-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
L’estetica del pallone: il calcio diventa traccia pittorica con Marco Adamo
Mostre
Spesso ci si interroga sui confini dell’arte visiva e su come linguaggi ormai storicizzati possano trovare nuove declinazioni attraverso oggetti quotidiani. Cosa accade, ad esempio, quando la pittura incontra un elemento profondamente radicato nell’immaginario collettivo e infantile come il pallone da calcio? Forma sferica perfetta, icona dinamica per eccellenza, il pallone è un oggetto che evoca intrinsecamente il movimento, la tensione e il rilascio di un’energia impressa da un corpo esterno. L’idea di trasformare questa energia in una traccia visiva ha radici nobili: già negli anni Cinquanta, pionieri come Robert Rauschenberg lavoravano sul trasferimento dell’impronta di un oggetto sulla superficie pittorica, catturando, ad esempio, il passaggio di un’automobile nel celebre Automobile Tire Print (1953) attraverso il calco di uno pneumatico inchiostrato . Inserendosi idealmente in questo solco, l’artista pugliese Marco Adamo porta l’azione su un piano ancora più fisico e muscolare, eleggendo il pallone da calcio a suo personale strumento pittorico.
Classe 1990 e con un passato da calciatore professionista nei campionati pugliesi e romani, Adamo conosce bene la liturgia del campo: la disciplina, la rigidità delle regole agonistiche e l’ossessione per l’obiettivo, ovvero la porta. Interrotta la carriera sportiva a causa di una profonda crisi interiore, l’artista non ha abbandonato il suo strumento d’elezione, ma lo ha destrutturato, svuotando il calcio della sua ansia da prestazione per restituirgli la matrice più primordiale del gioco e della traccia.

Il suo processo creativo è un Action painting contemporaneo e profondamente fisico: laddove Jackson Pollock usava lo sgocciolamento ruotando attorno alla tela , Adamo usa il piede e la palla. Ricoperto di pittura acrilica – materiale scelto per la rapida asciugatura – il pallone viene calciato sulla tela rigida, dando vita a un risultato visivo che sfugge in parte al controllo dell’artista. La forza dell’impatto, la quantità di colore e l’attrito generano infatti composizioni imprevedibili, costellate da schizzi radiali che registrano l’energia cinetica dell’azione e trasformano la «pallonata» in puro linguaggio visivo.
È proprio questo processo a prendere corpo all’interno degli spazi della SimonBart Gallery, in un percorso espositivo intitolato Open Field che permette di osservare da vicino l’evoluzione formale di Adamo. La mostra si apre con sperimentazioni materiche ben visibili in lavori come America (2025), dove l’impronta dell’acrilico incontra finiture metallizzate, per poi snodarsi attraverso tele che mappano le diverse traiettorie e intensità del gesto. Si passa così dalla leggerezza di opere come Chirottero (2024) fino alla densità di pallonate e colori contrastanti di Terra Calma (2024), restituendo al visitatore una vera e propria grammatica dell’impatto.
Il culmine, quasi teatrale, dell’allestimento si raggiunge in una stanza isolata dal resto del percorso, dove una studiata illuminazione site-specific con lampade UV fa brillare le vernici fluorescenti utilizzate in un’ultima, suggestiva serie di lavori. Pur reiterando questa tecnica pittorica divenuta la sua inconfondibile cifra stilistica, Adamo lascia totale libertà interpretativa a chi guarda: in fondo, tutti noi abbiamo avuto a che fare con una palla, e questo innesca un cortocircuito emotivo capace di riportarci inevitabilmente alla spensieratezza della sfera infantile.

L’esperienza bolognese di Adamo non si esaurisce però nel perimetro espositivo, ma si dilata in un progetto corale nato dall’inedita sinergia tra tre mondi distinti: l’arte contemporanea rappresentata dalla SimonBart Gallery, l’impegno sociale promosso dall’associazione OBLQA APS e lo sport, sostenuto dal patrocinio del Bologna Football Club 1909. Questa triplice collaborazione ha espanso letteralmente il “campo” d’azione, portando l’artista all’interno dello stadio Renato Dall’Ara per una performance inedita in cui ha condiviso la tela con tre calciatori professionisti del club rossoblù: Federico Bernardeschi, Lorenzo De Silvestri e Riccardo Orsolini.
Agli atleti è stato chiesto di calciare otto palloni intrisi di colore verso una tela anziché verso la rete, dando vita a un’operazione concettualmente densa: l’atleta, abituato a un controllo millimetrico del gesto per scopi agonistici, si ritrova proiettato in un’azione liberatoria, sospesa e incerta, in cui il campo da gioco sfuma naturalmente in quello pittorico. Open Field diventa così non solo un’opera d’arte tangibile, ma la reliquia di un happening collettivo dove la molteplicità dei segni lasciati dalle diverse pallonate – chiara testimonianza visiva di un lavoro a più mani – dimostra come l’obiettivo superi la mera produzione artistica per farsi pura celebrazione della collettività.

Questo sconfinamento dello sport nell’arte ha inoltre una vocazione fortemente sociale, poiché, oltre a generare una riflessione sull’abbattimento delle sovrastrutture e sul ritorno alla dimensione infantile del gioco, il progetto sostiene concretamente Bimbo Tu, associazione bolognese dedicata all’assistenza dei bambini con patologie neurologiche. Per enfatizzare la natura inclusiva dell’evento, l’opera corale realizzata allo stadio accoglie i visitatori già dall’esterno della galleria, posizionata nella vetrina affacciata su via Farini: qui, a rafforzare l’impatto immersivo dell’installazione, la grande tela è affiancata dai palloni utilizzati per la sua realizzazione e da un frammento dell’erba sintetica su cui si è svolta l’azione, ricreando idealmente il setting del Dall’Ara agli occhi dei passanti.
Varcata la soglia, la narrazione prosegue attraverso i restanti «materiali di scena» custoditi all’interno di teche, tra cui le scarpe da calcio indossate dai giocatori e una copia cartacea del Corriere dello Sport contenente l’articolo dedicato alla performance. L’opera è infine sigillata e resa inequivocabilmente identitaria attraverso lo stemma del Bologna FC, che emerge in negativo dalla miriade di pallonate grazie a uno stencil posizionato dall’artista sulla tela intonsa prima dell’azione e rimosso solo alla fine per rivelare il logo della squadra. Questa opera collettiva, affiancata da una raccolta fondi, verrà successivamente donata proprio al club.
Con Open Field, Marco Adamo ci dimostra che l’arte visiva può ancora sorprendere: nato dall’incontro tra galleria d’arte, terzo settore e istituzione sportiva, il progetto agisce come un tessuto connettivo capace di far dialogare realtà apparentemente governate da regole distanti. Liberato dal peso del rigore tattico, un semplice pallone scagliato contro una tela ci ricorda la necessità umana più autentica: quella di consumare energia liberamente, tornando bambini.









