17 aprile 2024

La Biennale vista dai Paesi Arabi: i retroscena della Scuola di Tunisi

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Adriano Pedrosa ha portato alla sua Esposizione Internazionale della Biennale di Venezia due tra i massimi artisti tunisini, Hatem El Mekki e Aly Ben Salem: ne parliamo con la gallerista Synda Ben Khelil

Hatem El-Mekki, Les Réfugiés (The Refugees), 1958 ca.

Di tutti i Paesi arabi per lo più in guerra, solo Egitto, Libano e Arabia Saudita avranno un padiglione nazionale alla Biennale di Venezia quest’anno. Sono i Paesi del Golfo, con in testa la fiera Art Dubai, a dominare il nascente mercato dell’arte araba. Forse è collegato a questa prevalenza il fatto che nessuno degli eredi o legatari dei due artisti tunisini Hatem El Mekki e Aly Ben Salem, fra i tanti modernisti internazionali che ha voluto Adriano Pedrosa nel suo Nucleo Storico, siano stati mai reperiti o sollecitati dalla Biennale. È forse l’arte storica araba tutta in mano a mercanti e collezionisti dei Paesi del Golfo? Non esattamente, anche se mancano gli investimenti e gli sforzi governativi nei Paesi d’origine dei vari artisti magrebini rappresentati a Venezia. Sono invece attive e molto impegnate, oltre a qualche recente fondazione privata, alcune gallerie storiche che sussistono in loco e a cui dobbiamo in parte la varietà e la circolazione dell’arte nordafricana distribuita principalmente dai Sauditi e Emiratini nel mondo. Ma senza il lavoro dei galleristi e studiosi originari, la Biennale inclusiva di Pedrosa avrebbe una quota araba incompleta.

In questa intervista proponiamo un focus sulla Tunisia. Hatem El Mekki e Aly Ben Salem, i due artisti tunisini selezionati alla 60ma Biennale di Venezia, fanno parte della Scuola di Tunisi, cosmopoliti e attivi tra emisfero Nord e Sud, secondo i criteri che ha voluto Pedrosa. El Mekki lascia Parigi e il giornalismo per tornare in Tunisia durante l’Indipendenza nello stesso momento in cui Ben Salem parte vivere in Svezia, in pieno Folkhemmet, la stagione dello Stato Provvidenza inventato dagli Svedesi fra le due Guerre.

Incontro la gallerista Synda Ben Khelil che da anni prosegue l’attività iniziata dalla madre, pioniera nel campo, Melika Kastalli, allora socia del pittore e fondatore della storica galleria Gorgi in cui convergeva tutta la Scuola di Tunisi. La galleria ora rinominata Galerie Aicha Gorgi in mano alla figlia, insieme a quella gestita oggi da Synda, Galerie Kalysté, e alla Galerie El Marsa gestita da Moncef Msakni figlio anche lui del gallerista Fraj Msakni, costituiscono il nucleo storico di gallerie legate alla Scuola di Tunisi. Di questi tre galleristi, solo Synda è la legataria del legato El Mekki, capofila della Scuola di Tunisi.

Synda Ben Khelil, courtesy Galerie Kalysté
Synda Ben Khelil, courtesy Galerie Kalysté

A novembre 2023 hai organizzato una grande retrospettiva su Hatem El Mekki nella tua galleria alla Soukra a nord di Tunisi. Hai potuto riunire le sue opere più rappresentative dagli anni ’40 a quelle più recenti.

«Ho esposto molti dei classici degli anni ‘40-‘50 di El Mekki, fra cui i pezzi più famosi come i Mendicanti e i Ciechi della serie dipinta nel periodo della grande carestia durante l’Indipendenza, quando molte malattie legate alla denutrizione compaiono. El Mekki era molto impegnato. Nel 1969, porta molte opere alla biennale di Luxor in Egitto, sue e di altri artisti tunisini. Nel 1979 dipinge la diga di Sidi Saad, un exploit d’ingegneria costruita sotto Bourguiba in collaborazione con la Svezia».

Si stava in pieno fermento nazionalista, la mobilitazione era all’ordine del giorno e accomunava, più di uno stile vero e proprio, gli artisti della Scuola di Tunisi. Raccontaci del periodo in cui El Mekki da Parigi torna come molti espatriati tunisini a vivere in Tunisia negli anni ’50 durante l’Indipendenza.

«El Mekki inizia come caricaturista poi scrive su molti giornali francesi. Quando torna a Tunisi, va a vivere a Sidi Bou Said come molti pittori poi compra una villa che si affaccia su dei ruderi romani a Cartagine, appena venduta dal figlio. È lì che ho avuto il privilegio di essere accolta dal maestro alla fine dei miei studi di Scienze e Tecniche Artistiche».

Un luogo di villeggiatura Sidi Bou Said, una collina ancora impregnata di antiche testimonianze mistiche sul golfo di Tunisi e nota già agli Orientalisti, in cui molti artisti della Scuola di Tunisi si erano insediati come Abdelaziz Gorgi che apre con tua madre la Galerie Ammar Farhat, tuttora esistente, dedicata inizialmente ad uno dei capifila della Scuola di Tunisi morto poco prima.

«Mio nonno era un agronomo e proprietario agricolo ricchissimo. A casa aveva alcuni quadri e ha voluto che mia madre, sua figlia, facesse pittura invece di fare lezioni di musica come le ragazze di buona famiglia all’epoca. Si diploma a Parigi e torna a lavorare per grandi società a Tunisi della famiglia Mabrouk. Una delle mie zie che era sposata con il pittore Hassen Soufy della Scuola di Tunisi, propone mia madre come collaboratrice a Gorgi che cercava qualcuno per inaugurare l’allora galleria Ammar Farhat nel 1988 diventata oggi la galleria Aicha Gorgi. Gorgi aveva già i suoi collezionisti ma mia madre ha sicuramente ampliato la rubrica della galleria Gorgi prima di aprire la sua».

Tu e Aicha eravate ancora giovanissime e iscritte all’accademia di Belle Arti di Tunisi. Hai nostalgia di quell’epoca?

«C’era una vita culturale che non c’entra niente con quanto abbiamo oggi. Tutti andavano ai vernissage, ricchi e poveri. L’arte era presa in considerazione da tutti. Ho avuto la fortuna di crescere con grandi artisti: in primis Hatem El Mekki, Ali Bellagha, Aly Ben Salem, Hedi e Zoubeir Turki, Brahim Dhahak. Oggi non c’è più un mercato dell’arte qui».

Questa svalutazione locale dà un vantaggio ai dealer Sauditi e Emiratini. I due artisti tunisini in mostra alla Biennale di Venezia non sono rappresentati da prestatari tunisini.

«La colpa è dei Tunisini che hanno ucciso il loro stesso mercato dell’arte. I collezionisti, nostri clienti, non vogliono più scommettere su degli artisti che si trovano nei mercatini venduti insieme ai tappeti. Mentre noi galleristi affiliati al Ministero della Cultura paghiamo il fisco, proliferano i concept store che distribuiscono i nostri artisti storici tutto l’anno, cosa che scoraggia galleristi come me di organizzare delle mostre personali o delle vendite private. Prima ci si accordava fra noi prima di ogni mostra, i collezionisti aspettavano, gli artisti erano ricercati».

Pensate di associarvi per far valere i vostri diritti come galleristi?

«E quello che vorremmo fare, ne stiamo discutendo con Aicha Gorgi e Moncef Msakni. Almeno per stabilire qualche criterio. I giovani artisti oggi vendono a 5000 dinari, allo stesso prezzo di artisti che hanno venti o trent’anni di carriera! Se consideriamo che dei disegni rari di Ben Salem del 1996 si vendono oggi a 10 mila dinari. Sotheby e Christie’s, quando c’è uno stallo del mercato, organizzano aste per difendere, riacquistare o far salire la quotazione dei loro artisti perché restino dei valori sicuri».

Ritratto di Hatem El Mekki, courtesy Galerie Kalysté

Durante il tuo master diventi una degli allievi di El Mekki che tutti temevano.

«Ero molto più di una semplice allieva, era il mio padre spirituale e mi ha con il tempo adottata, sono diventata sua figlia, stando suo figlio unico all’estero. El Mekki era prima di tutto un erudito, non a caso ha avuto la Legione d’Onore in Francia, era un’enciclopedia vivente. Nel suo studio a Cartagine, una stanza intera era dedicata alla sua biblioteca che mi permetteva di consultare seguendo le sue indicazioni. Anche se non era professore, mi faceva un corso magistrale e ha diretto le mie ricerche universitarie. Non ha avuto successori sul piano artistico».

El Mekki era già un artista di Stato quando ti accoglie nel suo studio.

«Sì, ma un artista di Stato nel senso che aveva un’alta carica dello Stato, decideva di tutta l’iconografia officiale tunisina. Ha disegnato migliaia di schizzi serviti a fare timbri, banconote, medaglie, affreschi, mosaici, tutto quello che era ufficiale fino al 1995 quando sotto il Presidente Ben Ali, El Mekki è stato sostituito a causa delle sue opinioni e di probabili delazioni. Quando El Mekki è morto nel 2003 non ci sono stati funerali ufficiali, una vergogna nazionale».

El Mekki è nato a Jakarta in Indonesia, un fattore che ha giocato nella sua selezione alla Biennale di Pedrosa. Cosa ha spinto il padre di El Mekki ad andare a vivere così lontano dalla Tunisia?

«Il padre di El Mekki era un partigiano di origini yemeniti che fugge dalla Tunisia dopo una condanna a morte. Il suo è stato un esilio in Indonesia, dove fonda un giornale e sposa una donna di origine cinese. Dei quindici figli che hanno avuto, solo Hatem ha gli occhi a mandorla. E all’età di soli cinque anni, viene mandato insieme a suo fratello Qussey, il padre della militante per la Lega dei Diritti dell’Uomo Souhir Belhassen, a vivere in Tunisia con il nonno. Immaginate che trauma è stato crescere lontano dalla madre».

La vedova di El Mekki, Colette, 96 anni oggi, ha lasciato la Tunisia dopo la morte del marito e vive in provincia di Lione con il figlio chirurgo. Dove si trovano le opere lasciate dal padre? Progettate di aprire un fondo?

«Una parte è conservata dal suo unico erede Koraich El Mekki in Francia, l’altra parte di cui sono legataria è a casa mia qui in Tunisia. La Tunisia dovrebbe avere un museo El Mekki. Aspetto il permesso del figlio per pubblicare la prima antologia su Hatem El Mekki, è un lavoro colossale ma sento il dovere di farlo. Recentemente un magnate libanese mi ha contattata dalla Svizzera per chiedere informazioni e integrarlo in un libro».

Colette e Hatem El Mekki con al centro la fondatrice Melika Kastalli, courtesy Galerie Kalysté

Quale era la visione di El Mekki e Ben Salem?

«El Mekki è un discorso a parte, anche paragonato a Ben Salem. Non si può definire, è stato poliedrico, dai mosaici ai poster pubblicitari, dai timbri agli acquarelli. A Parigi ha frequentato molti artisti fra cui Dubuffet. Nell’arte di El Mekki c’è sempre un dualismo fra mondializzazione, una visione moderna, e le sue radici, la cultura tunisina. Ha sempre rifiutato di essere associato alla Scuola di Tunisi anche se si frequentavano molto prima della morte del primogenito. El Mekki frequentava ministri, scrittori in più di ricevere i pittori della Scuola di Tunisi a casa che gli devono tutti la propria carriera. Purtroppo ad un certo punto molti di loro si mettono a copiarlo tradendo la sua fiducia. Per cui dopo, pochissimi come me erano ammessi nel suo atelier».

El Mekki ha foraggiato la Scuola di Tunisi senza farne parte tecnicamente.

«Tutti volevano avere il suo parere su tutto, aveva molta autorevolezza. Faceva regolarmente il giro delle mostre dei suoi amici in cui faceva scenate memorabili, provocando i clienti, liquidando i lustrascarpe. Ma in fondo era un umanista di una generosità senza pari, geniale anzi. Aveva anche una certa influenza politica per cui era intercettato come molte personalità sotto dittatura. I suoi diari non sono mai stati ritrovati. Oggi non c’è nemmeno una via a suo nome a Cartagine dov’è seppellito. Eppure il suo lascito è un tesoro nazionale».

Cosa auspichi che venga esposto di Mekki e Ben Salem alla Biennale di Venezia?

«Di Ben Salem spero e scommetto che vedremo un dipinto del periodo svedese, il migliore. Ho avuto molte difficolta a trovarne e portarne in Tunisia quando ho fatto la grande mostra su Ben Salem nel 2008. La sua pittura è un cocktail del folklore tunisino con la cultura svedese. Quando torna a Tunisi negli anni ’80 Ben Salem è già vecchio e si ripete un po’ però si mette a fare arazzi molto belli in gran parte realizzati dalla seconda moglie Kerstin Ben Salem artista tessile anche lei quotata. Ben Salem era molto più accessibile di El Mekki. El Mekki faceva ricerca, Ben Salem era decorativo ma supportava molto gli artisti tunisini che collezionava oltre ad invitare in Svezia i fratelli Zoubeir e Hedi Turki, e Bellagha. El Mekki non comprava quadri».

Riportando i suoi pezzi svedesi in Tunisia, restituisci al collezionismo tunisino un Ben Salem inedito in Tunisia.

«Sì ma non ero l’unica. I galleristi Aicha Gorgi e Moncef Msakni contribuiscono anche loro alla riscoperta del primo Ben Salem, dei dipinti su compensato che si vendono oggi a 40 mila dinari. La gente si è precipitata sulle sue opere svedesi, niente a che vedere con ciò che ha prodotto tornando in Tunisia».

Possiamo dire che con la galleria Aicha Gorgi e la galleria El Marsa formate un trio di galleristi storici sul quale si basa l’arte storica tunisina?

«Amiamo l’arte, siamo solidari ma ognuno ha il proprio programma. Non parliamo mai dei nostri clienti ma ci consultiamo sull’autenticità delle opere e frequentiamo le mostre dell’uno e dell’altra».

Mancano gli interlocutori istituzionali, gli archivi e le fondazioni.

«A lungo Ben Ali non voleva che ci fossero fondazioni private. I mecenati e filantropi Kamel Lazaar [KLF Kamel Lazaar Foundation] e Badreddine Ouali [Tunisie pour le Développement] hanno creato le loro rispettive fondazioni dopo la Primavera Araba».

Hatem El Mekki e Mélika Kastalli, courtesy Galerie Kalysté

Hai fatto l’inventario delle opere di El Mekki?

«Quando è morto El Mekki abbiamo scoperto l’entità di quanto ha lasciato, documenti e opere inedite che nascondeva in una sua stanza segreta del suo atelier, Koraich che è il detentore del cachet di suo padre, ha repertoriato e fotografato tutto. Io dal 2003 ne gestisco il patrimonio. Ho da me 80 quadri in più del resto. Ho il suo più grande lavoro astratto lungo 3 metri che ha chiamato “Choqliba”, un’espressione in arabo tunisino che possiamo tradurre con “Sottosopra” dove ha incollato di tutto, bottoni, calzini, pettini e che possiamo considerare la sua critica dell’arte contemporanea».

Un’interpretazione personale e ironica dei Combine Paintings di Rauschenberg e delle Accumulazioni dei Nouveaux Réalistes Arman e Spoerri, che è una prova che si è saputo anche reinventare.

«Sì è una tela enorme e provocatrice. Ho due stanze di casa mia che servono come deposito per le opere che conservo di El Mekki, in più degli arazzi e delle fotografie di lui e sua moglie di mia collezione personale. La mia casa è praticamente un museo El Mekki!».

Il patrimonio di Ben Salem invece non è stato catalogato dai suoi eredi né dalle istituzioni tunisine.

«Ben Salem aveva tre figli, di cui uno è morto accoltellato in Svezia. Gli altri due figli non sono legati alla Tunisia e non venivano che raramente a trovare il padre, e non parlavano che svedese. Ben Salem non ha avuto figli con la seconda moglie Kerstin ribattezzata Hedia e convertita all’islam. Hanno vissuto trent’anni nella loro magnifica proprietà ad Hammamet, oggi venduta, in cui collezionavano oltre ai dipinti, molti arazzi e mobili antichi. Ma quando Ben Salem è morto Kerstin è dovuta tornare a vivere in Svezia».

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