11 gennaio 2021

Dalla parte del Drago #1: Il Drago e San Giorgio

di

Paolo Uccello, San Giorgio e il Drago, 1456, Olio su tela, 57x73 cm, Londra, National Gallery

Una nuova rubrica di exibart per raccontare episodi “puri” della storia dell’arte, materia ormai quasi in disuso e anche grande assente dai dibattiti contemporanei. Cominciamo oggi, con cadenza quindicinale, aiutati dalle parole di Nicola Mafessoni, gallerista in questo caso prestato alla narrazione. Buona Lettura! 

Giorgio, valoroso soldato, decapitato e fatto santo. Protettore di guide e scout, e per ogni pericolo invocato. Da sempre immortalato vittorioso e vincente, mentre sconfigge il povero drago inerme. Del resto si ribellò al pagano Diocleziano per le persecuzioni ai cristiani ed ebbe in sorte la tragica fine. Ma di decapitazioni del santo se ne trovano ben poche, come quella di Altichiero all’oratorio di San Giorgio a Padova, o come quella sull’arazzo tessuto da Giovanni Karcher, dove il santo è inginocchiato, in attesa di essere giustiziato. Nelle immagini più note risulta però trionfante e a farne le spese è sempre il povero drago morente. Jacopo da Varagine racconta che Giorgio fu chiamato per tenere lontano un mostro che infestava la città di Selem. Gli abitanti, per placare i suoi appetiti e riempire il grosso squamoso ventre, erano soliti scegliere giovani vittime da dargli in pasto, tirando a sorte. E quando il sacrificio toccò alla figlia del re comparse San Giorgio a cavallo che eroicamente sconfisse il drago. Questo portò alla conversione dell’intera popolazione e a numerosi immortali dipinti che evidenziano l’uccisione dell’animale e il trionfo di chi la compie. Ma i draghi non dovevano mangiare solo principi non innamorati che circuivano principesse sognanti, interessandosi solo ai loro beni? E per chi fosse poco romantico: non s’abbuffavano forse i draghi di uova d’ippogrifo e di insalate di mandragola, sorseggiando polisucchi al biancospino? Altro che ossuti giovinastri! E gli uccisori di draghi sono pure molti: Teodoro, Silvestro, Margherita e Marta (che però si limitò ad ammansire il mostro) e persino l’arcangelo Michele, alla guida della battaglia contro l’apocalittico bestione.

Vittore Carpaccio, Il trionfo di San Giorgio, dal Ciclo di San Giorgio degli Schiavoni (particolare), 1502-7

Giorgio è indubbiamente il più noto e dipinto, ma la tragedia andrebbe pur rivista. A cominciare dal drago di Carlo Crivelli, trafitto da una lancia bianca e rossa che passa tra collo e bocca. Ma il santo, ancora non contento, sta per alzare la spada perchè ha deciso di sferrare un altro colpo, e anche il cavallo inorridito dall’altra parte gira il volto. Dalla fantasia di Vittore Carpaccio esce un drago strano e piuttosto magro, che vien da chiedersi dove abbia messo gli altri giovani pasti, dei quali al macabro suolo sono ancora visibili i resti. Giorgio, in armatura nera e con improbabili biondi ricci al vento, domina in sella al suo cavallo al galoppo, che questa volta non è bianco ma scuro, elegante e bello.

Pisanello, San Giorgio e la Principessa (particolare del Drago), 1436-38, Affresco, 223×620 cm (totale), Verona, Chiesa di Sant’Anastasia

E non c’è speranza nemmeno dipinta, che la lunga appuntita lancia esce già dal retro della testa. Pisanello non ha nemmeno il drago menzionato nel titolo – almeno così a noi è arrivato – e l’attenzione cade tutta sulla principessa. In realtà si tratta di un affresco mal conservato ed è ben presente il drago sconfitto, ma la sua parte, scolorita, è quasi totalmente persa. Si capisce però che siamo di fronte a qualcosa o qualcuno (un fossile? un dinosauro?) piuttosto malconcio e sfinito.

Paolo Uccello ritrae una delle sue amate lance in mano ad un giovane Giorgio che trafigge il drago dall’alto del suo cavallo bianco. Siamo appena fuori dalla sua caverna rocciosa e la principessa, irrealmente composta, con collo lungo e fronte alta, lo tiene al guinzaglio come previsto dalla leggenda. Almeno il suo drago sembra vero, e credo sia il mio preferito. In Raffaello il drago ha le zampe anteriori troppo corte e non c’è modo di concludere diversamente: è già stato trafitto da una lancia che si è spezzata in quattro parti e il crudele Giorgio sta per sferrargli il colpo definitivo, elegantemente sistemato sul drappo del suo cavallo grande, dal gozzo enorme.

Tintoretto, San Giorgio uccide il Drago (particolare), 1558, Olio su tela, 157,5×100 cm, Londra, National Gallery

Non molto meglio se lo configura Tintoretto, a cui spetta uno dei draghi più dragosi della selezione, anche se allevia il tutto con una bella fanciulla agghindata, che in primo piano volta le spalle all’azione. A questo cavallo spetta il primato di maggior coraggio, con la testa abbassata diretta verso il mostro, parallela a quella del santo.
Nella fantasia di Donatello si realizza e apprezza il più antico esempio conosciuto di stile stiacciato, e anche il primo uso della prospettiva lineare centrica in un’opera a noi giunta. E sarà il media monocromatico, saranno la novità, ma si coglie leggermente meno la voglia di crudeltà.
Cavalchiamo avanti nel tempo. Van Dick coinvolge nell’atto il cavallo bianco e questa volta il curioso drago-serpentinato anche dalle sue zampe viene colpito. O così pare, ma tanto la fine è uguale.
Il cavallo esce però di scena in Edward Burne-Jones che immagina Giorgio in piedi: la sua lancia ha già trafitto il corpo del mostro e con la spada aguzza è ora in procinto di aprirgli il gozzo. Il mantello del vincitore svolazza e una fanciulla legata sullo sfondo sopravvive e ringrazia. Con Peter Paul Rubens, solito esagerato, il drago riceve la stessa sorte, addirittura in primo piano. San Giorgio e il drago di Hans Von Aachen ha nell’eroe vincente un ragazzetto determinato, e il suo cavallo pure. Entrambi si sfogano sulla povera bestia che rimane a terra con le fiamme ferme nella bocca aperta. E Giorgio, martire vittorioso, riuscirà anche questa volta ad essere fiero.
Non c’è speranza nemmeno nel secolo scorso. Salvador Dalì crea una scultura dove il drago ha le dimensioni che spettano a simil creatura, ma Salvador non fa quello che ci si aspetta dal suo nome: il drago, arrotolato, comunque muore.

Salvo, San Giorgio e il drago, 1973, olio su carta, 320×200 cm, Collezione privata – Courtesy Archivio Salvo, Torino

Non mi resta che Salvo, penso. E lì dovremmo esserci. Ma il suo intento è quello di riportarci alla mitologia e sebbene i suoi colori siano più accesi e vivi – o tenui, dipende dalle versioni – il drago in salvo non ci si mette e finisce come con tutti gli altri nomi.
Aveva ragione Khalil*: ogni drago genera un San Giorgio che lo uccide e lo manda via.
E questa è l’unica storia dipinta che ci sia.

*Gibran

Nicola Mafessoni è gallerista (Loom Gallery, Milano) e amante di libri (ben scritti). Convinto che l’arte sia sempre concettuale, tira le fila del suo studiare. E scrive per ricordarle.
IG: dallapartedel_drago

1 commento

  1. Qualora non lo conoscesse, segnalo all’autore (appassionato come me del tema) il quattrocentesco ciclo di affreschi di San. Giorgio, il drago e la principessa nell’omonima chiesa di Montemerano (GR), un raro esempio iconografico tratto da Iacopo da Varagine. Roberto Ago

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