-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Collezionare significa costruire un ecosistema complesso: intervista a Eugenio Sidoli
Arte contemporanea
Recentemente ho incontrato una figura un po’ atipica di collezionista, un manager con una lunga carriera internazionale – oggi Amministratore Delegato di Max Mara – che è anche il fondatore, con la moglie Sandra Varisco, di SpazioC21, un’officina creativa e galleria d’arte contemporanea a Reggio Emilia. Di Eugenio Sidoli ho sentito parlare molto bene da tanti artisti. Mi sono fatto l’idea che più che un collezionista, Eugenio sia un mecenate. Ecco la nostra intervista esclusiva.

Eugenio, che cosa significa per te essere un mecenate? Ti riconosci in questa definizione?
«No, non mi ci riconosco perché mi suona troppo solenne e definitiva. Mi inquieta. Al tramonto della mia vita, tuttavia, sarei lusingato di essere ricordato come un mecenate».
Quindi come ti definiresti?
«Da qualche anno Sandra e io alimentiamo la nostra collezione d’arte contemporanea attraverso l’organizzazione di residenze d’artista che comprendono progetti nei quali siamo attivamente coinvolti come curatori, produttori, finanziatori, espositori e partner commerciali degli artisti. Il nostro intento non è speculativo; siamo animati dalla passione per l’atto del “co-progettare” e per la collaborazione creativa. Mi sento più “un mentore” che un mecenate».

Quando ti sei avvicinato all’arte?
«Sono italiano, cresciuto in una famiglia borghese e benestante; ho vissuto in belle case e sono sempre stato circondato da oggetti belli. I miei nonni erano appassionati di antiquariato; con i miei genitori ho visitato musei e mostre d’arte fin da quando ero adolescente».
E quando hai iniziato a collezionare?
«Ho collezionato oggetti da quando ho memoria: minerali, monete, adesivi, penne stilografiche e, dai tempi dell’università, non ho mai smesso di acquistare libri antichi».
E a collezionare arte?
«L’arte contemporanea è arrivata con Sandra, mia moglie. È la nostra passione comune. Abbiamo incominciato a collezionare nei primi anni 2000, quando ci siamo sposati. Io ero CEO di Philip Morris per la Serbia e il Montenegro; nel 2004 avevo costituito a Nis una Fondazione che aveva finanziato il primo concorso per giovani artisti dei Balcani…In Serbia non c’era un mercato per l’arte ma c’erano moltissimi artisti. Incominciammo li ad acquisire le prime opere».

Con quale criterio avete acquisito le prime opere?
«Agli inizi abbiamo scelto in modo istintivo e seguendo i consigli di un amico artista, Lale Djuric, un serbo di Nis che negli anni Ottanta era emigrato a New York. Lale presiedeva il comitato scientifico della Fondazione che finanziava il concorso. Dopo un po’ di tutoraggio da parte sua, io e Sandra abbiamo incominciato a esplorare da soli. Abbiamo frequentato fiere, eventi e mostre in giro per l’Europa; abbiamo comprato libri, studiato e specializzato la nostra ricerca, frequentando molti artisti, facendo amicizia con altri collezionisti, raffinando il nostro gusto e maturando una nostra personale competenza».
Quando avete cominciato a intrattenere rapporti diretti con gli artisti?
«I primi contatti li abbiamo avuti in Serbia nei primi anni 2000. Organizzavamo spesso serate a porte aperte a casa nostra nelle quali invitavamo decine di amici di tutte le estrazioni, mescolando la business community con la diplomazia e il circuito di artisti di cui avevamo acquisito le opere che avevamo ai muri. È lì che abbiamo compreso l’importanza del collezionista per un artista».
Cosa intendi?
«Abbiamo notato che gli ospiti che venivano a casa nostra si interessavano alle opere che avevamo alle pareti e ci siamo trovati complici di commissioni che i nostri amici hanno richiesto agli artisti che avevamo acquisito noi. L’emulazione ha un ruolo importante nella diffusione dell’arte».

Questo vostro interesse per l’arte si concentra sull’arte urbana. Che cosa vi affascina di questo ambito dell’arte contemporanea?
«Lasciami definire meglio il perimetro della nostra ricerca. Da 15 anni investighiamo le sottoculture metropolitane, l’underground, l’attivismo (o l’artivismo), l’opposizione intenzionale alla cultura ufficiale… Artisti che ai loro inizi hanno praticato forme di arte pubblica non commissionata di cui fanno parte anche i graffiti e quella parte “dell’arte urbana” che comprende il muralismo spontaneo e altre forme espressive come la poster art, l’intruding o il sub-vertising».
Che cosa raccontano queste sottoculture metropolitane della società contemporanea?
«Le sottoculture sono sempre uno specchio della società, una lente per osservarne le tensioni, le sfide e le contraddizioni. Molti artisti cresciuti nelle periferie, nei centri sociali, negli squats, al margine dei circuiti ufficiali dell’arte, formano un’avanguardia, una voce non filtrata che sfida le narrazioni ufficiali per mettere in luce questioni sociali, politiche ed economiche che i media tradizionali ignorano, minimizzano o non sanno leggere».
Come selezionate gli artisti?
«Tutti gli artisti che selezioniamo hanno in comune un’esperienza nell’arte pubblica non autorizzata. Hanno dipinto muri e treni sfidando la legge ma hanno anche scelto di essere artisti, si sono educati all’arte, studiando in accademia o acquisendo un master in graphic design, design industriale o comunicazione. Personalità che oltre ad aver sentito l’urgenza di esprimersi in strada da giovanissimi, hanno anche saputo abbracciare la carriera dell’artista in modo professionale e totalizzante».

Qual è la responsabilità di un mecenate nei confronti degli artisti e del pubblico?
«Mostrare interesse, guadagnare la fiducia degli artisti e poi mantenere la parola data. Sembra facile, ma non è un comportamento comune. Al pubblico devi invece portare proposte artistiche che arricchiscano il capitale culturale collettivo insieme a un racconto, rendendo l’arte più accessibile e favorendo un legame tra l’artista e la comunità; non è solo un tema commerciale, c’è anche una dimensione emotiva».
Dopo un lungo viaggio, che ti ha portato a lavorare in Svizzera, in Serbia, a Madrid e a Roma, ritorni a Reggio Emilia, dove sei nato. Ed è proprio a Reggio che aprite SpazioC21
«SpazioC21, come è oggi, non poteva nascere che a Reggio Emilia. Non solo nella mia città natale, ma nel cuore di una terra operosa dove la competenza e la qualità del lavoro artigiano sono ancora un valore. Alcune residenze sono progetti complessi – la produzione di ceramica, di vetro soffiato o le fusioni in metallo, per esempio – e necessitano di professionisti che abbiano conservato il sapere del fare».

Ribadisci spesso che SpazioC21 non è una galleria, e allora cos’è? Come si può definire?
«SpazioC21 è un ecosistema, una filiera di professionisti, oltre che uno spazio creativo e una galleria. È un’officina dove si progetta, un luogo per residenze d’artista che nascono su idee specifiche. La dimensione privata di SpazioC21, dietro le quinte, è la nostra collezione, che accoglie molte commissioni di esplorazione, alle quali non necessariamente segue una mostra. Quella pubblica sono invece i progetti site specific che presentiamo negli spazi della galleria».
Come e quando nasce quest’officina/vetrina?
«Nasce nel 2018, con il primo solo show di BR1. Nel 2016 avevamo affittato i locali nel cortile di Palazzo Brami per ospitare la nostra collezione. Per gioco abbiamo iniziato ad esporre alcune delle nostre acquisizioni nelle quattro vetrine che si affacciano sul cortile: mostre quasi “outdoor” e “self service” accompagnate da un breve testo che raccontava degli artisti. Poi abbiamo incominciato a commissionare opere per le vetrine, con una curatela un po’ più sofisticata. E, infine, al nostro ritorno a Reggio Emilia nel 2022, il salto dalle vetrine all’intero spazio espositivo indoor è stato breve…Dal 2022 abbiamo realizzato 23 progetti, quasi 6 all’anno, con altrettanti artisti».

Avete intrapreso anche la strada delle residenze d’artista: ospitate un artista a Reggio Emilia per un periodo di tempo, sostenendo economicamente i suoi progetti. Come mai questa scelta di adottare anche dei progetti di residenze d’artista?
«Abbiamo incominciato a ospitare artisti in residenza quando vivevamo a Roma. Affittavamo uno spazio per farli lavorare e li ospitavamo a casa nostra. L’esperienza è sempre stata gratificante ed educativa. La residenza ci ha permesso un approfondimento sul lavoro degli artisti a cui siamo interessati che non offre alcuna altra modalità. In provincia, a Reggio Emilia, tutto è più facile; discutiamo con l’artista il progetto che intenderebbe realizzare; se ci piace lo finanziamo. In questa partnership, noi ci assumiamo il rischio economico, acquisiamo qualche opera per remunerare il tempo che l’artista investe sul progetto e ci occupiamo della sua produzione, promozione e vendita».
Ti ho sentito dire che “accumulare non fa bene all’arte”…
«Una collezione è viva se fa mostra di sé. Lasciare opere d’arte nascoste alla vista del prossimo non fa bene all’arte. Il compito di un collezionista non è solo quello di acquistare, ma anche quello di promuovere, di condividere e di raccontare; prestare la sua collezione per permettere che il lavoro artistico venga condiviso e conosciuto».
Qual è stata la residenza più significativa o sorprendente? Hai qualche aneddoto legato a un artista o a un’opera?
«Le residenze più significative che abbiamo realizzato a SpazioC21 sono quelle nelle quali abbiamo fatto fare un progresso importante all’artista con cui abbiamo lavorato; è successo con la produzione delle maxi-ceramiche realizzate da Nuria Mora, con il pavimento di Stefano Serretta o con la produzione di dipinti su carta fotosensibile realizzati da Roberto Alfano in camera oscura. Per gli artisti è stato un salto di scala nel loro lavoro. Per noi un’enorme soddisfazione».

Come funziona la collaborazione con i critici d’arte e quanto è importante per voi?
«I critici sono un anello molto importante della promozione culturale che facciamo. La scena underground, soprattutto quella italiana, è tendenzialmente autoreferenziale, ha poche voci critiche. Ritengo che la sua emersione passi attraverso una qualificata riflessione intellettuale. Ci siamo quindi costruiti un network internazionale di critici e curatori con i quali abbiamo costruito un rapporto complice, anche per confrontarci sulle scelte che facciamo. Da anni, per ogni artista con cui lavoriamo, scegliamo un critico diverso, sempre più spesso qualcuno che non si sia mai occupato della scena underground. Credo che agli artisti servano prospettive inedite sul loro lavoro ed un feedback onesto sulla qualità di ciò che fanno rispetto al lavoro dei loro pari nati in contesti differenti».
A quali progetti state lavorando attualmente? Con quali artisti state collaborando?
«Nei mesi prossimi abbiamo pianificato commissioni con Waynehorse, Ema Jons, Sainer e progetti con mostra per Brad Downey, Paolo Pellegrin, Aris, Zero-T…».










