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L’isola di San Giacomo a Venezia diventa il nuovo centro culturale della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Arte contemporanea
È immersa in un paesaggio con una forte identità naturalistica segnato da costellazioni di isolette e barene disperse sul mare, la laguna di Venezia. L’isola di San Giacomo in Padulo è un archivio storico vivente, prima monastero, poi temporaneo lazzaretto e infine presidio militare in epoca napoleonica. Qui le memorie del passato accolgono l’arte del presente nella nuova Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. È la terza sede italiana dopo quella di Torino e quella di Guarene, nel cuneese. «Un luogo adatto per ospitare mostre, opere e residenze, perfetto per assecondare i tempi lenti della ricerca artistica e favorire dialoghi e incontri tra artisti e artiste, teorici e studiosi di tutte le discipline», precisa Patrizia Re Rebaudengo. D’altra parte, la laguna veneziana è uno di quei luoghi che sembrano sospesi tra geografia e immaginazione.

Esiste grazie a un equilibrio delicatissimo tra mare, fiumi e intervento umano. Bellissima ma vulnerabile, viva ma in lento dissolvimento. Qualche assonanza con il creare e il fare arte c’è. A rompere il suo silenzio, appena ci sia avvicina all’isola con il vaporetto, fino al 12 settembre 2026 sarà lo sventolare degli aquiloni realizzati dall’artista inglese Matt Copson, che spiccano nel cielo accompagnati dal suono di un’orchestrina con le musiche composte da Oliver Leith. È un’installazione creata per la mostra Fanfare/Lamenta, a cura di Hans Ulrich Obrist, in dialogo con l’abitante principale dell’isola, il vento. Sono sculture volanti che svettano sopra i tetti delle due Polveriere e si muovono grazie alle correnti d’aria: la prima è una serie di occhi che guarda la laguna e chi arriva, l’altra, più grande, ha la forma di un corpo cavo dal colore nero. Danzano producendo un suono che ricorda il ronzio di uno sciame.

Le altre sculture definitive che spiccano prima di sbarcare sono un razzo dell’artista polacca Goshka Macuga, un albero rosa di Pamela Rosenkranz, una chiesa storta di Hugh Hayden, una scritta potente di Claire Fontaine, una sirenetta fuori forma di Thomas Schütte e un’opera di Mattia Garcia Torres. Gli obiettivi sono chiari anche per chi avesse dei dubbi prima di posare i piedi nel terreno sabbioso dell’isoletta, non avere confini nel perlustrare la scena dell’arte internazionale e portarla qui come nuovo seme da far germogliare. Come avviene nelle altre sedi, d’altra parte. Le diverse destinazioni di mostre sono le due Polveriere di età napoleonica, oggi trasformate in spazi espositivi. In una prosegue la mostra di Matt Copson, che ci riporta alla sua pratica artistica che non vuole una produzione “da museo”.

In un grande spazio buio spiccano delle immagini in movimento disegnate dalla luce polarizzata di un raggio laser, vengono continuamente ridisegnate: rincorrendo la propria coda, non completano mai la loro forma e restano in un presente infinito. Copson ricrea i personaggi animati che sono davvero in movimento e conservano una vitalità propria. Nell’altra polveriera, quella Ovest, la mostra dal titolo Don’t have hope, be hope! tratto da un dipinto di Walter Price del 2024 è invece una sorta di allestimento museale che offre uno sguardo sulle linee di ricerca che hanno caratterizzato la pittura figurativa nel mondo. Racchiude molti lavori della Collezione Sandretto Re Rebaudengo e la lista è lunghissima, così come sono numerose le forme espressive che affronta. Mostrandoci le differenze e le assonanze. Da Michael Armitage a Lucas Arruda, da Christine Ay Tjoe a Matthew Barney, da Cecily Brown a Justin Caguiat, passando per Andra Ursuța, Maurizio Cattelan, Anish Kapoor.

Dall’ecologia della mente all’ecologia ambientale: quest’isola è un avamposto per il futuro. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Venezia può dare qualche suggerimento ai musei perché è un esempio unico in Italia sul tema della relazione tra biomuseologia e conservazione, in coerenza con le linee d’indirizzo del Ministero della Cultura per la diminuzione dell’impatto ambientale di edifici e siti storici. Si accorda, d’altra parte, con la nuova definizione di museo proposta dall’ICOM nel 2022, un’istituzione «al servizio della società» che, oltre alle missioni tradizionali, «promuove la diversità e la sostenibilità». Per esempio, con la piena valorizzazione dell’esistente.

I materiali non riutilizzabili derivanti dallo sgombero degli edifici storici sono stati smaltiti come rifiuti, mentre i materiali compatibili al riutilizzo sono stati recuperati secondo una logica di economia circolare: decine di migliaia di mattoni originali sono stati puliti a mano, e reimpiegati nel restauro conservativo e nelle pavimentazioni dei percorsi pedonali esterni. Parallelamente, il progetto ha previsto la riqualificazione paesaggistica con la messa a dimora di nuovi alberi, per restituire all’isola il suo assetto naturale e a inserirla in una visione di sostenibilità ambientale. L’apertura sarà graduale: inizialmente sarà visitabile durante le inaugurazioni delle mostre e le Biennali e su prenotazione. È attualmente in costruzione un molo per l’attracco dei vaporetti: in accordo con il Comune di Venezia ci sarà fermata a richiesta a San Giacomo sulla Linea 12 ACTV sulla tratta Murano-Burano.
L’isola di San Giacomo si configura così come un nuovo polo culturale che mantiene un dialogo con il sistema internazionale dell’arte e, allo stesso tempo, di radicarsi nel contesto specifico della laguna veneziana.
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