielle Goliath (2026). Courtesy of the artist. Photo: Luca Meneghel

Da più di dieci anni, Gabrielle Goliath presenta Elegy in Sudafrica e nel mondo, da Johannesburg a Città del Capo, da São Paulo a Parigi, da Amsterdam a Monaco, Basilea e ancora altrove. Già il titolo è fortemente programmatico, permeato dall’immaginario della letteratura greca e latina relativa al lutto, alla memoria, a un momento di compianto poetico condiviso. Ed è proprio nella sua natura di atto collettivo e rituale che si traduce l’installazione di Goliath: una commemorazione nella quale si entra fisicamente, e che avvolge il visitatore con la vista ma anche con l’udito.

L’opera, esposta all’interno della Chiesa di Sant’Antonin, affronta un intreccio di ferite: dalla crisi della cultura dello stupro e del femminicidio in Sudafrica, alla cancellazione dei mondi di vita (life-worlds) Ovaherero e Nama in Namibia, fino allo sfollamento e all’uccisione in corso di donne, bambini e civili palestinesi a Gaza. Tra le figure commemorate nella mostra compaiono la studentessa sudafricana Ipeleng Christine Moholane, due antenate Nama assassinate durante il genocidio coloniale tedesco in Namibia e la poetessa palestinese Heba Abunada, uccisa a Khan Yunis nel 2023, durante un attacco aereo israeliano. Tre geografie del dolore che convergono in un «intreccio di ferite» che si inserisce in un sistema di violenze connesse che attraversa il femminicidio endemico in Sudafrica, lo sterminio coloniale in Namibia, la guerra in corso a Gaza attraversando il comune filo dell’espressione di un dolore, di un’elegia che commemora e coinvolge.

Elegy, Gabrielle Goliath (2026). Courtesy of the artist. Photo: Luca Meneghel

Respiro e canto condiviso si impadroniscono delle navate, si insinuano nella penombra dello spazio espositivo e riverberano da un lato all’altro della chiesa. Otto monolitici schermi funerari e una fila di donne in una processione che si ripiega su sé stessa offrono – una alla volta – il loro volto e il loro canto a chi entra nello spazio. Le voci e le immagini di queste performance avvolgono i partecipanti in luce e suono, e il canto registrato sembra talvolta occupare l’intera architettura, altre volte ritirarsi quasi fino al sussurro. Alcune donne, poi, non emettono alcun suono, ma guardano dritto nella camera con un silenzio che polifonicamente si unisce alle voci delle altre donne.

Gabrielle Goliath ha dichiarato: «Questa mostra convoca uno spazio di incontro, una camera sacra in cui far risuonare un lavoro riparativo di amore e desiderio. Sosteniamo una nota – un coro femminile nero – e di fronte alla cancellazione, alla minaccia e a perdite incommensurabili, osiamo pensare e sognare il mondo diversamente».

Elegy, Gabrielle Goliath (2026). Courtesy of the artist. Photo: Luca Meneghel

In questa elegia, il lutto non riguarda solo chi è morto ma chi resta, chi ascolta, chi accetta di sostare davanti a ciò che non può essere riparato. Elegy lavora sull’idea di una prossimità fragile, mai completamente risolta, che prende forma in questi cori femminili che mantengono una nota, la espandono, la incrinano, la fanno diventare corpo collettivo e rappresentazione condivisa del trauma. Fra l’altro, si tratta di una melodia che si mantiene in sospensione, senza mai arrivare a una risoluzione e, soprattutto, senza mai offrire catarsi.

La stessa scelta della Chiesa di Sant’Antonin, che è ancora oggi proprietà del patriarcato di Venezia ma chiusa al culto, si pone come soglia di sospensione tra regimi di senso, in bilico tra la funzione espositiva, laica, e il residuo di una sacralità che finisce per amplificare ulteriormente la forza del lamento elegiaco. La mostra si espande poi attraverso l’Elegy Reader, una pubblicazione collettiva di poesie e testi che raccontano di storie di sfollamento, dolore, colonialismo e genocidio, realizzata con Ibraaz Publishing e lanciata il 7 maggio con una lettura pubblica all’esterno della chiesa. Cinquanta testi, tra cui opere della poetessa palestinese Heba Abunada, della poetessa iraniana Forough Farrokhzad, della poetessa haitiana Danielle Legros Georges e della scrittrice sudafricana Maneo Mohale, tra le altre. Disponibile gratuitamente, il Reader diventa un dispositivo autonomo che porta il lutto rituale di Elegy fuori dalle mura della chiesa e dentro le borse di tela che invadono la Venezia della Biennale, e poi nelle case di chi sceglie di portarlo con sé.

Elegy, Gabrielle Goliath (2026). Courtesy of the artist. Photo: Luca Meneghel

Nel frattempo, a breve distanza, il posto storicamente occupato dal Padiglione Sudafrica vede dei ragazzi dalle magliette viola con un’unica scritta sopra: «The South African Pavillion was Silenced. Not our voices». E le loro voci le usano per raccontare ciò che è successo, per invitare a visitare la chiesa. C’è una triste simmetria nella censura di un’installazione che voleva tradurre le voci del margine in poesia, proprio nell’ambito di una Biennale che si muove In Minor Keys, per tonalità minori.

«It takes strength to grieve, to fall apart, leaking things, people who will never return to you». IN LAND, Koleka Putuma

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