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Sulla linea fragile tra il presente e l’opera: intervista a Bertozzi & Casoni
Arte contemporanea
Un mazzo di fiori in un flacone di detersivo davanti a un affresco religioso: non è il gesto di routine di un fedele della domenica ma Sole di Bertozzi & Casoni, opera permanente realizzata nel pieno centro storico di Castelnuovo Rangone per la famosa Madonna con Bambino del 1527. Il progetto, a cura di Alessandro Mescoli, Massimiliano Piccinini e Giorgia Cantelli, è stato inaugurato alla fine dello scorso anno – frutto dalla collaborazione tra il Comune, l’associazione Ricognizioni sull’arte, lo Studio Appari e il palazzo municipale – ed è nato per valorizzare il punctum del paese attraverso il più umile degli oggetti votivi, trasformato in opera preziosa e imperitura. Abbiamo incontrato Giampaolo Bertozzi per esplorare meglio il dialogo tra sacralità, téchne e immaginario popolare di ieri e di oggi.

Attraverso il famoso flacone di detergente, Sole sembra alludere alla luce salvifica e incarnare la devozione popolare. Come è nata l’opera e la scelta di legare proprio questo oggetto all’affresco del 1527?
«Sole non è frutto di una vera e propria committenza, ma è nata da un rapporto e un coinvolgimento tra amici che ci ha condotti a questo progetto. Nel nostro lavoro facciamo spesso prelievi dal mondo reale: diamo una seconda opportunità agli oggetti che raccogliamo e ricreiamo, spostandone il significato da funzionale ad estetico. Dopotutto, è quello che ha sempre fatto l’arte: trasformare il vero in sembiante.
La scelta di questo oggetto in particolare nasce in effetti proprio dalla scritta “Sole” e dalla possibilità di trasformarlo in un piccolo vaso – come era abitudine fare nelle nostre campagne, nei pilastrini votivi disseminati ovunque dove venivano posti mazzolini di fiori di campo accanto alle icone della Madonna. Per questo, l’opera nasce da un’idea simbolica devozionale e si riferisce al Sole come immagine di luce e speranza, la stessa che chiediamo come grazia alla Madonna».
È la prima volta in cui una vostra opera si confronta con dimensione diversa da quella del museo, della galleria o della collezione privata?
«No, non è la prima volta che una nostra opera si confronta con luoghi e occasioni estranei alla dimensione “protetta” dell’arte: abbiamo realizzato diversi progetti che hanno coinvolto il nostro lavoro fuori dalle classiche dimensioni espositive. In generale, direi che il nostro approccio non subisce modifiche in relazione alla destinazione finale: ogni opera nasce sempre dalla stessa fonte, ovvero una nostra profonda tensione interna».

Molte delle opere Bertozzi & Casoni interrogano il concetto di vanitas quando la ceramica imita il mondo organico e lo scarto. In questo caso, perché i fiori sono stati fissati nel loro essere freschi?
«In questa composizione – ispirata all’idea del “vaso per caso”, progetto nato dalle forme trovate casualmente e utilizzate come vasi – la presenza floreale è costituita da fiori di campo. Si tratta di fiori semplici, eppure perenni come la devozione mariana: da qui la scelta di fissarli in una vividità eterna».

Arthur Danto sosteneva che la rivoluzione delle Brillo Boxes di Warhol stesse nell’aver reso l’arte, indistinguibile dalla realtà comune, un mero atto di fede. Più di cinquant’anni dopo, come si inserisce la vostra ricerca – a tendenza iperrealista e che sceglie elementi come la scatola Brillo – in questa riflessione?
«Nel nostro lavoro l’iperrealismo non è del tutto iperrealismo. L’idea è quella di rifare l’oggetto e, facendolo, cambiarlo, cogliendo la realtà con uno sguardo personale – anche quando l’esito formale può sembrare di natura iperrealista. Prendiamo come esempio proprio le Brillo Boxes che abbiamo iniziato a realizzare nel 2005: per noi le scatole Brillo non sono oggetti in sé, ma soggetti di una storia, tanto che si animano con piccoli animali, rifiuti ed elementi quotidiani.
La nostra formazione è avvenuta in un istituto professionale, dove abbiamo studiato la storia e la tradizione della ceramica, e tra i nostri maggiori riferimenti c’è sicuramente Bernard Palissy: molte delle nostre intuizioni vengono da lì.
Il nostro approccio dunque è diverso anche da quello della pop art storicizzata e dal consumismo. Piuttosto, direi che ci inseriamo in maniera ibrida nell’universo popolare: gli oggetti che ricreiamo – e che spesso vengono colti come “pop” – entrano nel nostro lavoro come qualunque altra forma o elemento quotidiano. Per questo, definiamo spesso le nostre opere “contemplazioni del presente”».
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