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Festa della Repubblica: la storia delle partigiane torna alla luce nella mostra di Gaia De Megni
Arte contemporanea
Fino al 13 settembre, gli spazi milanesi di via Federico Confalonieri 14 accolgono un progetto espositivo che si interroga sui vuoti della storiografia ufficiale. Coincidendo con le celebrazioni per gli ottant’anni trascorsi dalla nascita della struttura repubblicana nel nostro Paese e dall’estensione del diritto di voto a tutta la popolazione, la Casa della Memoria ospita Per un’antologia delle ombre, mostra personale dell’artista Gaia De Megni, curata da Salvatore Cristofaro e sostenuta da Careof. Un appuntamento che sceglie di non assecondare la classica retorica delle ricorrenze pubbliche, preferendo esplorare i territori meno illuminati della narrazione collettiva, laddove le vicende biografiche si fanno incerte o sbiadiscono del tutto. Ogni storia implica per sua natura un’esclusione: il narratore decide arbitrariamente cosa debba risaltare e cosa invece possa essere scartato. La mostra si muove proprio lungo questo crinale di instabilità.

Il percorso nasce da un’immersione profonda dentro i faldoni documentari custoditi nell’edificio, in particolare esaminando i materiali cartacei dei depositi dell’ANED e dell’Istituto Parri. Tra epistole autografe, fotoritratti e vecchie pagine di cronaca, De Megni ha rintracciato i profili di una moltitudine femminile che prese parte attiva alle vicende partigiane e alle battaglie contro l’assetto sociale dell’epoca, ma i cui nomi e lineamenti sono rimasti confinati in una posizione del tutto marginale.

La precarietà del ricordo: Medagliere alle Amanti
Nel cuore dell’ambiente espositivo si impone un’installazione che ribalta completamente i canoni iconografici della celebrazione istituzionale. L’opera, intitolata Medagliere alle Amanti, mima l’aspetto delle bacheche destinate alle onorificenze militari e ai riconoscimenti ufficiali del valore civile. Tuttavia, al posto dei metalli e dei nastri solenni, l’artista dispone profili vegetali ritagliati nella carta, appartenenti a differenti varietà botaniche.

Questo slittamento formale modifica radicalmente il senso del monumento. La scelta di un supporto così deperibile e comune, sottoposto all’azione degradante degli agenti esterni e del tempo, priva la struttura di qualsiasi pretesa di definitività e monumentalità. Non vi è la volontà di erigere un nuovo archivio eterno, bensì quella di esibire la fragilità stessa della conservazione e della perdita, ricordando come moltissime di queste figure storiche siano rimaste prive di un riconoscimento formale.

Abitare le lacune dell’archivio
Il linguaggio artistico attuale non agisce qui con l’intento di colmare i vuoti o spiegare gli eventi del passato tramite immagini illustrative. Al contrario, si colloca all’interno delle omissioni documentarie, accettando l’incompiutezza dell’indagine come dato fondamentale della nostra cultura. I petali cartacei che popolano l’allestimento richiamano visivamente le figure di cui si è persa la traccia biografica, trasformando la lacuna stessa in un elemento centrale della riflessione critica.

Il percorso si espande ulteriormente il 2 giugno, giornata in cui viene presentato e proiettato il video Afelio, che arricchisce la proposta espositiva estendendo la ricerca dell’artista verso nuove declinazioni temporali e concettuali. L’opera di De Megni si fa carico di una tensione irrisolta, posizionandosi in una zona di confine dove i dettagli rimossi smettono di essere semplici mancanze per tramutarsi in elementi che disturbano la fluidità del nostro presente, obbligando chi guarda a fare i conti con ciò che ancora oggi non trova un’adeguata legittimazione istituzionale.
Un’estetica della mancanza
In questo panorama visivo ideale, l’antologia non si configura come un catalogo chiuso, ma come un territorio aperto in cui la fluidità delle forme resiste a ogni tentativo di catalogazione rigida. Muovendosi tra le pareti della Casa della Memoria, le opere neutralizzano la distanza cronologica per parlare direttamente alla nostra quotidianità. L’arte si riappropria delle ombre, mostrandone il peso specifico e trasformando ciò che è rimasto a lungo invisibile nell’unica coordinata possibile da cui ripartire per osservare la complessità della nostra identità storica.













