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Dall’industria alla galleria: Antonio Colombo ci parla di oggetti, archivi e immaginario
Arte contemporanea
Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, Antonio Colombo occupa una posizione difficile da incasellare. Imprenditore nel settore industriale, collezionista, gallerista, Colombo ha attraversato tanti mondi diversi: produzione manifatturiera, design, cultura visiva, musica e arte contemporanea. Negli anni questo percorso ha preso forma anche attraverso la sua galleria di Milano e, più recentemente, nel progetto del Colombo’s Archive, un archivio dedicato soprattutto alla storia del mobile tubolare prodotto dall’azienda di famiglia. Nelle sue intenzioni, non un museo celebrativo ma un luogo aperto a riletture e interpretazioni, dove materiali industriali e design possano continuare a generare nuove narrazioni.
In questa intervista, Colombo ripercorre con noi alcune tappe della sua esperienza: il rapporto con gli oggetti e con il design, l’influenza delle culture musicali, il ruolo degli archivi d’impresa e quello che una galleria può ancora rappresentare come spazio di ricerca e produzione culturale.
Si è definito più volte un imprenditore “suo malgrado”. Che cosa significa per lei, oggi, questa espressione?
«Significa che mi sono trovato a gestire aziende quasi “per caso”: sono passato dal dirigerne una ad averne più di quattro, chiedendomi spesso se fosse davvero quello che volevo fare. I miei interessi erano molto lontani dall’economia, dall’imprenditoria o dalla costruzione di sistemi economici, dai bilanci. Scappavo dalle riunioni tra imprenditori e, anche quando ho provato a frequentare gruppi di giovani imprenditori, mi sentivo completamente fuori posto, senza veri punti di contatto con quel mondo. Proprio grazie alla ricerca di spazi di creatività, questa curiosità mi ha portato altrove: prima nel ciclismo, poi nell’arte. In fondo, quello dell’arte è stato il mio più grande “perditempo”, ma anche ciò che mi ha dato di più».

Ha attraversato mondi in cui l’oggetto è centrale, dalla produzione industriale alla pratica artistica. Come cambia lo sguardo su un oggetto quando lo si considera arte?
«Penso a quando ci si ritrova davanti alla palla da basket di Jeff Koons in Equilibrium: gli li oggetti possono parlare molte lingue, anche al di fuori del loro contesto originario. Tutto dipende dall’autore e da chi li guarda. Io ho vissuto a lungo nel mondo del design e ho contribuito a costruire molti oggetti, soprattutto legati alle due ruote. Eppure ho sempre percepito in questi oggetti un elemento di fascinazione che andava ben oltre l’uso funzionale o la redditività economica.
Penso, per esempio, a un sacco della posta di cinquant’anni fa, con un disegno di Bruce Lee Webb sopra. Quell’immagine può evocare un intero immaginario di frontiera: strade polverose, pick-up, paesaggi americani. Nella mia mente diventa quasi un fermo immagine, il sacco che vola verso una fattoria lanciato da un guidatore distratto. A quel punto quell’oggetto non è più soltanto un oggetto: diventa simbolo, racconto. E quel disegno non appare più mal fatto o infantile, ma capace di parlare in molti modi diversi».
In un’altra intervista, parlava del Colombo’s Archive come di un archivio “vivo”. Come lo intende? Come si evita che un archivio diventi nostalgia?
«Molti mi chiedono se sto dando vita a un museo, ma non è la mia intenzione. Penso che ciò che abbiamo fatto – io e prima ancora mio padre – meriti una forma di attenzione e di visibilità diversa, che mantenga però anche una dimensione di interpretazione creativa.

L’idea è che questo spazio possa accogliere nuove letture, per esempio nel modo in cui il design contemporaneo può reinterpretare i mobili tubolari, che sono il nucleo dell’archivio.
Per me un archivio vivo significa proprio questo: non una serie di scaffali congelati, ma un luogo che continui a generare idee, incontri, interpretazioni. Non necessariamente solo da parte di artisti – non mi piace “ghettizzare” gli interventi – ma di persone intelligenti e curiose che possano farlo evolvere».
Connettendo la sua esperienza con street artists, musicisti e designer, dove vede punti di frattura culturale che il mondo dell’arte istituzionale fatica ancora a comprendere o integrare?
«Una frattura che ho sempre percepito è quella tra musica e sistema dell’arte. A parte alcuni momenti legati alla stagione pop – penso a Warhol o alle copertine dei dischi degli anni Sessanta – la musica rock o blues è rimasta sostanzialmente ai margini del sistema artistico. Io considero, per esempio, David Byrne un grande artista: musicale, visivo, cinematografico. Eppure non mi sembra che nelle fiere, soprattutto in Italia, ci sia una vera attenzione verso figure o linguaggi che arrivano dall’esterno, rispetto al sistema dell’arte vero e proprio.
Spesso si ha l’impressione che il mondo dell’arte si percepisca come un’isola felice, ma in realtà molte delle sue barriere sono autocostruite».
Il pubblico è cambiato negli ultimi anni? In che modo?
Direi che si è un po’ ringiovanito. Oppure, più semplicemente, sono io che sto entrando nella super maturità e quindi mi sembra che tutti gli altri siano più giovani».
Quale pensa debba essere il ruolo della galleria d’arte nel prossimo decennio in relazione alla produzione culturale e agli archivi d’impresa?
«Una galleria dovrebbe continuare a essere un luogo di produzione culturale, non soltanto di esposizione o di mercato. Gli archivi d’impresa, in questo senso, possono diventare strumenti molto importanti».

C’è un progetto che non ha ancora realizzato ma che considera necessario?
«Sì, sicuramente più di uno. Nel mio caso, tutto ruota attorno alla galleria di Milano, che è l’unico spazio che ho e resterà tale: non ho altre sedi, né l’intenzione di aprirne. Nei limiti di questa dimensione mi piacerebbe esplorare territori culturali nuovi. Uno dei temi che mi interessa molto è l’interferenza tra musica e letteratura, soprattutto quella legata all’immaginario del viaggio e della frontiera, che ha influenzato molti artisti americani.
Costruire una mostra, soprattutto collettiva, è sempre un modo per capire di più e meglio. Non è necessario essere specialisti assoluti di un periodo o di una cultura: spesso è proprio il processo di lavoro che ti permette di imparare».

Le andrebbe di parlarci un po’, invece, dei progetti nel futuro prossimo della galleria e dell’archivio?
«Il progetto più immediato sarà una mostra ampia, che occuperà entrambi gli spazi della galleria. Si partirà dal Magic Bus – lo spazio che normalmente viene chiamato Project Room – ma, in questa occasione, l’intera galleria sarà coinvolta.
La mostra sarà dedicata a Max Rohr, che da almeno dieci anni si è ritirato dalle scene artistiche pur continuando a lavorare come stilista, soprattutto nella maglieria, e a dipingere. Mi interessa molto il suo mondo fatto di meditazione e di religiosità montana, che richiama figure come Edoardo Persico e artisti meno noti ma significativi come Garbari o Gigiotti Zanini. Nei lavori più recenti di Rohr c’è una riflessione sul paesaggio premontano e su una dimensione quasi contemplativa della pittura; proprio per questo ho deciso di non programmare altre mostre prima di quella dedicata a lui, per poterla preparare con la massima attenzione».












