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Il femminile come atto politico: due nuovi progetti al MACRO di Roma
Arte contemporanea
La programmazione estiva del MACRO – Museo d’Arte Contemporanea di Roma, con due nuovi progetti, è interamente dedicata a protagoniste femminili che con forza e cruda onestà si interessano a tematiche come violenza e fragilità, corpo come campo di battaglia. La prima è la grande retrospettiva dell’artista svizzera Miriam Cahn dal titolo Ciò che mi guarda a cura della direttrice Cristiana Perrella, la seconda con Le Imperfezioni propone i lavori vincitori del premio Paul Thorel a cura di Sara Dolfi Agostini.

È necessario iniziare dal luogo per capire la complessità della ricerca artistica. Quando si parla del MACRO è necessario ricordare che il Museo d’Arte Contemporanea di Roma è una macchina complessa, attraversata da competenze e governance differenti, dove Comune e Soprintendenza convivono all’interno dell’iconico edificio progettato da Odile Decq. Un’architettura spettacolare, riconoscibile, ma anche difficile da abitare e da gestire, fatta di fratture spaziali e percorsi non sempre lineari. È in questo scenario che si misura la sfida di Cristiana Perrella, chiamata a guidare una nuova fase del museo dopo l’esperienza di Luca Lo Pinto. La scelta curatoriale è l’affidare l’intera stagione espositiva estiva a uno sguardo femminile. Una decisione che non appare come una semplice dichiarazione programmatica, ma come il tentativo di costruire una riflessione sul presente attraverso pratiche artistiche capaci di affrontarne contraddizioni, conflitti e fragilità.

La mostra di Miriam Cahn al MACRO di Roma
Al centro del programma, nella grande sala di 1400metri quadrati, si colloca Ciò che mi guarda, la prima grande retrospettiva museale italiana dedicata a Miriam Cahn. Artista svizzera nata nel 1949, Cahn è una delle figure più indipendenti e radicali della scena internazionale, lontana dalle mode del mercato e fedele da oltre cinquant’anni a una ricerca che intreccia corpo, politica e memoria. La mostra riunisce oltre centotrenta opere e attraversa l’intera traiettoria dell’artista, restituendo la forza di un linguaggio che non cerca mai la neutralità. La biografia di Cahn aiuta a comprendere la natura del suo lavoro. Dopo gli studi in grafica, abbandona rapidamente il mondo della comunicazione per avvicinarsi all’attivismo politico.

Negli anni Settanta prende parte alle battaglie femministe e antimilitariste, sperimentando forme di intervento nello spazio pubblico che le costano anche arresti e denunce. È un’esperienza che segna profondamente il suo immaginario e che continuerà a emergere in tutta la sua produzione artistica. Il suo ingresso nell’arte avviene attraverso il disegno, scelto anche come alternativa a una pittura percepita, come troppo legata a una tradizione storicamente maschile. I primi lavori nascono direttamente sul pavimento con grandi fogli coperti da segni di carboncino realizzati con tutto il corpo, lasciando tracce di mani, piedi e ginocchia. Il gesto è rapido, fisico, quasi performativo. Più che rappresentare qualcosa, quei lavori registrano una presenza. L’incontro con il colore avviene poco dopo, attraverso una serie dedicata alla minaccia atomica. Le pigmentazioni liquide vengono lanciate sulla superficie e lasciate ricadere come una pioggia radioattiva. Dietro la seduzione cromatica si nasconde però il racconto della distruzione, una tensione che caratterizzerà l’intera opera di Cahn con la capacità di trasformare immagini apparentemente belle in strumenti di denuncia. Un grave incidente automobilistico negli anni Ottanta segna una svolta decisiva. Dopo essere precipitata con l’auto in un burrone sulle montagne dei Grigioni, l’artista riporta numerose fratture che le impediscono di continuare a lavorare con la stessa intensità fisica. È in quel momento che si avvicina alla pittura in senso più tradizionale.

Nascono così i celebri volti dai colori acidi e luminosi, immagini sospese tra attrazione e inquietudine che diventeranno una delle cifre più riconoscibili della sua produzione. Da allora Cahn continua a muoversi liberamente tra pittura, fotografia, video, disegno e installazione, senza mai attribuire una gerarchia ai linguaggi. Quello che conta è l’urgenza del contenuto. Le sue opere non illustrano gli eventi, ma li assorbono e li restituiscono sotto forma di esperienza emotiva. Dai conflitti nell’ex Jugoslavia fino alla guerra in Ucraina, passando per le questioni legate al corpo, al desiderio e alla violenza, ogni lavoro nasce da un coinvolgimento diretto con la realtà. Riportano in una dimensione più intima sulla famiglia, le due “room installation” di Didier Fiuza Fastino, blocchi modulari incastrati e sovrapposti, delimitano gli spazi raccolti ed aperti, permettendo al visitatore di svelarne man mano i contenuti. Anche il titolo della mostra, Ciò che mi guarda, suggerisce questa dinamica. Nelle opere dell’artista, lo sguardo occupa spesso una posizione centrale. Gli occhi delle figure dipinte sembrano interrogare chi osserva, invertendo il rapporto tradizionale tra spettatore e immagine. Non siamo soltanto noi a guardare le opere, sono le opere a chiamarci in causa, costringendoci a prendere posizione.

Le vincitrici del Premio Paul Thorel al MACRO
Accanto alla retrospettiva, il MACRO presenta Le imperfezioni, mostra che riunisce i progetti di Caterina De Nicola, Irene Fenara e Lorenza Longhi, sviluppati nell’ambito della residenza del Premio Paul Thorel, giunto alla terza edizione. La Fondazione Paul Thorel con sede a Napoli promuove la ricerca, la produzione ed esposizione nell’ambito dell’arte contemporanea e delle arti digitali. Attraverso il Premio si selezionano ogni anno dodici artisti in residenza. Le tre artiste, attraverso approcci differenti, riflettono sui rapporti tra tecnologia, immagine e sistemi contemporanei, individuando nell’errore e nella fragilità elementi di resistenza rispetto alla logica della perfezione algoritmica.

La programmazione del MACRO di Roma conferma l’orientamento che Perrella aveva già sviluppato durante la direzione del Centro Pecci di Prato: un museo aperto, multidisciplinare e profondamente connesso alla vita della città. La riattivazione degli spazi pubblici, delle aree studio e dei luoghi di incontro, va nella stessa direzione. L’obiettivo non sembra essere soltanto quello di produrre mostre, ma di costruire un’istituzione capace di generare relazioni, confronto e partecipazione. Una sfida ambiziosa per un museo complesso, che oggi vuole ridefinire il proprio ruolo nel panorama cittadino.
















