-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Ahuva Zeloof trova l’arte nella nuda pietra: libro e mostra a Milano
Arte contemporanea
C’è un momento preciso in cui un’artista smette di cercare e comincia a trovare. Per Ahuva Zeloof, scultrice britannica di origine mediorientale, quel momento è avvenuto su una spiaggia della Terra Santa. Passeggiando tra la gente che raccoglieva conchiglie, il suo sguardo si è posato su alcune pietre nubiane levigate dal mare. Le ha portate in studio, le ha conservate per anni senza un motivo preciso. Poi, un giorno, quelle forme organiche hanno cominciato a parlarle: il Muro del Pianto, figure bibliche, scene di pellegrinaggio, Mosè e il Monte Sinai. Tutte lì, già contenute nella pietra. L’arte era già là. Da quella rivelazione è nato FAITH, libro monografico di Zeloof, pubblicato da Silvana Editoriale, un oggetto editoriale che è già di per sé un’opera d’arte.

Il libro documenta un corpus di lavori inedito, un capitolo radicalmente nuovo nella pratica di un’artista che da oltre 15 anni — cominciando a scolpire solo dopo aver cresciuto quattro figli — ha conquistato riconoscimento internazionale esponendo accanto a nomi come Tracey Emin e David Hockney. Come ha suggerito Avshalom Gur, Art Director del progetto, FAITH segna una vera e propria volta nel percorso di Zeloof. Se le sue sculture precedenti erano caratterizzate da un dialogo tra superficie levigata e materia grezza, tra il gesto dell’artista e la resistenza della pietra, qui Zeloof compie un passo radicale: rinuncia quasi del tutto alla manipolazione fisica. Nessuna cesellatura, nessuna correzione. Solo composizione, disposizione, ascolto della materia.

Il riferimento concettuale è quello dell’objet trouvé surrealista e del readymade duchampiano, ma arricchito da una dimensione spirituale che trascende entrambi. Le pietre non vengono trasformate, vengono riconosciute. Al centro del progetto sono le pietre nubiane, raccolte dall’artista lungo le spiagge: per Zeloof questi elementi naturali non sono semplici materiali, ma simboli dotati di una forte presenza spirituale. Attraverso un intervento scultoreo minimo e quasi impercettibile, l’artista lascia che sia la materia stessa a parlare, rivelando monumenti sacri, figure bibliche e scene di pellegrinaggio racchiuse nella roccia. Come scrive Zeloof stessa: «Creato dalla natura e trovato dall’artista».
Il risultato è un lavoro che parla il linguaggio universale della fede – intesa come fiducia, amore e profonda convinzione – e che, come i maestri del Romanticismo, cerca nella natura le risposte che la vita urbana contemporanea ha smesso di offrire.
Shelly Verthime, un’ultima straordinaria curatrice e talent scouter
Il libro porta anche il segno profondo di una presenza che non c’è più. FAITH è stato curato editorialmente da Shelly Verthime, figura di riferimento assoluto nel mondo dell’arte fotografica internazionale.
Per decenni curatrice dell’archivio di Guy Bourdin — il fotografo di moda che con le sue immagini surreali e inquietanti ha riscritto il linguaggio della pubblicità visiva — Verthime ha costruito una carriera straordinaria nel rendere accessibile al grande pubblico la complessità dell’arte moderna. Sotto la sua guida, le mostre di Bourdin hanno attraversato il mondo: dal V&A al Tate Modern, dalla Somerset House al Tokyo Metropolitan Museum of Photography, dal National Art Museum of China al Guggenheim di Venezia, fino a 27 sedi internazionali. Ha curato una serie di volumi che hanno riaffermato il posto del fotografo francese nella storia dell’arte del Novecento, contribuendo a restituire a Bourdin lo statuto critico che meritava.
FAITH è stato il suo ultimo progetto, terminato e visto poco prima della sua scomparsa. Verthime ha da subito incoraggiato l’artista in questo percorso artistico, vedendo le prime pietre raccolte fino a concepire l’impianto editoriale del libro, guidandone la costruzione visiva e narrativa, lavorandoci fino alla fine con la stessa dedizione che aveva riservato ai grandi archivi della storia della fotografia.

Un doppio evento a Milano: talk e mostra
Il 3 giugno alle ore 18, gli spazi della Fondazione Sozzani, in Via Bovisasca 87, Milano, ospiteranno il lancio ufficiale del libro con una conversazione tra creativi che esplorerà come discipline diverse si intersecano: dalla moda alla scultura alla fotografia, fino alla realizzazione di un oggetto d’arte a stampa. È una rara opportunità per ascoltare Ahuva Zeloof in persona, insieme ad Avshalom Gur, curatore e art director del progetto, e a Galia Verthime Sherf, fotografa e figlia di Shelly.
La serata sarà anche un momento per onorare la memoria di Shelly Verthime e riflettere sul suo ruolo nel riunire grandi talenti attorno a un progetto che porta il segno indelebile della sua visione. Il talk sarà moderato da Francesca Marani, Senior Photo Editor di Vogue Italia.
Se il libro restituisce FAITH attraverso la mediazione fotografica, è la mostra alla Galleria Rubin — ospitata negli spazi di Via Santa Marta 10, a Milano, dal 4 al 14 giugno — a permettere l’incontro diretto con le opere. Per la prima volta a Milano, le sculture presentate nel volume vengono esposte nella loro tridimensionalità, offrendo a chi le osserva l’esperienza tattile e sensoriale che solo la presenza fisica può restituire.

Il percorso espositivo, curato da Avshalom Gur, mette in dialogo le sculture con il reportage fotografico del libro, costruendo un itinerario che si muove tra due forme di rappresentazione della stessa materia. Da un lato la pietra nella sua presenza concreta, con tutto il peso e la matericità della roccia nubiana, dall’altro l’immagine fotografica che la trasforma in visione, quasi in icona. Un confronto che amplifica il senso dell’intera operazione: la fede, ci ricorda Zeloof, si manifesta proprio in questo spazio sottile tra ciò che vediamo e ciò che riconosciamo.














