29 marzo 2026

E se anche il benessere fosse diventato una forma di controllo?

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In corso fino al 14 giugno 2026 alla Fondazione Elpis di Milano, la prima personale italiana dell'artista Villiam Miklos Andersen indaga i sistemi del comfort e della logistica attraverso un percorso che parla anche dei nostri gesti quotidiani

Miklos Andersen
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Verkstadskarra 3 Ångenhet, 2026 Fondazione Elpis, Agostino Osio - Alto Piano Studio

Villiam Miklos Andersen parte da una premessa: il comfort non è uno stato naturale, ma un prodotto. È il risultato di sistemi logistici, economici, architettonici, normativi, che regolano la circolazione dei corpi nello spazio e nel tempo, distribuendo benessere in forma controllata. In questo quadro, il “comfort” non è un’alternativa al controllo: ne è la forma più raffinata. Su questa premessa Andersen, artista danese anno 1995 che lavora tra l’Europa e New York, costruisce la mostra Smooth Operator, sua prima personale in Italia, in apertura negli spazi espositivi della Lavanderia di Fondazione Elpis. A cura di Gabriele Tosi e prodotta dalla Fondazione, rimane visitabile fino al 14 giugno 2026 e attivata in momenti di public program e talk.

Miklos Andersen
Villiam Miklos Andersen, Caffe Crema, Overgaden, 2024. Photo: David Stjernholm. Courtesy the artist

Il titolo della mostra rimanda alla canzone di Sade del 1984, in cui lo smooth operator è un escort internazionale che si muove tra continenti con accesso privilegiato, mobilità e libertà, senza mai però lasciare trasparire sentimenti. Lo smooth operator incarna il paradosso di un soggetto che cerca a forza di incasellare il suo corpo dentro meccanismi sociali che, però, non sono così accoglienti. È una figura perfettamente ottimizzata per la circolazione globale: un corpo che si muove tra continenti senza frizione, adattabile, svuotato di radicamento affettivo. È, in termini logistici, il lavoratore ideale del capitalismo contemporaneo applicato alla sfera delle relazioni. Eppure in lui persiste un’ambiguità in quanto è anche, simultaneamente, illeggibile al sistema: non si lascia tracciare affettivamente, non produce fidelizzazione, non si sedimenta in nessun luogo. Questa è la tensione che Andersen individua nei sistemi logistici contemporanei, da una prospettiva queer, dove il lavoratore ideale della supply chain globale deve essere presente e assente nello stesso momento, deve muoversi senza lasciare traccia di sé.

Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Installation view, Fondazione Elpis, Agostino Osio – Alto Piano Studio

La logistica capitalistica e il cruising, una forma di conoscenza spaziale fondata su percezione reciproca e codici condivisi, condividono una stessa materia prima: il movimento nello spazio sotto condizioni di vincolo. In entrambi i casi il corpo si muove dentro infrastrutture che non ha costruito e che non gli appartengono. Container, hub, last mile delivery, supply chain, timbri e sigle: il sistema logistico globale instrada corpi, merci e veicoli secondo algoritmi di efficienza. Nessun ritardo, nessuna deriva, nessun attrito. I magazzini di navi, mercati, le piattaforme di delivery, i terminal portuali sono spazi progettati per eliminare qualsiasi movimento non funzionale. Il cruising introduce esattamente ciò che la logistica vuole espellere, l’attenzione laterale e la relazione interpersonale. Deborah Cowen, in The Deadly Life of Logistics del 2014, aveva parlato di logistica come «infrastruttura del capitalismo globale, diffuso principalmente nei contesti militari della Seconda Guerra Mondiale e della Guerra Fredda. Quindi, mai neutrale».

Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Verkstadskärra 3 (Ångenhet), 2026 Fondazione Elpis, Agostino Osio – Alto Piano Studio

Il lavoro di Andersen si colloca precisamente in questo nodo. Osservare ambienti di lavoro a maggioranza maschile con un’attitudine da cruising significa portare dentro quei sistemi una forma di attenzione queer: lenta, laterale, corporea, non ottimizzata. Come sottolinea il curatore Gabriele Tosi, «La logistica è il frutto del capitalismo contemporaneo, anche in contesto bellico, in cui corpi e merci seguono la coreografia dello stesso flusso. Le sue opere mostrano come ciò che percepiamo come cura e benessere sia spesso il risultato di sistemi progettati per orientare i nostri comportamenti».  L’idea che Villiem ci porta è che cura e distruzione possono abitare lo stesso spazio, uno spazio in cui war-fare e wel-fare, concetti solo in apparenza opposti.

I tre piani di fondazione Elpis sono costruiti tematicamente come un grande “spazio aziendale”, un ufficio corporate su più livelli dove regnano norme, standard e deviazioni, cura e controllo. Al piano terra e nel cortile esterno l’artista esplora i corpi e il suo corpo nei sistemi logistici, dove il lavoro umano si riduce a mansione. Al primo piano, l’ufficio “effettivo”, si trovano dispositivi di isolamento e prossimità, mentre nel basement le “aree di servizio” e una scenografia da club notturno. Nel cortile, un veicolo blindato contiene una sauna spenta.

Miklos Andersen
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Installation view, Fondazione Elpis, Agostino Osio – Alto Piano Studio

Architettura del controllo: la costruzione dello spazio nella mostra di Miklos Andersen

Just-in-time (2025), l’opera in apertura, enuncia questo doppio registro dal suo titolo, che richiama il principio gestionale della produzione snella (lean production), formulato da Toyota negli anni Cinquanta. Applicato a un trasportino per animali destinato ai cieli di New York, che Villiem recupera intoccato con le etichette sopra scritte a mano, è un protocollo, Una fasulla “condizione di comfort”, che l’artista riproduce fedelmente in vetro colorato, glamour e kitsch. Ma anch’essa è inaccessibile, rimane gabbia. L’intarsio Smooth Operator del 2026, composto di legni di Mysore, in Cina, con una tecnica artigianale meticolosa, e la cui immagina è prodotta da intelligenza artificiale, rappresenta una sauna, due donne, tre maiali in posizione da allevamento, piante costrette in una serra nella serra. Un ambiente a temperatura controllata, dove umani, piante e animali condividono un “benessere” organizzato. Sempre a intarsio, Villiem realizza la serie Transaction del 2024, opere tutte incorniciate in cassa da imballaggio di legno originale. In una di queste si ritrae, piangente, con le braccia incrociate che sostengono un carico di carote sul punto di scivolare. Il gesto rimanda al faticoso lavoro rurale della Selandia occidentale, in Danimarca, da dove proviene l’artista, associato a forza e mascolinità. Negli altri intarsi vediamo i dettagli di mani che lavorano a Rungis, Parigi, il più grande mercato di prodotti freschi all’ingrosso del mondo, dove scansionano codici a barre, smistano merci, contano le scorte, bevono un caffè.

Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Installation view, Fondazione Elpis, Agostino Osio – Alto Piano Studio

Nel cortile di Elpis, tra i palazzi, un veicolo blindato contiene una sauna spenta. La sauna ricavata dalla riconversione del blindato, un rimorchio-officina militare modello Verkstadskärra 3, è stata trasportata da Andersen da Gotland, isola svedese strategicamente rilevante durante la guerra fredda per la sua vicinanza alla Russia, fino a Fondazione Elpis attraverso Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Francia e Austria. Solo ventuno giorni di viaggio in cui l’artista guida personalmente il rimorchio, con due compagni, assumendo il ruolo di camionista e situandosi fisicamente all’interno dell’infrastruttura che il lavoro indaga. Uno strumento di mobilità coercitiva viene sottratto alla sua funzione e trasformato in spazio di cura collettiva, che nonostante tutto rimane escludente. Tutto il viaggio è stato documentato in un road movie, nello schermo all’interno, che rende visibile lo sforzo necessario a mantenere il “sistema” in funzione: la fatica che la logistica capitalistica sistematicamente nasconde, presentando la circolazione delle merci come se fosse un processo naturale e automatico. «Quanto è difficile spostare una struttura di benessere che appartiene a un luogo in un altro luogo», dice Andersen.  La questione è geografica, culturale e politica insieme.

Miklos Andersen
Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Water Cooler, 2023, Fondazione Elpis, Agostino Osio – Alto Piano Studio

Nel basement interrato, l’artista unisce coreografie da club notturno newyorkese, con le bottiglie d’acqua Poland Spring, marca iconica della scena newyorkese, e aree di servizio di zone di transito, desiderio, micro-socialità. Gli orinatoi Water Sports (2024), rifatti in quercia e rovere sul modello delle aree di servizio tedesche, introducono nella fascia solitamente dedicata alla pubblicità una sequenza di immagini della nave cargo che ogni giorno entra nel fiordo di Narvik, porto strategico per l’esportazione di minerale di ferro dal nord della Svezia. La nave entra nell’insenatura, indugia, riparte a pieno carico. Il gesto si ripete, fotografato dall’artista in una modalità volutamente voyeuristica ed erotica.

Miklos Andersen
Villiam Miklos Andersen, Consignment № 28 (Franky on my ledger), 2021. Intaglio type digital halftone print, acrylic glass, acrylic nuts and bolts, 80 x 60 x 4 cm. Courtesy the artist

Il primo piano è concepito come un ufficio che si occupa di norme e deviazioni dalla norma: uno spazio aziendale che diventa surreale, che ospita momenti di isolamento e prossimità. La serie Cabin (2024) e le strutture modulari traducono le unità logistiche del pallet europeo, il container, il modulo prefabbricato, in architetture minime che oscillano tra protezione ed esposizione, intimità e servizio. I volumi di toilette pubbliche o spogliatoi sono progettati sul modulo del pallet europeo, trasformato in struttura abitabile quasi fossero rifugi. L’intarsio e la scultura Water Cooler del 2026, rappresentano nella logica della mostra una sorta di sintesi e chiusura. Il classico distributore d’acqua da ufficio, trasformato in presenza scultorea di onice e bronzo, è simultaneamente uno dei dispositivi più banali degli ambienti di lavoro e uno dei più carichi di funzione relazionale. Il rito del caffè o dell’acqua con il collega preferito o in un incontro informale sono essi stessi sistemi di inclusione e esclusione, che replicano a scala minima le strutture di potere dell’organizzazione. Il boccione di onice, pietra formata da milioni di anni di deposito d’acqua, introduce una dimensione geologica che capovolge il tempo del consumo.

Smooth Operator, Villiam Miklos Andersen, Just-in-time, 2025, Fondazione Elpis, Agostino Osio – Alto Piano Studio

I costi emotivi del mantenimento di un “benessere”

Andersen non critica la logistica dall’esterno. La attraversa con la stessa attitudine con cui si attraversa uno spazio di cruising: con attenzione, con il corpo in allerta, cercando i punti in cui il sistema lascia uno spiraglio, un ritardo, una deriva, un incontro non previsto, attraverso cui qualcosa di diverso può passare. Le sue opere sono proposte epistemologiche che suggeriscono che il movimento potrebbe, e dovrebbe, avvenire diversamente. Cura e distruzione possono abitare lo stesso spazio, e questo ci spinge a chiederci: cosa siamo disposti a costruire e trasportare in nome del benessere? Dove finisce la protezione e dove inizia la guerra?

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