03 luglio 2022

A lezione di arti performative

di

Scoprire la creatività avvicina alla libertà. Una sfida al concetto di limite come insegnano a The Momentary Now School of Performance, a Milano

C. Ferretti, Muta Reverse, ph. Andrea Bertolin

Non c’è bisogno di essere attori o artisti professionisti per partecipare a The Momentary Now School of Performance di Zona K, spazio culturale nel cuore del quartiere Isola, a Milano. Un corso teorico-pratico, tra azione e riflessione, che si propone di esplorare il mondo della performance tra arti visive, cinema, poesia, teatro ma anche antropologia, psicologia e sociologia. Gli allievi sono di provenienza diversa, quasi sempre connessi all’arte, alla poesia, ai beni culturali, ma anche gente che si avvicina da altri campi. “Una scuola di avviamento professionale anche per chi non è del settore, ma ha una gran voglia di mettersi in gioco”, spiega l’artista e ideatrice del progetto Marcella Vanzo. “I corsi si svolgono da gennaio a maggio, con incontri di due ore a settimana. I partecipanti, mai più di 10/12 persone, entrano in contatto con il mondo dell’arte e il suo funzionamento, conoscono i professionisti, cominciano a lavorare e, alcuni, vincono premi con i loro progetti.

M. Turri, Ricamo, ph. Andrea Bertolin

Come Daniele, in arte Supersciri – che lavorava in un istituto di credito – famoso per la sua performance di Uomo vestito al contrario e con Svivere, dai risvolti autobiografici. Non rilasciamo certificati, ma per le studentesse di fotografia dello IED, che hanno seguito il corso, sono stati riconosciuti crediti formativi”. Tra gli ospiti che intervengono alle lezioni ci sono nomi noti come Cesare Pietroiusti – che a Roma dirige, con Francesco Careri, il primo Master di “Arti performative MAP_PA”, negli spazi della Pelanda, nell’ex Mattatoio di Testaccio – e il curatore e critico d’arte Pietro Gaglianò”. Un percorso che porta gli allievi a delineare un progetto personale, finalizzato alla realizzazione di una performance, da presentare a un gruppo di curatori: Matteo Bergamini per l’aspetto giornalistico e curatoriale, Gabi Scardi, critica e curatrice d’arte, docente all’Università Cattolica di Milano e Paola Clerico dello studio e spazio espositivo Case Chiuse, che lavora da molto tempo con gli artisti. Quest’anno, a compimento dell’iter, le performance sono state presentate ai Giardini Lea Garofalo di Viale Montello, a Milano.

F. Zianni, Merve Rèmine, ph. Andrea Bertolin

“Li prepariamo a 360 gradi e lavoriamo sul concetto di limite in senso ampio, fino alla performance all’aperto, fuori dal teatro, che significa esporsi, lasciare l’ambiente chiuso e protettivo della pratica. Non ci sono sistemi di salvataggio, quinte, luci. Si è esposti alla vista di tutti. La performance deve infilarsi in mezzo alla vita, dopo essere stata testata a teatro”, sottolinea Vanzo. Per farlo è necessario provare e riprovare, allenarsi per superare timori, acquisire capacità di resistenza. Viene in mente quanto racconta Marina Abramovic, che per le sue performance si allena a lungo. Marcella Vanzo è andata in Grecia a seguire un workshop dell’artista serba: “sono allenamenti propedeutici a una performance di permanenza ed esasperazione, cui si arriva con un iter di disciplina, tuffi nell’acqua gelida, esercizi simili allo yoga, meditazione, niente cellulari o altri device, per perdere la concezione del tempo. Il mio metodo è diverso, cerco di portare fuori un significato che gli studenti hanno già dentro”.

M. Giudice, Creature au cor de l’intimité, ph. Andrea Bertolin

Ma preparazione e prove sono necessarie. Così la scultrice Federica Zianni, che ha fatto il corso perché “non avevo molta consapevolezza del mio corpo e volevo imparare di più su me stessa e sperimentare la performance nella mia pratica artistica”. Così ha indossato la sua scultura fatta di camere d’aria di bicicletta e ci si è mossa dentro, come in un bozzolo nero, pesante e soffocante, che spostava faticosamente di metro in metro. All’inizio non resisteva più di 5 minuti nell’involucro. Il titolo? Merve Rèmine, dalle parole verme e inerme, decisamente non anagrammabili. Oppure Miriam Giudici, che con Creature_au Couer de l’Intimité ha messo in scena una rinascita o una ridefinizione, scivolando da un vestito, come una vecchia struttura, per scendere a terra, imprimere l’impronta del proprio corpo sul terreno e traghettarsi da uno stato a un altro bevendo simbolicamente un bicchiere d’acqua.

V. Spera, Lunario, ph. Andrea Bertolin

Tra gli altri, il Ricamo di Monica Turri, un omaggio alla madre e ai suoi ricami, in un intreccio di fili colorati come per tessere una tela fino a farne parte. O il corale Lunario, di Valeria Spera, in cui un gruppo di donne (e non è stato facile trovarle) recita un “rosario” laico, intriso di assenza (“Ho un cratere nel cuore, che grida il tuo nome”). In tutto dieci performer sparsi con le loro postazioni nel giardino e mescolati alla gente, a volte curiosa, a volte totalmente indifferente, come un gruppetto di ragazzi sudamericani concentrati sul loro aperitivo. Essere artisti in queste situazioni significa essere anche un po’ “artosti”.

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