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A tu per tu con Frieda Toranzo Jaeger: l’arte che esiste e resiste
Arte contemporanea
Per Frieda Toranzo Jaeger, l’arte non può essere libera se non esprime cosa la libertà possa essere.
Artista messicana, tra le voci più interessanti della scena internazionale, Toranzo Jaeger ha costruito nel tempo un linguaggio fortemente riconoscibile, in cui pittura e ricamo si intrecciano per interrogare il peso dei sistemi ideologici — siano essi religiosi, coloniali o economici.
In occasione della mostra Visioni, a cura di Elisa Carollo e in corso a Thiene presso Fondazione Bonollo, abbiamo incontrato l’artista per approfondire questa sua ricerca.

Sei cresciuta a Città del Messico a stretto contatto con le opere di Frida Kahlo e Diego Rivera; in che modo hanno influenzato la tua pratica artistica e la tua visione dell’arte?
«Credo che chiunque sia nato e cresciuto in Messico subisca l’influenza di Frida e Diego, che lo voglia o meno. Personalmente, trovo grande ispirazione nel loro impegno nel tradurre le ideologie socialiste in una realtà materiale, riflessa poi nelle loro opere. Dipingere come donna messicana significa inevitabilmente confrontarsi con l’eredità di Frida. Tuttavia, non credo di dovermi limitare a loro solo per una questione di nazionalità».
Nella tua pratica, il ricamo è uno strumento di ribellione contro i canoni occidentali. In un’epoca di incessante sviluppo tecnologico, la tradizione lenta e manuale del ricamo può essere vista come un santuario d’origine (antico rituale) che resiste alla simulazione e alla colonizzazione della macchina e dell’intelligenza artificiale?
«Dipende da cosa intendiamo per ricamo. Io lo considero, in realtà, una forma di tecnologia, non una sua antagonista. La differenza risiede nelle informazioni che veicola: una memoria collettiva che precede il capitalismo e la colonizzazione. È l’unico mezzo attraverso cui posso accedere a quei ricordi che mi sono stati sottratti. La mia storia personale non è sopravvissuta indenne a questi processi; ciò che ci resta sono frammenti di qualcosa che non tornerà mai integro.
L’esistenza stessa di questa disciplina è una testimonianza della sua capacità di resistere. Forse resistiamo attraverso il fare (ricamare)… o forse, proprio facendolo, impariamo come si resiste. L’alienazione e la solitudine derivanti dalle nuove tecnologie sono reali, ma oggi dobbiamo concentrarci sulla sopravvivenza di fronte all’ascesa del fascismo e della guerra. Non sono contraria all’intelligenza artificiale, anzi, mi interessa. Si potrebbe sostenere che ogni forma di intelligenza sia artificiale, o chiederci cosa sia davvero l’intelligenza. Il problema non è la tecnologia in sé, ma il fascismo che accompagna ogni sua innovazione».

Hai parlato spesso dell’importanza di riconoscere i substrati storici e sistemici e di come questi modellino i limiti intrinseci della comunicazione. Secondo la tua visione, la tela non è mai vuota, ma già satura di eredità e preconcetti. Credi che l’arte possa mai configurarsi come uno spazio libero e autonomo?
«Assolutamente no. Chi può dirsi totalmente libero? L’arte non è mai stata libera, ma può certamente esprimere liberamente cosa potrebbe essere la libertà. Non è mai stata del tutto autonoma; è sempre dipesa dal proprio contesto. Se parliamo specificamente del circuito artistico contemporaneo, speculativo e internazionale in cui si muove il mio lavoro, allora la libertà d’espressione è in grave pericolo. Questo è evidente soprattutto in Occidente, dove il sistemaneoliberista promette la libertà come valore fondante, mentre tale promessa viene costantemente minata e disattesa.
Dobbiamo anche considerare la questione di classe, un argomento di cui non si vuole mai parlare. Si ha sempre più l’impressione che l’arte sia fatta da e per una determinata classe sociale, il che rende l’intero sistema escludente».
Se l’arte è, come affermi, un profondo atto di auto-riflessione, che valore assume di fronte alle complessità della società contemporanea?
«L’arte è uno strumento: serve a umanizzare l’altro, a dare forma materiale all’inesprimibile, ad avvicinarci all’immateriale. Mette alla prova i limiti della nostra comunicazione. Abbiamo bisogno di strumenti per i nostri mondi interiori, manufatti capaci di muoversi dentro di noi per aiutarci ad affrontare le nostre contraddizioni e renderci più sensibili verso un mondo estremamente violento, che cerca di deumanizzare interi gruppi di persone per annientarli. In questo senso, l’arte è antagonista al fascismo. Credo che questo sia il problema più complesso che dobbiamo affrontare oggi».

Il tuo contributo nell’Arsenale di Venezia nel 2024 è stato un’installazione monumentale che ha fatto da perno alla Biennale di Pedrosa. Com’è stato occupare uno spazio così densamente carico di storia coloniale come le Corderie? Cosa ti aspetti dalla Biennale Arte 2026?
«In Occidente, specialmente in Europa, sono pochissimi gli spazi che non siano carichi di storia coloniale. La vera domanda è: cosa posso fare ora, in questo contesto, per affrontare queste storie e perché? Per me è stato molto potente poter esporre un’opera con la scritta “Free Palestine” sotto gli occhi di tutti. Se vogliamo parlare di colonialismo, non possiamo ignorare l’attuale genocidio a Gaza.
Non mi aspetto molto dalla Biennale che inaugurerà presto. Il mondo dell’arte sta attraversando una forte crisi identitaria. Le istituzioni non seguono più altri valori se non quelli dei loro donatori, la censura è dilagante e l’accondiscendenza di certi curatori — che cercano di restare “apolitici” in tempi così politicamente densi — è, in generale, patetica. Saprà la Biennale misurarsi con la nostra realtà concreta e politica? Non credo, ma lo spero certamente».










