23 aprile 2026

Partecipare alla cultura non basta: è necessario condividere il potere

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Tra retoriche e pratiche, come ripensare le modalità di partecipazione culturale oggi è diventato un dibattito necessario: dal libro di Bovio e Ponte di Pino al festival LIFE di ZonaK

Politico poetico, Teatrodellargine

La partecipazione è diventata una parola passepartout. Sta nei bandi, nei progetti europei, nei programmi culturali, nei piani di rigenerazione urbana. È promessa di democrazia, inclusione, condivisione. Ma proprio per questo rischia di essere svuotata: più la si usa, meno è chiaro cosa significhi davvero.

Non è un problema nuovo. Già negli anni Sessanta Sherry Arnstein provava a mettere ordine con la sua celebre “Scala della partecipazione”, distinguendo tra livelli che vanno dalla manipolazione e dalla “terapia” – forme di pseudo-partecipazione – fino al controllo cittadino. Il punto era semplice e radicale: non tutta la partecipazione è uguale. E, soprattutto, non tutto ciò che viene chiamato partecipazione lo è davvero. Oggi quella scala torna utile più che mai. Perché termini come engagement, audience development, coprogettazione o direzione partecipata sembrano aver sostituito il problema con il vocabolario. Si moltiplicano le pratiche ma non sempre cresce il potere reale dei soggetti coinvolti.

L’engagement, per esempio, nasce nel marketing e nelle politiche culturali come misura dell’interazione: clic, presenze, reazioni. Ma coinvolgere non significa necessariamente condividere decisioni. Allo stesso modo, l’audience development promette di ampliare e diversificare i pubblici ma può restare una strategia di accesso, non di trasformazione. Più scivolosi ancora sono i termini come coprogettazione o direzione partecipata: evocano un orizzonte di orizzontalità, ma spesso si fermano a una redistribuzione limitata delle responsabilità, senza toccare davvero le asimmetrie di potere. La partecipazione diventa così una retorica necessaria (quasi obbligatoria) ma non sempre efficace.

La partecipazione alla cultura come urgenza politica

Che il tema sia tutt’altro che astratto lo dimostra anche il recente focus sulla partecipazione all’interno del festival LIFE di ZonaK a Milano, dal 30 aprile al 21 maggio 2026 Non un semplice contenitore di eventi ma un vero dispositivo di riflessione collettiva: tre momenti di indagine e confronto sulle pratiche artistiche partecipative, sulle politiche culturali e sui movimenti dal basso, letti come possibile antidoto alla crescente polarizzazione sociale e alla crisi delle istituzioni democratiche.

Joan Subirats

L’apertura è affidata alla lectio magistralis di Joan Subirats, Democrazia nell’era dell’accelerazione, che pone una domanda cruciale: quali sono oggi i nuovi spazi del “noi”? In un tempo segnato da frammentazione e velocità, la partecipazione non è più solo una questione di accesso, ma di ricostruzione di legami. Fanno seguito due giornate che rendono ancora più concreta la questione. Da un lato, le Buone Pratiche del Teatro curate da Ateatro, che interrogano l’impatto artistico, sociale e culturale delle pratiche di co-progettazione e co-creazione. Dall’altro, il lavoro di cheFare, che propone un excursus sulla complessità del “prendere parte”, smontando e analizzando proprio quella stratificazione semantica che spesso diamo per scontata.

È interessante notare come qui tornino, in forma viva, tutte le tensioni già individuate da Arnstein: tra partecipazione come strumento e partecipazione come redistribuzione del potere, tra inclusione e conflitto, tra processo e risultato.

Una parola inflazionata, una pratica da ripensare

È in questo spazio ambiguo che si inserisce Per una cultura della partecipazione, curato da Gloria Bovio e Oliviero Ponte di Pino (Mimesis, 2026). Il libro parte proprio da qui: dalla constatazione che la parola partecipazione è ormai inflazionata nel vocabolario culturale contemporaneo. Non per negarne il valore ma per rimetterla in tensione.

Si tratta di un volume corale, che attraversa ambiti diversi, dallo spettacolo dal vivo all’arte contemporanea, dalla rigenerazione urbana al patrimonio, mettendo a fuoco la partecipazione come pratica concreta, situata, mai risolta una volta per tutte.

Uno degli aspetti più stimolanti è proprio il rifiuto di offrire ricette. Il libro lavora piuttosto su casi, esperienze, tentativi, mostrando come la partecipazione sia sempre un campo di negoziazione: tra istituzioni e comunità, tra artisti e pubblici, tra progettazione e imprevisto.

In questo senso, emerge con forza una questione centrale: non basta attivare processi partecipativi, bisogna interrogarsi sulle condizioni in cui avvengono.

La soglia della partecipazione

Uno dei nodi che attraversano il libro e che risuona anche nelle pratiche osservate al LIFE, è quello della “soglia”: quando si può dire che la partecipazione è reale?

Non basta essere coinvolti, né essere invitati. La partecipazione autentica implica una ridefinizione delle relazioni: tra chi progetta e chi prende parte, tra chi detiene risorse e chi le utilizza.

Da questo punto di vista, il libro è prezioso perché non cade nella retorica celebrativa. Al contrario, mette in luce anche le ambiguità e i rischi: la partecipazione può essere usata come dispositivo di legittimazione, come forma di consenso, persino come scarico di responsabilità.

Ed è qui che il dialogo con esperienze come quelle di ZonaK diventa fertile: perché mostra come la partecipazione, per essere significativa, debba attraversare anche il conflitto, l’incertezza, la possibilità di fallire.

Oltre la partecipazione alla cultura (o dentro?)

Il merito principale del volume è forse quello di riportare la discussione su un terreno meno ideologico e più operativo. Non chiede “se” partecipare, ma come e a quali condizioni. La vera questione non è aumentare le occasioni di partecipazione ma spostarsi lungo la scala di Arnstein. Passare dalla consultazione alla co-decisione, dalla presenza alla responsabilità. Questo implica anche una revisione dei ruoli: le istituzioni culturali non possono limitarsi a “coinvolgere” ma devono essere disposte a cedere potere. I professionisti devono ripensare le proprie competenze, le comunità devono poter incidere davvero.

Per una cultura della partecipazione non è un libro consolatorio. Non offre definizioni chiuse né modelli replicabili. È piuttosto un dispositivo critico: costringe chi lavora nella cultura a interrogarsi sulle proprie pratiche. E forse il suo valore sta proprio qui: nel ricordarci che la partecipazione non è un obiettivo raggiunto ma una tensione continua. Una soglia, appunto, che si sposta ogni volta.

In un momento in cui la parola rischia di diventare un’etichetta obbligatoria, questo libro, insieme a spazi di confronto come quelli attivati da ZonaK, prova a restituirle spessore. Non basta dire “partecipazione”: bisogna chiedersi chi decide, chi parla, chi resta fuori. E soprattutto: quanto siamo disposti, davvero, a condividere il potere.

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