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Luce materia di costruzione: Alfredo Pirri in mostra a Catania
Mostre
Fare cose, di luce, di colore, di forme e di volumi. In generale “fare cose” non serve a precisare cosa, ma ad individuare la necessità di porsi davanti al senso del fare, che solitamente è mosso dal pensiero. Per questo motivo non poteva esistere titolo più accurato per raccontare la mostra di Alfredo Pirri presso Fondazione Brodbeck a Catania, curata da Cesare Biasini Selvaggi e Gianluca Collica, perché nel “fare cose” risiede il valore di pensarle, di interrogarle nel loro modo di venire al mondo e quindi del modo di essere percepite.
Concepita appositamente per gli spazi della fondazione catanese, la retrospettiva di Alfredo Pirri raccoglie opere prodotte dal 1988 ad oggi, un lasso di tempo particolarmente dilatato, ma in cui la matrice architettonica e le modalità di ripensamento della percezione spaziale rimangono un valore costante, denso di sana ossessione e poeticità. Non a caso, la forte amicizia che nel tempo si è consolidata tra Pirri e Paolo Brodbeck, nasce proprio da una rilettura degli ampi ambienti della fondazione già vent’anni fa, quando l’artista progetta e disegna delle ampie vetrate arcuate che sfruttavano la luce come elemento quasi scultoreo, per gesticolare con la storia di quello spazio industriale e i suoi colori.

È da questi approcci sensibili che si sviluppa l’intero lavoro di Alfredo Pirri, ragionando sull’autosufficienza di un’architettura che si forma e si sintetizza attraverso rapporti diretti con luce e materia, rendendosi luogo espanso di possibilità e facendosi opera. Si potrebbe affermare che l’architettura è la metodologia semantica con cui l’artista indaga il paradigma tra spazio vivibile, nonché attraversabile, e spazio sensibile da cui si viene attraversati.
Un concetto interamente condensato nell’opera “Cure” del 2026, un’installazione ambientale in tufo di Lentini – originariamente concepita per la Biennale di Venezia “Aperto ’88” di Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann – di forte carattere scenografico poiché assurge a luogo attraversato non soltanto dal suo visitatore, ma dalla luce proveniente da un lampione colorato che regge il centro in questo proto-cortile novecentesco e dalla vita che si manifesta nell’erba crescente sul pavimento. Un luogo di possibile memoria condivisa e che apre a dimensioni immaginative che si sospendono nel tempo.

La mostra riesce a tradurre in modo sincero il senso del tempo nella pratica di Pirri. Si tratta di un tempo privo di linearità, dove passato, presente e futuro si pongono sulla stessa coordinata. Un esempio caratterizzante in tal senso è l’opera-archivio “RWD-FWD”, che cita il sistema di tasti dei registratori con cui era possibile muoversi avanti e indietro sul nastro della cassetta. In modo analogo l’archivio di Pirri, concepito come nucleo di un sistema di riferimento, disallinea temporalmente i propri appunti, gli schizzi e i progetti passati e futuri, codificando un singolo punto di possibilità in cui tutto esiste contemporaneamente.
Fare cose, in linea alla poetica di Alfredo Pirri, si configura come sfida alla percezione di ciò che l’artista stesso fa accadere, coniando un linguaggio artistico e architettonico in cui i volumi e i colori sono punti di riferimento per orientarsi, che si manifestano per mezzo di una luce che è a sua volta materiale costruttivo, sempre cangiante e in grado di svelare in modo imprevedibile i frammenti di immaterialità calpestabile e abitabile. Ciò che ne deriva è il complessivo sentimento di appartenere a qualcosa, il desiderio di costruire un luogo proprio in cui non ci si senta mai intrappolati dal tempo e dalle mura. Il sogno di fare cose che esistano per esistere.

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