27 gennaio 2026

Memoria. «Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora»

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27 gennaio. Non un giorno qualunque, il giorno della Memoria. Le parole di Anne Frank ci introducono a questo racconto, per immagini, che proprio alla memoria prova a richiamarci

Fabio Mauri, Ebrea, 1971. Courtesy Studio Fabio Mauri

Ebrea. Ebrea è un’opera di Fabio Mauri a cui ogni 27 gennaio, giorno della Memoria, ripenso. Siamo nel 1971, e pochi mesi dopo alla performance Che cosa è il fascismo, con cui ricostruì i “Ludi Juveniles”, Mauri presenta a Venezia, alla Galleria Barozzi la performance Ebrea. Una sedia, dei pattini, dei gioielli, valigie – che Mauri ci ha fatto ri-conoscere in Il Muro del Pianto, richiamando le pile di bagagli sequestrati ad Auschwitz – saponi, un cavallo, un paio di sci, tanti oggetti insomma, certificati da una targa in ottone che ne dichiarava la fattura – erano composti da pellami, grasso, denti e altre parti di corpi ebrei – riempivano lo spazio. C’era, tra loro, anche un corpo vivo, una giovane donna, che con delle forbici si tagliava ciocche di capelli che incollava sullo specchio che le stava di fronte fino a formare una stella di David. 

Fabio Mauri, Ebrea, 1971. Courtesy Studio Fabio Mauri. Ph. Claudio Abate, 1971

«In Ebrea il razzismo ebraico (anti) sta per quello negro [sic.], come per ogni altra specie o sottospecie di razzismo. La cui legge, in ultimo, può riassumersi in: discriminare l’uomo a motivo di un disvalore. O, ugualmente, di un valore. […] In Europa, dal ‘30 al ‘40, il razzismo ha matrice scientifica: afferma che esistano razze, e alcune superiori. Due nozioni che ho riconosciuto false, sebbene la prima sia ancora volgarmente propria», dichiarò Mauri, che ci ha messo nelle condizioni di guardare l’orrore. Come se, parole sue, «quella realtà (la storica) non avesse avuto i suoi finali di condanna, ma ancora sommasse dati fino ad oggi». 

Parlare di memoria e provare a farlo attraverso immagini significa parlare di Fabio Mauri, di cui quest’anno ricorre il centenario. E con lui, significa parlare anche di molti altri artisti. Di chi, come Zoran Mušič l’orrore l’ha disegnato mentre lo viveva e poi, anni dopo, tornò ossessivamente a dipingere mucchi di cadaveri e scene del campo (Non siamo gli ultimi), e chi invece come Anselm Kiefer, che lavora sulle macerie, sia fisiche che spirituali, e che con Occupations è stato uno dei primi artisti tedeschi del dopoguerra a rompere il tabù del silenzio nel 1969. Suoi sono anche Margarethe e Sulamith, due dipinti del 1981 basati sulla poesia Fuga di morte di Paul Celan: Margarethe è l’ideale della donna ariana dai capelli d’oro, rappresentata dalla paglia; Sulamith è la donna ebrea dai capelli di cenere, rappresentata da toni scuri e bruciati. 

Zoran Mušič, Non siamo gli ultimi, 1971. Courtesy Staedel Museum
Zoran Mušič, Non siamo gli ultimi, 1974. Courtesy Ca’ Pesaro
Anselm Kiefer, Dein goldenes Haar Margarethe, 1981. Fondazione Solomon R. Guggenheim, New York, Collezione Hannelore B. e Rudolph B. Schulhof, lascito Hannelore B. Schulhof, 2012

E come lui anche Micha Ullman per esempio, che dove i nazisti bruciarono i libri nel 1933, ha ricreato nel 1995  una stanza sotterranea – visibile da un vetro sulla piazza – piena di scaffali bianchi completamente vuoti: l’assenza di libri rappresenta la perdita della cultura e delle persone. La sua The Empty Library, conosciuta anche come Bibliothek, non è l’unica: anche Rachel Whiteread, nel 2000, a Vienna, ha realizzato Nameless Library, un cubo di cemento molto simile a una biblioteca, con i dorsi dei libri rivolti all’interno, tali da non permettere di leggere i titoli, che simboleggiano le storie e le vite interrotte che non possono più essere consultate. Perché di storie interrotte si parla, di storie che sono affidate alla nostra memoria. Un’installazione non dissimile agli intenti, anzi, parimenti evocativa, è Personnes, di Christian Boltanski. Non libri qui, ma abiti, così tanti essere ammassati in una montagna alta dieci metri. Abiti che ricordano le pile di vestiti ritrovate nei campi di sterminio, abiti che fungono da sineddoche, da parte per il tutto. E il tutto sono le persone che li hanno indossati.

Micha Ullman, The Empty Library, 1995, Berlino
Rachel Whitereadwien, Nameless Library, 2000. Holocaust Mahnmal, Vienna, Judenplatz
Christian Boltanski, Personnes, Monumenta, Gran Palais Paris, 2010, Courtesy ADAJP Paris, 2018, Photo by Dider Plowy

Persone che anche Menashe Kadishman non ha mai voluto dimenticare. Lui, che nel 1978 aveva rappresentato Israele alla Biennale di Venezia – si presentò vestito da pastore e trasformò il padiglione in un vero e proprio ovile abitato da un gregge di 18 pecore vive su cui aveva apposto il suo marchio, una pennellata di colore blu, creando creando un’opera d’arte vivente in costante divenire, espressione della forza di Madre Natura – nel 1997 realizzò all’interno di uno dei Memory Voiddel Jewish Museum di Berlino, Shalechet, un’installazione composta da diecimila dischetti di ferro, lavorati uno per uno, rappresentativi dei volti angosciati di tutte le persone sacrificate in nome di qualsiasi cosa. I volti metallici sono distribuiti sul pavimento e, al passaggio dei visitatori a cui è permesso calpestarli, producono un rumore disturbante, simile a quello delle catene.Questo rumore dei passi sul metallo è lo stesso che Mirosław Bałka usa per evocare il terrore di chi veniva rinchiuso nei vagoni o nelle camere a gas. Nella sua How It Is non usa simboli né foto ma realizza una grossa scatola d’acciaio, sollevata da terra, attraverso cui la memoria passa attraverso i sensi, il rumore. 

Menashe Kadishman, Shalekhet. Instalaltion view Jewish Museum Berlin, ph. Marion Roßner
Miroslaw Balka, How It Is. Turbine Hall, 2009. Courtesy Tate Modern
Luc Tuymans, Gaskamer, 1986. COurtesy David Zwirner

Un rumore che è simile a quello di un grido di dolore. Un grido di chi ha perso la vita in una camera a gas: è stato Luc Tuymans, nel 1986, a dare forma a una camera, a prima vista una stanza vuota, dipinta con toni ocra e grigi molto neutri, perché l’orrore non può essere dipinto con colori troppo vividi, che solo il titolo rivela cosa fosse (Gas Chamber). Un grido di chi è stato fatto a pezzi nel silenzio della notte. Non è un modo di dire, non sono parole dettate dal caso: fatto a pezzi nel silenzio della notte, o, più precisamente, Smashed to pieces (in the still of the night), sono le parole che Lawrence Weiner, nel 1990, ha usato per realizzare una delle sue celebri opere sopra un bunker nazista (Flakturm, Esterházy Park, Vienna).

La memoria non è mai silenziosa. È gentile, è rispettosa, ma scuote e fa rumore. E noi, con la Memoria, abbiamo un solo impegno, non dimenticare. 

Lawrence Weiner, SMASHED TO PIECES (IN THE STILL OF THE NIGHT, 1990. Courtesy Galerie Hubert Winter

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