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Installazioni di luce sul Canal Grande: le nuove torri di vetro di Dale Chihuly
Arte contemporanea
di redazione
Venezia, per il grande maestro del vetro Dale Chihuly, è da sempre stata una vera e propria forza gravitazionale: un campo magnetico capace di deviare il corso della sua intera ricerca artistica, un luogo dove il suo linguaggio è stato forgiato e influenzato. Trent’anni dopo aver trasformato la città e i suoi canali con lo storico e dirompente intervento del 1996, l’artista di Seattle ritorna oggi in laguna con una nuova sfida formale.
CHIHULY: Venice 2026, presentato dalla Pilchuck Glass School e dal Frederik Meijer Gardens & Sculpture Park, si propone così come il riflesso di un dialogo ininterrotto tra la millenaria sapienza vetraria veneziana e la visione contemporanea e dirompente di Chihuly.
Il cuore pulsante dell’esposizione si snoda lungo il Canal Grande, dove tre sculture monumentali agiscono come fari cromatici, ridefinendo il rapporto tra architettura e acqua: installazioni site specific che chiunque, in questi giorni di pre-apertura della 61. Biennale di Venezia, può ammirare attraversando il ponte dell’Accademia o passando in battello sul Canal Grande.

La Gold Tower (2025), che svetta per oltre nove metri nel giardino di Palazzo Franchetti, è un’esplosione verticale di dinamismo centrifugo. Qui, la luce zenitale di Venezia penetra tra le forme soffiate, virando dalla trasparenza del miele a tonalità ambrate più profonde, creando un riverbero che muta radicalmente a seconda delle ore del giorno e dell’inclinazione del sole. Poco distante, presso Palazzo Balbi Valier, la Blue Green Tower (2025) sceglie una strada più rigorosa ma altrettanto potente: blocchi di blu profondi ancorano la struttura alla base, stabilizzandola visivamente sull’acqua, mentre verso l’alto si intrecciano verdi vibranti in un chiaroscuro naturale che sembra respirare all’unisono con la marea.

A completare il trittico acqueo è l’End of the Day Chandelier (2025), sospeso sulla terrazza di Palazzo Querini alla Carità. Composto da centinaia di elementi — viticci, bulbi e spirali — l’opera ruota attorno a un asse gravitazionale centrale, sfidando la percezione stessa di peso e materia. Il nome è un omaggio colto alla quotidianità della fornace: il vetro “di fine giornata” era quello che i maestri muranesi recuperavano dai crogioli per creare oggetti liberi. Chihuly trasforma questo scarto in un’epifania di colori primari.
Tuttavia, per comprendere appieno l’impatto di Chihuly, è necessario varcare la soglia dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti a Palazzo Loredan. Qui, la curatrice Suzanne Geiss ha allestito un centro archivistico e interpretativo che raccoglie fotografie, appunti di produzione, filmati e persino i fax originali del 1996, per ricostruire la titanica impresa di Chihuly Over Venice. È un viaggio nel processo creativo, nella logistica complessa di chi ha voluto portare quattordici lampadari monumentali in Laguna, rompendo la sacralità delle mura della fornace per portare il vetro nella strada.

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