21 febbraio 2026

Il caso Goliath si chiude: il Sudafrica non parteciperà alla Biennale di Venezia 2026

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Dopo la cancellazione del progetto di Gabrielle Goliath, considerato "divisivo" per il coinvolgimento di una poetessa palestinese, il Sudafrica conferma la propria assenza alla Biennale di Venezia 2026. Ecco cosa è successo

Gabrielle Goliath, Elegy, Biennale Arte 2024

Il Padiglione del Sudafrica resterà vuoto alla Biennale di Venezia 2026. Dopo settimane di polemiche, ricorsi e ipotesi di soluzioni alternative, il Dipartimento sudafricano per lo Sport, le Arti e la Cultura – DSAC ha confermato che il Paese non parteciperà alla 61ma edizione della rassegna, in apertura a maggio. Lo spazio assegnato all’Arsenale non ospiterà alcuna mostra ufficiale sostenuta dal governo.

L’ultimo capitolo della vicenda arriva a seguito della decisione dell’Alta Corte sudafricana di respingere il ricorso presentato dall’artista Gabrielle Goliath e dalla curatrice Ingrid Masondo, che chiedevano di annullare la cancellazione del progetto selezionato per rappresentare il Paese. Il giudice Mamoloko Kubushi ha rigettato l’istanza senza fornire motivazioni nel dispositivo. L’artista ha annunciato l’intenzione di presentare appello.

Al centro del contenzioso c’era Elegy, progetto video-performativo avviato nel 2015, dedicato alle vittime di femminicidio e agli omicidi di persone LGBTQI+ in Sudafrica. La versione concepita per Venezia includeva un nuovo segmento dedicato alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa in un attacco aereo israeliano nell’ottobre 2023, ampliando il discorso alla violenza contro le donne in Namibia e a Gaza. È stato proprio questo inserto a innescare la reazione del ministro della Cultura Gayton McKenzie che, in una lettera del 22 dicembre 2025, aveva definito la sezione su Gaza «Altamente divisiva», chiedendone la modifica. Al rifiuto dell’artista, il 2 gennaio 2026 è seguita la cancellazione del progetto.

In una fase successiva, McKenzie aveva sostenuto che una “potenza straniera” avesse interferito nella concezione del padiglione, evocando il rischio di trasformare lo spazio veneziano in uno strumento di “proxy power” culturale, ovvero una forma di influenza indiretta che impiega la cultura e le piattaforme artistiche come veicolo per diffondere posizioni politiche e geopolitiche senza esporsi direttamente. Ricostruzioni giornalistiche avevano tuttavia ridimensionato questa ipotesi, parlando di un interesse preliminare – mai formalizzato – da parte di Qatar Museums per un’eventuale acquisizione dell’opera dopo la Biennale.

Dopo l’annullamento del progetto di Goliath, il DSAC aveva riaperto a porte chiuse il processo di selezione, avviando interlocuzioni con altri gruppi, tra cui, come confermato da The Art Newspaper, il collettivo Beyond the Frames. Nelle scorse settimane, tuttavia, lo stesso collettivo è stato informato della decisione di non proseguire con la partecipazione. La portavoce del dipartimento, Stacey-Lee Khojane, ha confermato che non vi sarà alcuna esposizione governativa.

La decisione ha suscitato reazioni dure nel mondo dell’arte sudafricano. L’artista Candice Breitz, che aveva rappresentato il Paese alla Biennale del 2017, ha parlato di una contraddizione tra la posizione assunta dal governo sudafricano sul piano internazionale – in particolare il ricorso presentato nel 2023 alla Corte Internazionale di Giustizia contro Israele con l’accusa di atti genocidari a Gaza – e la mancata difesa della libertà di espressione di un’artista sudafricana. Anche l’artista Steven Cohen, protagonista di un recente caso di censura museale a Città del Capo, ha definito la sentenza «Un appello al dissenso», mentre il comitato Campaign for Free Expression ha espresso preoccupazione per un precedente ritenuto pericoloso per la tutela delle libertà artistiche.

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