24 giugno 2023

Afferrare il paesaggio. Tami Izko incontra Fondazione La Raia

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Fondazione La Raia festeggia i suoi dieci anni con un inventario. Sì, ma alla Tami Izko, 32 ceramiche e una grotta per raccontare l'infinita unicità di un territorio

Tami Izko - Inventory - installation view - courtesy l'artista e Fondazione La Raia - photo Federico Clavarino

A parole sembrano un’eternità, poi passano in un attimo. E alla fine questi dieci anni di Fondazione La Raia – nata da un’idea della famiglia Rossi Cairo – sono volati. Era il settembre del 2013, quando per la prima volta ci dirigevamo verso il confine tra Liguria e Piemonte; tra la provincia di Genova e quella di Alessandria, alla volta di quel locus amoenus che è l’Azienda Agricola La Raia. Lì incontravamo Irene Crocco (qui per riavvolgere il nastro), all’epoca direttrice artistica della Fondazione, la prima a dettagliarci una progettualità di incursioni artistiche pensate sul territorio. Finché anno dopo anno, site specific dopo site specific, siamo arrivati al 2023 con Tami Izko (Cochabamba, 1984), ultima entrata nel variegato palmarès de La Raia. Un’artista che fa piccole sculture in ceramica dai colori pastello. A La Raia. A si? Curiosi come non mai, aspettavamo l’inaugurazione di Inventory – questo è il nome del progetto – con l’atteggiamento di chi guarda e pensa “’mo voglio vedere cosa t’inventi”. E non era facile, ma Tami ha saputo stupirci.

Tami Izko – Inventory – installation view – courtesy l’artista e Fondazione La Raia – photo Federico Clavarino

O tempora o mores. Fondazione La Raia, le donne e il 2023

Artissima non fu galeotta solo per noi di Exibart. Ancora prima lo è stata per Ilaria Bonacossa, colei che nel frattempo ha preso il posto di Irene alla direzione artistica di Fondazione La Raia. Bonacossa racconta che proprio lì, all’epoca dell’edizione 2021, ha presentato per la prima volta Tami e il suo lavoro. Quindi, rivolgendosi ancora al pubblico dell’inaugurazione, fa notare come la nostra artista sia anche la seconda donna a intervenire a La Raia (prima di lei solo Koo Jeong A, vi potete rinfrescare la memoria qui). Puntualizzando, subito dopo, questo: «Le opere femminili entrano nel territorio in maniera più delicata». Affermazione su cui avvertiamo di dover aprire una parentesi, perché fossimo ai tempi di Mario e Marisa Merz l’avremmo incassata per quella che è: un’oggettiva valutazione critica, socialmente innocua, dove la curatrice non fa altro che registrare una condivisibile specificità di genere. Tuttavia, in noi gente dalle orecchie molto contemporanee, ha prodotto lo stesso tonfo di un doppio carpiato da un bel po’ di metri. Nell’ordine: patriarcato, questione gender e quote rosa, Bonacossa ha estratto un terno secco che da solo basta a far salire la pressione a qualche fine pasdaran del modernismo alla cieca. E l’ha fatto con un’onestà intellettuale su cui, tecnicamente, non ci sarebbe nemmeno bisogno di soffermarsi. Se, al contrario, ci si sofferma, ciò significa una cosa sola: pesantina l’aria in questo 2023, non trovate?

Tami Izko – Inventory – installation view – courtesy l’artista e Fondazione La Raia – photo Federico Clavarino

Inventory: Tami Izko racconta La Raia

Celebrato il rito delle presentazioni, finalmente ci si dirige verso il viale d’ingresso a La Raia. Conto alla rovescia e voilà, cade il telo bianco davanti alla grotta: Inventory è pubblicamente svelato. Questo «Piccolo ecosistema» per dirla con le parole di Tami, che per realizzarlo ha passeggiato tra prati e sterrati, raccogliendo testimonianze fisiche del luogo. Iniziando da una pietra, prima attestazione del proprio contatto con La Raia. Principio di una trasfigurazione oggettuale maturata conservando ogni traccia formale (una pigna, un grappolo d’uva, un corrugato hanno fattezze molto riconoscibili), per conglobarla nell’organicità del proprio passaggio/intervento. Con Inventory, Tami ha lavorato sulla de-materializzazione, sull’essenza di ciò che descrive un luogo, sulla capacità di processare informazioni per mutuarne un ricordo. Ricordo che, in quanto tale, non ha più consistenza fisica. Funziona così: una pigna non è più una pigna, ma un’immagine sublimata, racchiusa in una scultura in ceramica rosa pallido a forma di pigna. Cioè un pezzo dell’inventario alla Izko maniera.

32 delicatissime sculturine in grès e porcellana, con le loro superfici smaltate a contrasto sulla ruvidità tipica di una grotta rocciosa. Inventory è un ibridazione materica (e tecnica, con inclusa traccia audio sviluppata da Davide Cairo) con l’effetto bidirezionale del palindromo, in cui l’anima del luogo e di chi l’ha vissuto risultano parimenti leggibili. Sia chiaro però, leggibili solo da chi ha la capacità di focalizzare un contesto senza trattarlo come fosse la copertina di un libro. Da chi, pertanto, sa scartabellare tra le righe, alla ricerca dei dettagli. Niente più e niente meno di quel che ha fatto Tami nel considerare e accumulare i suoi oggetti. E motivo per cui oggi Inventory non è quell’intervento pensato per bussare ai tuoi occhi, ma per esistere solo a patto che sia tu a dargli attenzione e considerazione. Come un particolare fatto di tanti particolari. Poi «Di sera», racconta Tami, «Ha un aspetto quasi religioso».

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