04 novembre 2020

Follia? Il quadro clinico di Vincent Van Gogh era un po’ più complesso

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Parlare di Vincent Van Gogh come di un genio folle è riduttivo e irrispettoso: un nuovo studio definisce un quadro clinico più preciso e restituisce il ritratto di un individuo lucido e sofferente

Vincent Van Gogh, Autoritratto (agosto 1890), Nasjonalmuseet, Oslo, Norvegia
Vincent Van Gogh, Autoritratto (agosto 1890), Nasjonalmuseet, Oslo, Norvegia

Disturbo bipolare dell’umore associato a disturbo borderline della personalità, aggravati dall’abuso abituale di alcool e da lunghi periodi di malnutrizione. È questa la diagnosi sulle condizioni di Vincent Van Gogh, emersa nel corso di uno studio recentemente pubblicato dall’International Journal of Bipolar Disorders, firmato da Willem A. Nolen, Erwin van Meekeren, Piet Voskuil e Willem van Tilburg.

Per condurre lo studio, sono state somministrate delle interviste semi strutturate a tre storici dell’arte esperti di Van Gogh e della sua corrispondenza, ed è stato condotto un esame neuropsichiatrico per valutare se i sintomi potessero essere spiegati da una condizione medica. Alla luce della ricerca, che tiene conto dell’impossibilità di analizzare il soggetto di persona, come da codice etico della psichiatria, diverse diagnosi suggerite in precedenza potrebbero essere escluse come altamente improbabili.

Oltre ai disturbi bipolari e della personalità, Van Gogh attraversò anche due fasi di delirio, probabilmente dovute all’astinenza da alcool, seguite da gravi episodi depressivi, di cui almeno uno con caratteristiche psicotiche da cui non si riprese completamente, portando infine al tentativo di suicidio che l’avrebbe portato alla morte, il 29 luglio 1890, all’età di 37 anni. Come comorbidità aggiuntiva, non può essere esclusa una epilessia focale del lobo temporale, spiegano i ricercatori.

Insomma, quando si parla genericamente della “follia” di Van Gogh e della sua “eccentricità”, si dovrebbe andare cauti e usare dei termini non solo più precisi ma anche più rispettosi. Quello che a noi, oggi, sembra un pittoresco genio folle e sregolato, era in realtà una persona sofferente, vittima delle costrizioni – reali o immaginarie non fa differenza – del giudizio comune e questa vessazione si riflette ancora adesso.

In effetti, è lo stesso Van Gogh a fare riferimento al suo stato di estrema prostrazione in molte lettere, «La mia testa a volte è insensibile e spesso brucia e i miei pensieri sono confusi», scriveva tra il 1877 e il 1878, quando si trovava ad Amsterdam, dopo aver lasciato prima Londra e poi Parigi. Tra il 1882 e il 1883, a L’Aia, scriveva di sentirsi «come se fosse legato mani e piedi, sdraiato in una fossa profonda e oscura, incapace di fare qualsiasi cosa». Già in giovane età, il futuro artista presentava atteggiamenti “insoliti” e il padre stesso ne annotava «l’inclinazione alla malinconia». Felix Rey, il suo medico ad Arles, definì la sua prima crisi violenta, quella del famoso taglio dell’orecchio, come una «eccitazione transitoria», attribuendone le cause al suo stile di vita e all’uso smodato di alcol – in particolare vino e assenzio –, caffè, tabacco e al consumo di cibo scadente.

Vincent van Gogh, Tavolino di caffè con assenzio, Van Gogh Museum, Amsterdam,
Vincent van Gogh, Tavolino di caffè con assenzio, 1887, Van Gogh Museum, Amsterdam

Il metodo dello studio

In questo nuovo studio, i ricercatori hanno tentato di approfondire e specificare le analisi sulle psicopatologie di Vincent van Gogh, usando un metodo alternativo. «Molte delle diagnosi suggerite in precedenza derivavano da un approccio top-bottom, dall’alto verso il basso, basandosi sul presupposto che Van Gogh soffrisse di una malattia specifica, sulla base di argomenti a favore di tale malattia nelle sue lettere e in altre fonti, senza tener conto di altre informazioni che rendevano la malattia improbabile», spiegano i ricercatori.

«Al contrario, abbiamo utilizzato un approccio bottom-top, dal basso verso l’alto, valutando tutti i sintomi mentali mai riportati da Van Gogh nelle sue lettere o come si trovano in altre fonti. Pertanto, abbiamo mirato a esplorare tutte le possibili diagnosi, al fine di escludere malattie molto improbabili e individuare altre malattie più o meno probabili», continuano.

La diagnosi, oltre la follia: Vincent Van Gogh lucido e perseverante

Dopo la morte di Van Gogh, una delle prime diagnosi suggerite, nel 1922, fu la schizofrenia. «Tuttavia, con l’attuale comprensione di questo disturbo, sembra improbabile poiché Van Gogh non ha mai mostrato sintomi psicotici prima dell’incidente all’orecchio, all’età di 35 anni», continuano. Da ritenere come altamente improbabili anche le atre diagnosi somatiche, come la malattia di Meniere, la sifilide – che avrebbe portato alla morta del fratello Theo – la porfiria intermittente cronica esacerbata dal consumo di assenzio contenente tujone, varie forme di intossicazione tra cui l’avvelenamento da monossido di carbonio.

Vincent Van Gogh, Natura morta: tavolo da disegno, pipa, cipolle e ceralacca, gennaio 1889, Museo Kröller-Müller, Otterloo
Vincent Van Gogh, Natura morta: tavolo da disegno, pipa, cipolle e ceralacca, gennaio 1889, Museo Kröller-Müller, Otterloo

Ma Van Gogh stesso era consapevole dei suoi stati di instabilità: «A volte ho una terribile lucidità mentale, quando la natura è così bella di questi tempi e poi non sono più consapevole di me stesso e il dipinto mi viene in mente come se un sogno. Ho davvero paura che ciò avrà la sua reazione di malinconia quando arriverà la brutta stagione». Da queste parole, emerge il ritratto di un individuo lucido e resiliente, «dotato di enorme forza di volontà e di perseveranza», scrivono i ricercatori. «Solo durante gli episodi psicotici più gravi ha temporaneamente smesso di lavorare ma negli anni ha continuato sempre a dipingere, anche nei periodi più difficili della sua vita».

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