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Il MAST di Bologna dedica una grande retrospettiva ai maestri della fotografia industriale Bernd e Hilla Becher
Fotografia
Al MAST – Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia di Bologna si è recentemente aperta la mostra Bernd e Hilla Becher. History of a Method, un’importante esposizione che ripercorre l’intera ricerca dei due maestri della fotografia attraverso oltre 350 immagini in bianco e nero, accompagnate da materiali di approfondimento — libri, inviti, poster — spesso progettati dagli stessi artisti.
La mostra, ideata da Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur di Colonia in collaborazione con il Bernd & Hilla Becher Studio di Düsseldorf, è presentata dalla Fondazione MAST attraverso un nuovo allestimento realizzato congiuntamente dalle due istituzioni. Il percorso espositivo prende avvio dal contesto storico e socioeconomico entro cui, a partire dal 1959, si sviluppa la pratica fotografica dei Becher: la crisi degli impianti industriali legati soprattutto al carbone e all’acciaio, che in quegli anni investiva le grandi aree industrializzate della Germania, ma anche dell’Inghilterra, della Francia, del Belgio, dell’Italia e degli Stati Uniti.

Quelle architetture industriali, progressivamente destinate allo smantellamento, erano cresciute insieme alla vita delle fabbriche e delle comunità operaie che le abitavano. Attorno ad esse si era formata anche una memoria visiva fatta di archivi fotografici che documentavano con precisione scientifica la vita della fabbrica. Con la chiusura degli impianti, molti di questi archivi vennero dispersi o abbandonati, cancellando non soltanto strutture produttive, ma interi patrimoni di memoria collettiva.

La mostra è suddivisa in dieci sezioni, che ripercorrono le diverse modalità operative e i differenti soggetti affrontati dai due artisti. Il percorso si apre con i paesaggi industriali, dove emerge il rapporto strettissimo tra fabbriche, abitazioni e vita quotidiana. Emblematica è, ad esempio, la fotografia di Bethlehem, Pennsylvania (USA, 1986), che include in primo piano un cimitero, restituendo così, in un’unica immagine, la dimensione produttiva, privata e infine il destino finale della comunità. In queste fotografie il punto di vista è spesso rialzato, a volo d’uccello, con l’orizzonte alto, per offrire una descrizione il più possibile ampia e analitica del soggetto.

Il percorso prosegue con un caso di studio dedicato alla miniera di carbone Ewald Fortsetzung, nella regione della Ruhr, documentata tra il 1982 e il 1985. Qui emerge chiaramente uno dei metodi tipici dei Becher: la ripresa dello stesso soggetto da differenti angolazioni, costruendo uno “svolgimento” visivo capace di restituire il soggetto nella sua interezza. Le immagini vengono poi presentate in sequenza, affiancate l’una all’altra, creando continuità e completezza narrativa.

Le fotografie sono caratterizzate da condizioni atmosferiche e luminose costanti, che esaltano le gradazioni del grigio, la nitidezza dei contorni e una restituzione volutamente oggettiva del soggetto. Non vi sono forti contrasti chiaroscurali né effetti di drammatizzazione: tutto è affidato a una rigorosa neutralità dello sguardo.
Le diverse tipologie di immagini — torri di raffreddamento, torri di estrazione, torri idriche, gasometri e molte altre — vengono riunite in rigorose presentazioni seriali, organizzate secondo la forma razionale della griglia, con un minimo di nove fino a un massimo di ventiquattro esempi per ciascuna tipologia. In questo modo, il principio di ordine, classificazione e serialità che struttura il lavoro dei Becher diventa centrale, tanto da far riconoscere la loro ricerca come una delle matrici fondamentali dell’arte concettuale.

Si tratta inoltre di una fotografia elegante, rigorosa e accuratamente costruita, che adotta una visione simmetrica e centrale del soggetto, isolato al centro dell’immagine fino ad assumere una dimensione quasi monumentale, enfatizzata dall’orizzonte ribassato.
Un’altra sezione è dedicata alle abitazioni: da un lato le celebri case a graticcio riprese dalla fine degli anni Cinquanta, fotografate attraverso i caratteristici “svolgimenti”; dall’altro i condomini a tre piani degli anni Settanta, ripresi frontalmente, che restituiscono il comfort essenziale di queste abitazioni costruite dai proprietari delle fabbriche per gli operai.

La seconda parte della mostra si concentra sull’esposizione del 1969 Sculture anonime. Confronti tra costruzioni tecniche, cui seguì, nel 1970, il volume Sculture anonime. Una tipologia di edifici tecnici, articolato in sette capitoli dedicati ciascuno a una specifica tipologia architettonica e accompagnati da testi esplicativi. Questa operazione, fondata su un approccio sistematico e su un rigoroso impianto descrittivo dei soggetti fotografati, contribuì a consolidare il ruolo dei Becher all’interno delle ricerche minimaliste e concettuali, come testimonia anche la presenza nel volume di un saggio di Robert Morris. Non a caso, due anni dopo i due artisti furono invitati a documenta 5, mentre nel 1990 ricevettero il Leone d’Oro per la scultura alla Biennale di Venezia.

La mostra ricostruisce infine anche la formazione artistica dei due fotografi. Bernd Becher (1931-2007) si forma tra il 1947 e il 1950 come pittore decorativo, completando poi il proprio percorso con studi di grafica, tipografia e fotografia. Già nei suoi primi lavori emerge l’interesse per il paesaggio industriale, tradotto attraverso il disegno e la fotografia. Altrettanto significativa è la costruzione formale delle immagini di Hilla Becher (1934-2015): soggetti isolati, nitidi e rigorosamente definiti su fondi scuri, ripresi in macrofotografie, che rimandano direttamente a opere come Forme artistiche della natura di Ernst Haeckel (1904) e Forme originarie dell’arte di Karl Blossfeldt (1928).

La fotografia dei Becher affonda infatti le proprie radici formali nella Nuova Oggettività tedesca degli anni Venti e Trenta. La mostra si completa con una selezione di fotografie degli allievi della Scuola di Düsseldorf — Thomas Ruff, Thomas Struth e Andreas Gursky — e con due video particolarmente significativi. Il primo è un filmato amatoriale realizzato da Max Becher, in cui i due artisti compaiono durante il lavoro sul campo: dai viaggi a bordo del loro camioncino, con le pesanti attrezzature trasportate in grandi bauli, fino alla preparazione accurata dell’inquadratura.

Emblematico è il momento in cui viene tagliato un albero per eliminare ogni elemento di disturbo visivo rispetto all’architettura fotografata, rivelando così il rigore quasi ossessivo del loro metodo. Il video conclusivo della mostra, The Photographers Bernd and Hilla Becher di Marianne Kapfer (Germania, 2011), raccoglie invece interviste ai due artisti e ad alcuni dei loro allievi, offrendo uno sguardo diretto sulla loro pratica e sull’eredità lasciata alle generazioni successive.















