14 giugno 2026

Other Identity #207, altre forme di identità culturali e pubbliche: Massimo Leardini

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Other Identity è la rubrica dedicata al racconto delle nuove identità visive e culturali e della loro rappresentazione, nel terzo millennio: la parola a Massimo Leardini

Untitled, 2020

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Massimo Leardini.

Massimo Leardini

OTHER IDENTITY:  Massimo Leardini

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Ogni atto artistico può essere visto come una sorta di “spettacolarizzazione” della nostra interiorità, un modo di comunicare e interagire con gli altri. In un’epoca in cui i confini tra privato e pubblico sono sempre più sfumati, con l´avvento dei social, l’arte può giocare un ruolo fondamentale nel riflettere questa trasformazione e nel farci interrogare su cosa significa “essere” in un contesto sociale e culturale in continua mutazione. Il mio lavoro, rappresenta il mio modo di comunicare, di trasmettere me stesso e le mie emozioni. Uso principalmente la natura, quindi ho un approccio di base naturalistico alla mia fotografia, ma trasmettere la realtà non m’ interessa».

Untitled, 2008

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Parto dal presupposto che ognuno di noi è un unicum. La mia identità nasce dalla mia infanzia, dai miei luoghi amati dalle persone che incontro e ho incontrato. La mia vita in Scandinavia (vivo a Oslo da 38 anni) ha influenzato moltissimo il mio modo di vedere, analizzare e lasciarmi andare, credere quindi nelle mie decisioni e nei miei sentimenti. Farmi apprezzare la natura e le persone in essa.

Ho utilizzato la natura come fonte di ispirazione nel mio lavoro per molti anni e in tutti questi anni è stata la mia tela. Gli esseri umani hanno una predisposizione ereditaria alla vita in natura: non abbiamo subito cambiamenti genetici decisivi nel corso di migliaia di generazioni, ma le nostre condizioni di vita sono cambiate drasticamente. Fisicamente, intellettualmente ed emotivamente siamo adattati alla vita nella natura che lo sviluppo ci ha rubato. Le attività all’aria aperta sono profondamente radicate nella cultura scandinava. È considerato un modo per entrare in contatto con la natura e il paesaggio. Questo concetto sta diventando sempre più importante nel mondo di oggi».

Untitled, 2015

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«Be, naturalmente conta per il fatto che indispensabile per comunicare e interagire con gli altri. L’importanza dell’apparenza sociale e pubblica è un tema complesso, soprattutto nel contesto dell’arte e della società contemporanea. Da una parte, l’apparenza sociale è un meccanismo di interazione, una sorta di linguaggio che facilita la comunicazione e la connessione tra individui. Nella società contemporanea, in particolare, l’apparenza pubblica — sia attraverso i media, che sui social network — è sempre più visibile e influente. In un certo senso, ciò che appare spesso determina ciò che viene percepito come autentico o valido. Questo fenomeno crea una dinamica in cui le persone (e anche le opere d’arte) sono costrette a confrontarsi con una sorta di “spettacolo” esterno, che può riflettere o distorcere la loro realtà interna».

Untitled, 2016

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Io credo che ognuno di noi è diverso e ha un proprio percorso. In un’epoca di sovrabbondanza di immagini, di informazioni e di riferimenti storici, culturali e tecnologici, il mio valore sta nell’abilità di dialogare con il mondo che mi circonda, dialogare con il passato, con il presente e con il futuro».

Untitled, 2018

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Sì, potrei essere definito come un “artista” nel senso che contribuisco alla creazione e alla riflessione culturale. Oggi, l’artista non è solo un creatore solitario che produce un’opera, ma qualcuno che interagisce, che rielabora ciò che già esiste, che attiva riflessioni e azioni nel pubblico. Quindi la risposta finale di essere un artista agli occhi del mondo non la do io ma la lascio al pubblico».

Untitled, 2019

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Bella domanda, anche se difficilissimo rispondere. Diciamo sceglierei un’identità che supera le limitazioni imposte da un singolo background culturale, che si nutre di ogni influenza, di ogni frammento di conoscenza e storia, e che crea ponti tra passato, presente e futuro».

Biografia

Nato a Cattolica, Italia, nel 1959, si trasferisce in Norvegia nel 1987 per amore e il suo modo di vivere la luce è cambiato profondamente da allora. Dalle spiagge dell’Emilia-Romagna, che con la sua luce e i suoi paesaggi hanno creato miti noti a tutto il mondo come Luigi Ghirri – si è ritrovato in questa lunga estate luminosa giorno e notte, in mare, laghi e foresta.

Nel lavoro di Massimo Leardini l’immersione nella natura e i corpi sono distinti e allo stesso tempo inscindibili. Ci sono dettagli, pieghe del corpo e della pelle che perdono ogni riferimento e vivono come frammenti.

L’acqua stessa, con le sue increspature, sembra diventare una pelle sottile e trasparente sotto cui si intravede la sabbia o si riflettono il cielo e gli alberi sfocati – negli scatti di Leardini non è mai un puro specchio, al contrario, acquisendo materialità di ciò che la circonda e la circonda diventa un soggetto vivo. Quando non ci sono dettagli geometrici nell’inquadratura si vedono volti femminili nordici. Immersi, appoggiati, avvinghiati: i corpi fotografati da Massimo Leardini sembrano fatti di marmo bianco su cui la luce cade su alberi, foglie, fili d’erba. I corpi delle persone immortalate nei suoi scatti, arcuati e piegati come Pepper numero trenta fotografata da Weston, si stagliano contro l’oscurità di un manto erboso, contro la sagoma nera di un lago. Nell’atmosfera sospesa e vibrante che emerge dalle sue immagini, non resta che imparare a perdersi, senza necessariamente chiedersi dove ci si trovi.

I suoi lavori sono stati pubblicati in diversi libri ed esposti ampiamente in tutto il mondo. Ha collaborato con riviste come Marie Claire, D La Repubblica, Vanity Fair, D2/Dagens Næringsliv, Elle, Jane, Whitelies, Personae e Union; ha ritratto Jens Stoltenberg, Pele´, Lily Collins, Wolfgang Tillmans e Iselin Steiro per citarne alcuni. Oltre ai ritratti, alla moda, ai nudi e ai paesaggi, il suo portfolio include lavori per clienti come SAS, Volvo, Asics, Ikea, Croce Rossa e Amnesty.

 

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