16 settembre 2020

La regola del grande orologiaio: Tenet, di Cristopher Nolan

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In Tenet, Cristopher Nolan ci mette di fronte all'intricata narrazione delle inquietudini del nostro tempo, per farci immaginare un nuovo modo di essere

Frame da Tenet, di Nolan

«Non si può strambare in questo modo!» – «Sì se è necessario!». Il Protagonista (John David Washington) non ascolta l’ammonimento della bellissima ed eterea Kat (Elizabeth Debicki) e costringe il catamarano Foiling 50 a una pericolosa inversione che rischia di spezzare la vela a camber. La manovra però riesce e il Protagonista trae in salvo Sator, (Kenneth Branagh) oscuro oligarca russo, spinto in acqua proprio dalla moglie Kat, ricattata e tentata dalla vendetta. Pochi hanno notato la bellezza limpida ma soprattutto dissonante della scena del Match-Race dei catamarani, incastonata nelle atmosfere cupe e opprimenti di Tenet, ultima fatica del regista Christopher Nolan, primo film a uscire in Italia dopo la chiusura dei cinema e teatri di marzo causa covid-19. Non solo la più difficile da girare (camere posizionate su un elicottero e un catamarano gemello agganciato per tenere il passo del Foiling 50 che arriva ai 50 nodi) ma quella che esprime nella forma più pura e armoniosa l’incontro tra tecnologia, uomo e natura. Tutto quello che per cui si battono gli eroi del film, il Protagonista spalleggiato da suo amico Niel (un ottimo Robert Pattinson), alle prese con l’impossibile compito di scongiurare una catastrofe mondiale “invertita”, un Armageddon progettato nel futuro e “lanciato” nel passato attraverso agenti come Sator, capaci di percorrere, attraversando speciali tornelli, il presente in modalità “reverse”, cioè a ritroso.

Frame da Tenet, di Nolan

«Inception sta ai film sulle rapine come Tenet ai film di spionaggio», suggerisce il cineasta-guru di Westminster, preannunciando deroghe importanti al genere. Infatti, niente giochi politici, niente blocchi di nazioni, niente agenzie, niente eroismi e tanto meno erotismo da Sports Illustrated. Perfino il feticismo tecnologico tipico delle spy-story ne esce depotenziato. I vecchi film di 007 avevano sempre qualcosa di patriottico, perfino di democratico. Tutti potevamo sognare, in futuro, di possedere una Aston Martin DB5 blindata e con radiotelefono, videocamere e respiratori miniaturizzati, orologi con ricetrasmittenti, scarpe da golf Saxon e vestiti confezionati da Anthony Sinclair. Bastava sconfiggere il Dr. Julius No e il Goldfinger di turno e la libertà e il benessere sarebbero arrivati per tutti.

Frame da Tenet, di Nolan

La regola del grande orologiaio

In Tenet, Nolan ci invita a scrutare l’irraggiungibile sapore del potere èlitario, in tutta la sua spettralità materiale e immateriale, attraverso una paratia temporale. Dalla barche più veloci e lussuose del mondo ai free-port d’arte, dalle sartorie di Londra ai lingotti d’oro lanciati su una pista d’atterraggio. Dal continuum a-spaziale di chi vive indistintamente fra tre Continenti (il racconto si snoda attraverso Estonia, Italia, India, Danimarca, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti), fino alle determinazioni più segrete, l’antico potere nucleare celato in una città sovietica, e oltre, nella pancia di una pala eolica, figurazione totemica della ricchezza del domani.

Frame da Tenet, di Nolan

Ma se la totalità del presente passa già sotto lo spietato controllo del futuro e dei “future” attraverso la massiva finanziarizzazione della società, come si poteva mostrare in modo spettacolare la profondità ancora più incoglibile del potere-essere e del poter-fare?

Nei precedenti lavori di Nolan, l’incedere del tempo si era già intrecciato sperimentalmente con le tecniche del racconto cinematografico, in intervalli ora reversibili (Memento), a spirale (Inception), circolari e giustapposti (Interstellar e Dunkirk). Ma erano forme ondose, che attori e spettatori dovevano cavalcare come surfisti agili e istintivi. In Tenet, flashback e flashforward non sono più sezioni di pellicola che ci conducono nelle menti malate o nei sogni decennali dei protagonisti ma due mastini della guerra a-temporale, alle dipendenze del “grande orologiaio” Nolan, deciso non solo a sfidare qualunque regola della narrazione ma soprattutto a farci immaginare un nuovo modo di osservare, di pensare, perfino di respirare, dunque, di essere.

Il futuro siamo noi

Ma in Tenet, al di là da una certa ingenuità “appercettiva”, con i movimenti degli attori in reverse resi con un fin troppo semplice “rewind” da registratore Betamax, Nolan ha forse scelto l’evo sbagliato per un simile coupe de théâtre / d’état. In Inception, l’estrattore Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) aveva raggiunto (quasi) il controllo assoluto dello spazio e degli eventi onirici che gli permettevano di modificare nel profondo anche la realtà esterna. Probabilmente una risulta di quell’ottimismo visionario nato dalla nuovissima hyper-reality digitale del primo decennio del 2000.

Nella volontà di potenza di Tenet sembrano invece scatenarsi sotto forma di pellicola tutte le angosce e le inquietudini del nostro fragilissimo presente. La minaccia di un nuovo diluvio universale, generato da una detonazione “algoritmica” e frutto di una futuribilissima manipolazione matematico-digitale della materia. Una “Guerra dal Futuro” che è con fin troppa evidenza la nostra quotidiana Guerra alla Terra condotta contro coloro che, entità invisibili, “ci combattono e vogliono distruggerci”, pur non essendo ancora nati.

Ma soprattutto Noi, immersi in una ormai perenne gelatina massmediatica sonora e visiva (ai limiti del dolore lo score di Ludwig Göransson, fotografia e montaggio dei “noliani” Hoyte van Hoytema e Jennifer Lame) per nulla dissimili dal pubblico sedato dell’Opera di Kiev all’Overture, sopraffatti da una ultra-guerra universale in cui possiamo al massimo aspirare a essere testimoni (perfidi i déjà vu dell’ aereo che si schianta contro un edificio e di un teatro ostaggio di terroristi in nero e del potente oppiaceo Fentanyl) avvolti in un mondo crepuscolare che non abbiamo scelto, dominato da un iper-individualismo senza volto, confuso, algido, senza emozioni, senza facce nemiche e senza eroi che abbiano un nome.

Eppure basta il luccichio sulla scocca di una berlina attraverso le barre laterali di una cancellata, un interrogatorio con una sedia, un tavolo e due treni merci a fare da pareti mobili, il riflesso della luce e dell’acqua sul carbonio di un catamarano a ricongiungerci con lo sguardo di Nolan. A volte gli basterebbe davvero poco per fare ottimi film. Ma lui è così. Semplicemente usa il mezzo fino al suo punto di rottura. Forse la sua vela si spezzerà, forse no. Dipenderà dalle condizioni del vento, del mare e dalla sua buona stella.

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