12 giugno 2023

Elena Bellantoni alla Fondazione Zoli, quando l’imprenditoria sposa l’arte

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La Fondazione Dino Zoli di Forlì presenta “Se ci fosse luce sarebbe bellissimo”, mostra di Elena Bellantoni sviluppata a partire dalla residenza d’artista nella sede dell’azienda

Elena Bellantoni, Se ci fosse luce sarebbe bellissimo, Fondazione Dino Zoli, Forlì, veduta della mostra. Ph. Cristina Patuelli

Scoprire a Forlì la Fondazione Dino Zoli è stata una piacevole e stimolante sorpresa: un tuffo in un mondo in cui si respira ancora vibrante il passato, trampolino di lancio verso un futuro che ha pennellate di cosmopolitismo senza dimenticare il valore della persona e del suo vivere bene nutrendosi anche di arte e cultura come fonte di benessere, questo in estrema sintesi il succo dell’inaspettata scoperta di un imprenditore che usa arte e cultura come elisir del gusto di vivere.

Si sa che l’Emilia Romagna è uno dei motori del nostro Paese non solo dal punto di vista economico e sociale, ma anche e soprattutto per carica umana, disponibilità, senso di accoglienza, calore e solidarietà che creano un’atmosfera calda e piacevole grazie a persone forti e pronte generalmente a riconoscersi nell’altro rispettandolo pur nelle reciproche diversità e contraddizioni: come dimenticare il conflittuale e comicissimo rapporto tra don Camillo e Peppone di “guareschiana” memoria!

Monica Zoli, Dino Zoli e i dipendenti che hanno lavorato con Elena Bellantoni. Ph. Cristina Patuelli

In tale milieu sboccia e fiorisce la personalità di Dino Zoli (classe 1943) che di origini semplici e senza roboanti e sbandierati titoli di studi – a volte più apparenza che sostanza – grazie a un’intuitiva e lungimirante intelligenza ha saputo maturare sul campo, superando con grinta numerose avversità, una posizione imprenditoriale e intellettuale di grande rilievo e spessore. Nel 1972 crea la Dino Zoli Textile, azienda che produce tessuti di qualità per arredamento, all’epoca nuova nel territorio e oggi affermata e all’avanguardia in campo nazionale e internazionale (esporta in più di 60 Paesi) con importanti nonché numerose ramificazioni a livello mondiale, festeggiate nel 2022 in occasione del 50° anniversario di attività.

Dino Zoli ha girato per lavoro il mondo e, sensibile alla bellezza, ha maturato sempre più l’interesse per l’arte collezionando man mano opere che hanno toccato le sue corde emozionali al di là di business, mode e correnti artistiche e scoprendo sentimenti, opinioni e affinità nel rapporto con gli artisti di cui ha sempre rispettato con fiducia libertà intellettuale ed estro creativo. Ha così inserito una variegata attività artistica nella Dino Zoli: il tutto completamente a suo carico e senza avere mai ricevuto nessuna sovvenzione né chiesto nulla a visitatori di mostre ed eventi e agli operai coinvolti nei suoi progetti nelle ore di lavoro. L’arte è divenuta così immagine di operatività sociale e una sorta di restituzione attraverso la bellezza del beneficio di essere accolto nei territori in cui opera come industriale.

Emblematica della sua sensibilità per il fascino del design la passione per le macchina da corsa e in particolare per la livrea della Ferrari (presente come oggetto d’arte nei Musei dedicati) di cui Zoli si è concesso il piacere di possederne due: una stradale che rappresenta il top di bellezza  raggiunto da quel modello per cui non ha più sentito il bisogno di sostituirlo con i successivi ritenendo che prima o poi verrà riconosciuto oggetto d’arte come avvenuto per la “gemella” della monoposto con cui Michael Schumacher ha vinto il campionato del mondo di F1 nel 2001.

L’iter che ha portato Dino Zoli a utilizzare l’aspetto culturale quale fonte di miglioramento esistenziale ricorda industriali illuminati come Adriano Olivetti che ha operato reinvestendo il profitto anche a vantaggio della comunità e creando così una fabbrica a misura d’uomo con infrastrutture all’avanguardia e funzionalissime (di cui chi scrive conserva lontani ricordi d’infanzia) compresa una magnifica biblioteca al servizio dei dipendenti.

Anche successivi eventi rivelano spirito imprenditoriale analogo a quello dell’industriale eporediese: nel 2000 Dino Zoli acquisisce una Galleria che diviene la Galleria Dino Zoli Arte e nel 2007 crea la Fondazione Dino Zoli dedicata all’arte contemporanea lavorando sempre per migliorarla.

Nel 2008 differenzia il prodotto con la Società agricola I Sabbioni che produce ottimi vini e nel 2011 con un’Azienda di Ravenna (di illuminazione e sistemi integrati) che diviene la DZ Engineering. Infine, nel 2020, riunisce le varie attività nella DINO ZOLI GROUP.

Elena Bellantoni. Ph. Cristina Patuelli

La Fondazione, “cuore pulsante” del Gruppo, propone con grande lungimiranza fino al 25 giugno 2023 “Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo”, una mostra personale di speranza e di apertura verso la luce – quindi da non perdere in questo periodo in cui molte lampadine e fiaccole paiono ridotte a lumicini – nonché simbolo di un futuro meno gravido di incertezze. Se finora questo titolo pregno di significati aveva una sua valenza anche come riflessione sulla necessità di superare prima la pandemia con il suo pesante fardello di sofferenza, isolamento, paura e dolori e poi  l’attuale assurda temperie politica internazionale in cui potere è divenuto sinonimo di aggressione, guerra e sopraffazione, oggi diviene stimolo della necessità di reagire al recente dramma dell’alluvione che ha colpito proprio questa terra coraggiosa che per ora riceve più parole che aiuti, vittima di una politica immatura e incapace di pensare che governare significa considerare tutti nello stesso modo perché – come diceva Eduardo De Filippo per bocca di Filumena Marturano: « ‘E figlie so’ ffiglie… e so’ tutte eguale».

Residenza Elena Bellantoni Dino Zoli Textile. Ph. Milo Adami

Questa singolare personale (curata da Nadia Stefanel) illustra tramite installazione, lightbox e disegni, l’iter compiuto da Elena Bellantoni (Vibo Valentia, 1975) nell’azienda Dino Zoli Textile a partire dalla residenza d’artista svoltasi a più riprese nel 2022 fino al coinvolgimento dei lavoratori durante gli orari di lavoro e della ditta in toto con lo scopo di individuare l’habitus dei singoli attraverso i comportamenti spontanei che ne connotano l’individualità, il tutto per dimostrare come l’ambiente di lavoro in cui si trascorrono molte ore della propria vita sia importante per serenità personale, rendimento nelle varie attività ed equilibrio sociale. Tante microstorie di soddisfazione gioiosa costruiscono una storia proficua e sana.

Elena Bellantoni, Se ci fosse luce sarebbe bellissimo, Fondazione Dino Zoli, Forlì, veduta della mostra. Ph. Cristina Patuelli

Artista eclettica e vivace, Elena laureata in Arte Contemporanea approfondisce la sua formazione a Parigi e Londra dove ottiene un MA (Master of Arts) in Visual Art e si dedica anche al teatro-danza e alle arti performative privilegiando il rapporto tra alterità e identità utilizzando come mezzo di interazione il corpo e il suo linguaggio, non a caso insegna Fenomenologia del Corpo all’Accademia di Belle Arti di Roma. Numerose le sue personali in Italia e all’estero con premi e riconoscimenti di prestigio.

Elena Bellantoni, Se ci fosse luce sarebbe bellissimo, Fondazione Dino Zoli, Forlì, veduta della mostra. Ph. Cristina Patuelli

Nell’esposizione forlivese, aleggia una delicata levità che nulla toglie alla pregnanza di significati profondi e richiami alla politica e alla storia espressi con fine eleganza a cominciare dal titolo che è una frase dell’ultima lettera di Aldo Moro nel 1978 alla moglie prima della tragica fine: scritta al neon blu apre idealmente la mostra che poi si chiude con le splendide parole scritte al neon rosso “C’era una voglia di ballare che faceva luce…”, con le quali Francesco Guccini fotografa l’ansia di ripresa dopo il secondo conflitto mondiale.

Solenne la stanza principale della Fondazione con l’installazione di 14 abiti-scultura concepiti e creati con tessuti (della Dino Zoli) tagliati a forma di trapezio (per accogliere corpi sia maschili sia femminili): in lino rosa allusivo del corpo e in velluto grigio-azzurro per riferirsi alle tute da lavoro, sorta di fantasmi a significare un’omologazione contrastata creando familiarizzazioni e interazioni come nell’abbraccio collettivo dei quattordici dipendenti vestiti con gli abiti-scultura, abbraccio che costituisce l’ultimo fotogramma del video, risultato della residenza dell’artista e spiegazione della mostra.

Una mostra da vedere per comprendere come tutto nell’esistere possa mutare e divenire affascinante variando prospettiva certo è che chi lavora con Dino Zoli vive già in una posizione privilegiata non solo per gli ambienti accoglienti, ma per la spinta a riflettere sulla capacità che ha ciascuno di noi di trarre fuori da sé un fiume di sana umanità.

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