19 marzo 2026

Alla Biennale di Malta gli artisti italiani fanno la differenza

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La seconda edizione della Biennale maltese, dal titolo CLEAN / CLEAR / CUT, interroga il presente alla ricerca di nuove direzioni poetiche e politiche. Ecco il racconto della manifestazione, con un focus sugli artisti italiani

biennale di malta
Francesco Bertelè, Hic sunt dracones, Ph credits: Archive Francesco Bertelè e Michele Caminati, making of #REL1=OFF, Michele Caminati

La Biennale di Malta, alla sua seconda edizione, cavalca un titolo evocativo e intrigante al contempo: CLEAN / CLEAR / CUT. Un titolo aperto che si presta a molteplici letture: da narrative sociali e politiche a più personali e intime. Nelle sue premesse, come dichiara la direttrice artistica Rosa Martinez, i tre verbi che lo compongono sono una chiamata urgente all’azione. Un invito a riconsiderare, eticamente, il nostro rapporto con l’ambiente, a discernere e decifrare il mondo per ridare attenzione ad azioni poetiche e politiche attraverso lo sguardo dell’arte e, di conseguenza, a direzionarsi verso nuovi percorsi, lontani da rotte e letture superficiali.

Secondo le dichiarazioni della direzione artistica, le opere selezionate non occupano solamente spazi fisici del territorio maltese, ma si innestano nel suo DNA dando corpo a nuove narrazioni che contribuiscono a ripensare e a far risuonare i luoghi stessi in modo diverso e nuovo. È un approccio che vorrebbe affidare all’arte contemporanea una lettura critica del passato e del presente, accendere coscienza critica e desiderio di trasformazione.

Concetta Modica, Liturgia dei sepali, immagine della performance /preghiera collettiva nel parco archeologico di Gozo, 13 marzo 2026

A fianco della rosa dei 50 artisti selezionati coesistono 8 padiglioni nazionali (Malta, Polonia, Francia, Spagna, Finlandia, Armenia, Serbia, Cina) e 19 Padiglioni tematici di cui tre con presenze di artisti italiani. Complessivamente, sono presenti un centinaio gli artisti provenienti da oltre 35 nazioni, le cui opere sono distribuite in una quindicina di siti da Valletta a Birgu, da Victoria a Gozo, a Xagha: siti archeologici, presidi e forti militari, case storiche, musei. Malta accoglie infatti una ricchezza di luoghi davvero sorprendente che testimonia l’ecclettismo della sua storia. Apprezzabile che la selezione abbia coinvolto sia artisti emergenti che nomi già storicizzati (come Cattelan, le Guerrilla Girls, Priscilla Monge, Santiago Sierra).

Numerosi gli eventi principali e satellite del public program, indirizzati a famiglie e bambini che, fino alla fine della manifestazione (prevista per il 29 maggio 2026) accompagneranno la Biennale. Mentre imperversa la polemica sull’assenza degli artisti italiani alla Biennale di Venezia, a Malta un’ampia selezione di connazionali si distingue per la qualità delle opere presentate. In particolare, cinque artisti italiani sono stati selezionati dalla direttrice Rosa Martinez per la mostra centrale: questi sono Salvatore Arancio, Maurizio Cattelan, Pamela Diamante, Loredana Longo e Concetta Modica, mentre altri artisti sono presenti nei padiglioni tematici. Ecco un’analisi personale di alcuni di questi progetti.

Salvatore Arancio e la cura dell’Axolotl

L’opera di Salvatore Arancio, presentata a Forte Sant’Angelo nella Egmont Hall, è una versione ampliata di un progetto del 2019. Their Eyes Have No Lids è una installazione che si compone di due video proiettati a doppio canale e una serie di elementi sculturali allestiti nella sala. Nell’idea di Arancio, questo risuona col verbo Clean che compare nel titolo della Biennale, offrendo una riflessione etica e spirituale attraverso una straordinaria storia di vita. Si tratta di un documentario su un gruppo di suore domenicane di clausura che vivono in un piccolo villaggio poco distante da Città del Messico. Le monache hanno utilizzato una ricetta indigena per la cura delle vie respiratorie che impiega una gelatina ricavata dall’Axolotl, una rara specie di salamandra acquatica del lago Ptzquaro.

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Salvatore Arancio, Their Eyes Have No Lids (film still)

L’animale – che nella mitologia messicana rappresentava una divinità – è in via di estinzione e la comunità religiosa ha creato una zona protetta per la sua salvaguardia in un’area del convento. Interessante quanto l’idea di lentezza accompagni la vita di questo animale, al pari di quella delle monache documentata nel video. Supporti di varie dimensioni in plexiglass sembrano acquari in cui paiono galleggiare o depositarsi lavori in ceramica (realizzati durante workshop tenuti dall’artista) e manufatti/oggetti di merchandising (in paglia, feltro, legno e stoffa), destinati soprattutto ai bambini, sul mito di questo anfibio. Così il rapporto con il tempo, la valorizzazione delle tradizioni artigianali, il taking care come postura per la conservazione di memoria e natura sono al centro di questo progetto che sottolinea come si possano sposare scienza e religione per la salvaguardia dell’ambiente e la preservazione della vita: su questa esperienza sono nate collaborazioni con National Geographic, BBC e centri di ricerca internazionali.

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Salvatore Arancio nella sala della sua installazione a Forte Sant’Angelo

Pamela Diamante e l’estetica dell’Apocalisse

Sempre a Forte Sant’Angelo si incontra lo spazio che accoglie il progetto di Pamela Diamante, Estetica dell’Apocalisse: una profonda riflessione visiva e concettuale sul disastro, inteso non solo come evento tragico, ma come forma estetica e specchio della condizione contemporanea. Il progetto è considerato dall’artista «aperto e in divenire»: nasce nel 2017 durante una residenza in Iran in cui «la violenza era nell’aria, era palpabile» evocando l’idea della morte e della distruzione. Si è articolato nel tempo in una serie di dittici fotografici che accostano immagini documentarie di eventi catastrofici (terremoti, inondazioni, siccità o esplosioni) a opere d’arte realizzate da artisti internazionali (Doris Salcedo, Olafur Eliasson, Gordon Matta-Clark, Christo e Jeanne Claude, Pino Pascali, tra gli altri).

Pamela Diamante, Estetica dell’Apocalisse E, dettaglio dell’installazione, Forte Sant’Angelo

L’accostamento è per soggetto e per somiglianza visiva e suggerisce un parallelismo non solo formale ma anche semantico tra disastri reali e opere artistiche. Si crea così un cortocircuito visivo e concettuale che interroga la natura dell’opera d’arte in cui le immagini diventano «dispositivo critico e catartico» insieme, che rimanda alla responsabilità collettiva nei confronti dell’ambiente e della società per avanzare verso il futuro. L’allestimento è asciutto: una sequenza secca di frames addossati alla parete su un supporto industriale fa galleggiare il visitatore in un grande spazio vuoto in cui è costretto ad avvicinarsi per prendere visione di questo progetto insieme lucido e interrogante. Come sempre, il lavoro dell’artista parte da un’esperienza fattiva di taglio socio-politico ed economico coinvolgendo una collettività per poi ricondurre a un cambiamento coscienziale personale. La sua ricerca attuale è focalizzata sul sud Italia e su un sud globale che rimanda a rapporti col colonialismo e a una metamorfosi decoloniale. In tal senso questa tappa maltese coincide con il suo percorso artistico.

Pamela Diamante nella sala della sua installazione a Forte Sant’Angelo

Il manto di Loredana Longo

A Birgu, nel Palazzo dell’Inquisitore, trova casa il lavoro di Loredana Longo The Mantle/Wearing my Loss. L’iconografia del manto è un archetipo che attraversa tutta la storia dell’uomo nella sua declinazione religiosa, antropologica, mitologica, politica che la storia dell’arte ha ben rappresentato in tutte le epoche. Quello dell’artista è un mantello che assomiglia a una cappa medievale, realizzato con i suoi capelli raccolti in 23 anni di vita che Loredana Longo ha ricamato nella fodera interna.

Loredana Longo, The Mantle/ Wearing my Loss, ph. credit: Giorgio Possenti

Capelli tagliati, raccolti e cuciti insieme come memoria e testimonianza della sua identità in evoluzione, nei suoi passaggi vitali, per pulire la mente e il corpo e ricordare una storia personale fatta di perdita, dolore ma anche di protezione e di accoglienza. Loredana Longo ha realizzato personalmente anche il supporto che sostiene il mantello per amplificarne l’impatto visivo. Quest’opera, nata come compendio biologico e biografico, racconta anche una lunga storia collettiva raccolta negli archivi del Palazzo dell’Inquisitore dove ha trovato casa ed è stato presentato per la prima volta. Il lavoro diviene così anche paradigma di un’evoluzione sociale che deve ricordare, raccogliendo per purificare senza dimenticare. Si potrebbe dire di quest’opera: «Dunque sono, dunque siamo». Come spesso accade nella sua ricerca, una performance accompagna e incarna il lavoro trovando spazio in un video a fianco all’opera.

Loredana Longo, The Mantle/ Wearing my Loss, ph. credit: Giorgio Possenti

L’opera diffusa di Concetta Modica

Per scelta curatoriale, il progetto di Concetta Modica Nine Nights of Malta: the journey of a tomato sepal to become a Star è stato spalmato in nove sedi della Biennale. Paradigmi di un viaggio di conoscenza del Sé e della terra, i nove differenti lavori sono realizzati basandosi sulla storia del museo e/o dei siti dove sono stati inseriti in vetrine preesistenti. Si tratta di nove “pezzi di cielo” di Malta realizzati con la tecnica dell’affresco su terracotta con applicazioni di piccole fusioni in bronzo rivestite con foglia d’oro a forma di sepali di pomodoro. Il sepalo (l’elemento alla base del fiore) assume qui la funzione di protezione e accompagnamento all’evoluzione di forme viventi.

Concetta Modica, Fragments of the Sky of Malta: The journey of the tomato sepal to became a Star, The Grandmaster’s palace

Come racconta l’artista: «è un atto di ascolto, un modo per tracciare geografie interiori in cui l’immaginazione incontra le persone e i luoghi». È forte la connessione con l’idea originaria di sacro legata anche a una certa ritualità dei miti arcaici, ad azioni compiute sulla terra e per la terra (tra cui solco, fessura, annaffiatura, raccolto inno alla vita): queste ultime sono state raccolte in una performance collettiva – denominata Liturgia dei Sepali – nei templi megalitici di Gozo la cui forma, a detta dell’artista, ricorda un ventre femminile. Ad accompagnare il progetto, la pubblicazione di un libello dal titolo dedicato alla Madonna dei Sepali. La Madonna qui è proposta in senso pre-cristiano: ha a che fare con la terra e la natura. In questo senso la “preghiera” letta ad alta voce si propone come strumento collettivo di coesione. Il progetto di Concetta Modica è stato premiato dalla giuria internazionale come opera vincitrice della Malta Biennale 2026.

Il progetto corale di Sergio Racanati

Tra i padiglioni tematici più interessanti, spicca Umanissima Sopravvivenza a Forte Sant’Elmo. Il progetto nasce come piattaforma teorica e fattiva in cui l’artista Sergio Racanati, congiuntamente a Studioamatoriale, collabora con svariate figure, tra cui Giovanni Anceschi, Francesco Toia e Capta. Tutt’altro che contemplativa, Umanissima Sopravvivenza si pone come piattaforma corale, dispositivo per attivare pensieri attivi prodotti da una collegialità e rivolti alla collettività. Entrando nello spazio, colpisce il video che vede come soggetto l’artista interfacciarsi a una serie di posters e a un magazine mettendo insieme immagine, scrittura, suono.

Sergio Racanati, Umanissima resistenza, frame dal video, cave estrattive di Gozo

Il titolo e la filosofia sottesa sono mutuati da scritti di Antonietta Potente, teologa italiana laica, i cui punti salienti sono: un ritorno a un quotidiano non come rifugio in cui far vivere le pratiche della cura e dell’ascolto e del lavoro collettivo; la creazione di un ecosistema in cui pensiero ed esperienza convivano; un rafforzamento del concetto di etica della presenza e di spiritualità in dialogo con tutte le componenti del mondo. Racanati sceglie un luogo di “confine” a bassa energia: in questo caso, una cava a Gozo con cui entra in risonanza con azioni performative minimali dal sapore di un rituale di purificazione che alzano il livello energetico e allo stesso tempo «disintossicano il corpo», non solo del singolo ma anche della collettività. Gli otto moduli sonori che accompagnano il video sono una trasposizione delle onde magnetiche emesse dal luogo stesso. La rivista, densa di contenuti teorici, estetici e filosofici, accompagna il video e i manifesti che reiterano, come un mantra, il titolo che sembra uscire dalla parete, svelando sottotraccia l’idea di un sentiero da percorrere. L’esperienza estetica nella sua dimensione spirituale qui presentata cammina dunque a pari passo con l’azione politica.

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Sergio Recanati et alia, La Rivista di Umanissima resistenza

Il paesaggio come spazio virtuale nell’opera di Francesco Bertelè

Nell’Antica Armeria di Birgu si trova il padiglione tematico di Francesco Bertelè: Repertorial in Intermedial Mode (a cura di Caterina Riva e Sara D’Alessandro Manozzo), un progetto complesso che integra diversi elementi formali. Tra questi, l’impiego di una tecnologia digitale avanzata e sperimentale che non è mai fine a se stessa ma strumentale alla valorizzazione di un’esperienza immersiva, di cui il corpo e la sua relazione col territorio sono l’elemento centrale. Entrambi i progetti che si interfacciano nello spazio del padiglione (l’inedita #REL1=OFF e Hic sunt dracones) mettono al centro lo spettatore come soggetto agente e fruitore di esperienze, creando un articolato percorso intermediale interrogando il concetto di confine come spazio fisico, politico e percettivo. In particolare, #REL1=OFF presenta un’azione di arrampicata su una porzione di scogliera maltese inesplorata e selezionata dall’artista. L’azione fisica non è concepita come gesto spettacolare, ma come atto di conoscenza del paesaggio. Durante la salita, Bertelè lascia sulla roccia tracce minime che evocano una presenza corporea fragile che trasforma la scogliera in una superficie di iscrizione effimera.

Francesco Bertelè, Hic sunt dracones, Ph credits: Archive Francesco Bertelè e Michele Caminati, making of #REL1=OFF,

L’azione è documentata da un drone il cui girato viene successivamente rielaborato come installazione video panoramica progettata per generare un’esperienza percettivamente straniante; il paesaggio appare simultaneamente stabile e in trasformazione. In #REL1=OFF, il confine emerge come luogo instabile di tensione tra corpo, tecnologia e rappresentazione. Accanto a quest’opera inedita è presente Hic sunt dracones (release alpha), un’installazione bio-ipermediale che nasce da un’esperienza esplorativa dell’isola di Lampedusa sulla geopolitica del confine. Successivamente, è stata tradotta in un ambiente digitale immersivo costruito a partire da mappe, rilievi, immagini e dati. È fruibile attraverso visori VR all’interno di uno spazio dedicato. Lo spettatore nell’ambiente virtuale si può orientare e attraversare uno spazio in cui realtà fisica e alterata si sovrappongono, mettendo in crisi le coordinate tradizionali della percezione. L’interazione diventa elemento centrale dell’opera: è il movimento dello spettatore, il suo sguardo e la sua presenza ad “attivarla”, facendo emergere temi quali la manipolazione dell’informazione, l’errore come scarto tra rappresentazione e realtà e la costruzione simbolica dei confini.

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Immagine dell’artista ripresa nel Padiglione, 2026

Tra i padiglioni nazionali spiccano inoltre quello francese Facing the Challenge di Louis Paul Caron e quello polacco Archive of Hesitation di Weronika Zalewska, entrambi a Forte Sant’Elmo. Commovente, sempre all’Antica Armeria, il padiglione Floating Fragments realizzato da un collettivo di carcerati e curato da Rolf Laven. Se le premesse sono ambiziose, tuttavia anche la Biennale di Malta non è esente da contraddittori: in una lettera aperta, la MEIA – Malta Entertainment Industry and Arts Association ha raccolto diverse segnalazioni mosse da artisti e curatori su problemi organizzativi, tra cui carenza nella comunicazione e ritardi nei pagamenti agli artisti. Heritage Malta ha respinto le accuse definendole infondate e citando dati positivi sulla soddisfazione dei partecipanti. Una situazione che, se colta, può diventare occasione di un confronto aperto per costruire le basi solide di una biennale radicata nel proprio territorio, capace di guardare al futuro.

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