15 gennaio 2024

Adios Diego: il murales di Jorit, in una Napoli tra passato e futuro

di

Napoli, quartiere di San Giovanni a Teduccio: nel murales di Jorit a Taverna del Re, si intrecciano arte pubblica e prospettive sociali, tra abbattimenti, degrado e nuove speranze di vita

Maradona, il murales di Jorit a San Giovanni a Teduccio, Napoli
Maradona, il murales di Jorit a San Giovanni a Teduccio, Napoli

L’inverno presto o tardi arriva. E con esso il freddo, le piogge e l’umidità. Immaginate delle case con pareti infiltrate dall’acqua e piene di muffa agli angoli degli intonaci. E i bambini del condominio sempre con la tosse, ciclicamente a letto con febbre e trachee infiammate. E poi quei rivestimenti in fibrocemento per le coperture, le tubature, i pannelli ignifughi che evocano sempre e solo due parole: eternit e cancro ai polmoni. Eppure se ci si affaccia da uno di quei balconi si potranno scorgere sulla grande parete cieca delle enormi chiazze di colore. Nero, grigio, rosa melanina e se ci si sporge di più anche dei lineamenti rosso rubino che attraversano la grande fiancata di uno dei palazzi dell’area Taverna del Ferro.

Siamo a San Giovanni a Teduccio, zona Est di Napoli. Un complesso residenziale costruito nell’immediato dopo terremoto del 1980 e che, dal 2017, ospita il grande murales di Diego Armando Maradona dipinto dal celebre street artist napoletano Jorit Agosh. Autore di numerosi ritratti graffiti tra cu quelli dii Martin Luhter King, San Gennaro e Nelson Mandela, Jorit, al secolo Ciro Cerullo, classe 1990, è conosciuto e apprezzato ormai in tutto il mondo. Questo di San Giovanni a Teduccio è però un Diego barbudo, ormai incanutito, maturo, non più quello giovane e plastico del Mundial ‘86 di Città del Messico. Una sorta di alter-ego del rivoluzionario argentino Che Guevara (ritratto su un’altra palazzina dell’area) e che tuttavia ha reso l’artista napoletano un’icona assoluta della street art.

Ora, questo bellissimo murales è a rischio abbattimento e parte della comunità napoletana, i tifosi, gli estimatori di Jorit, sono delusi e sgomenti. Dal 2 febbraio 2024 infatti inizieranno i lavori di riqualificazione di tutta l’area di Taverna del Ferro, complesso realizzato nell’ambito del piano straordinario di edilizia residenziale del 1981 per la ricostruzione delle zone toccate dal terremoto dell’Irpinia del 1980. 360 nuovi alloggi costruiti grazie ai fondi del PNRR e del Pon Metro Plus 21-27 (106 milioni) gestiti dalla giunta comunale di Napoli guidata dal sindaco Gaetano Manfredi.

Le voci però sono diverse e c’è molta confusione. Per alcuni saranno abbattute solo alcune costruzioni centrali all’interno delle “stecche del Bronx”, i palazzoni a schiera del rione, lasciando in piedi i murales. Ma secondo i documenti del comune verrà via giù tutto e si ricostruirà ex novo.

«Ovviamente mi dispiace ma l’opera serviva proprio ad accendere i riflettori sul Bronx e a dare voce alle persone che ci vivono e la cosa importante è che le persone abbiano case confortevoli in cui vivere», dirà Jorit. Ma poi l’opera è diventata qualcos’altro. A Napoli Maradona non è solo un ricordo sportivo indelebile. È un’icona portafortuna, una fonte di ispirazione non solo per il “pueblo”, le classi popolari più povere che lo hanno eletto loro protettore, alla stregua di San Gennaro e la Madonna.

Anche quelle più ricche e colte si ispirano al grande calciatore argentino che risollevò le sorti calcistiche e l’orgoglio di una città intera, martoriata, negli anni ’80, dalla povertà, dal degrado, dalla camorra e in ginocchio proprio a causa del terremoto. Un santo cittadino ma adesso anche un brand con cui veicolare la neapolitan way of life nel mondo. Che vale milioni in turismo, cultura, eventi, mostre, concerti, manifestazioni etc. Anche grazie alla squadra di calcio del SSC Napoli, che l’anno scorso, con una cavalcata trionfale e lo scudetto vinto con due mesi di anticipo, ha fatto crescere ancora di più (se ce ne fosse stato bisogno) l’appeal di tutta la città. E proprio sotto questo murales è in parte rinato l’orgoglio napoletano, questa agiografia cittadina di rivalsa e di riqualificazione estetica e umana più che sociale e urbana.

Ma cosa succederà adesso? La vicenda in realtà è andata sotto i riflettori anche per un altro motivo. Alcuni giorni fa 20 persone del Comitato di Lotta ex Taverna del Ferro hanno occupato l’ufficio del sindaco Manfredi nel palazzo del Consiglio comunale in via Verdi. Sono 360 i nuclei familiari che devono lasciare le loro case per i lavori di abbattimento. Per i rappresentanti del comitato, però, ci sono 50 famiglie «Non in regola, che non sono legittimi assegnatari e che per necessità negli anni passati hanno occupato alloggi in modo abusivo. Disoccupati, disabili, persone che non si sono potute permettere affitti di 400, 500 euro e che ora chiedono una regolarizzazione al sindaco Manfredi». Sono alcuni rappresentanti del comitato a chiedere che queste famiglie siano integrate nel piano di rinnovamento del comune.

Siamo insomma al punto della storia. Una Napoli che resiste (per storia, per condizione ma anche per attitudine) a regole basilari di convivenza civile. Una Napoli dove spesso non è possibile tracciare linee chiare tra il pubblico e il privato, tra la legalità e l’illegalità, tra l’io e il noi, “tra ‘o bbuono e ‘o malamente” (come cantavano in nota canzone gli Almamegretta). Troppo antica come memoria, come troppo stratificato il nucleo di senso, sociale, culturale e, di conseguenza, urbano – anche se, in fondo, parliamo soltanto degli anni ’80 – per riuscire a definire spazialità e responsabilità chiare e nette. Una comunità/promiscuità che rende difficili perfino dividere arte e degrado, riqualificazione e sperimentazione, tra spinte al cambiamento, alla modernizzazione e quell’antica quanto nuovissima saggezza e sapidità sociale, collettiva, esplosa proprio in quei favolosi anni ‘80 e descritti da Jorit in un altro murales al Centro Direzionale, sempre con Maradona, Massimo Troisi e Pino Daniele.

La domanda quindi rimane. È giusto difendere pezzi di degrado quando diventano vettori di arte, memoria e senso della collettività? Ha senso salvare il murales di Diego? Per Jorit non avrebbe molto senso. In fondo lui è da sempre il genio della serialità, per nulla legato all’inimitabile unicità dei suoi lavori. Tutt’altro. Le sue creazioni, le sue storie di popolo, sport, politica, musica, cinema vivono sempre di vita propria, riprodotte, condivise, instagrammabili. In fondo, quanti di noi sono andati di persona nella zona Est o al Centro Direzionale, a San Pietro a Patierno (il murales di Nino D’Angelo trovato per puro caso durante un giro in Vespa) per osservare da vicino questi capolavori? Pochi.

Ne abbiamo goduto soprattutto grazie alle immagini, ai click, agli articoli dei giornali o dei post online. La sua fama ha girato così. Non ha mai sfruttato veramente il luogo ma sempre il messaggio, l’immagine pura. Jorit non è moderno, è ultramoderno. Per produrre i propri lavori non può nascondersi, sfruttare la notte e l’anonimato come i vecchi writers. Jorit crea lavori megalitici, complessi, dispendiosi economicamente e in termini di ore di lavoro. Deve per forza mettere insieme reti di comitati cittadini, associazioni (come Inward), committenti, amministrazioni e convogliare l’interesse di personalità importanti che finanziano e amano i suoi lavori. Creazioni che sono ambite da tutti, che possono accendere un faro su un quartiere, renderlo famoso, prestigioso. Un grande potere ma sicuramente riproducibile, in questa era della tecnica.

«I murales rappresentano un elemento di forte caratterizzazione del sito tale da motivarne la rifazione in due punti significativi sul piano percettivo». Sono i progettisti del comune e responsabili della futura Taverna del Ferro, a parlare. Insomma si lascerà lo spazio per rifarli. Tutti contenti? In realtà no. Questo è in fondo il rischio per Napoli. Almeno di una certa Napoli sfruttata e venduta all’estero, ai turisti, in tv e sui giornali. Se si modernizza, si sviluppa, se lotta per il miglioramento e contro il degrado, rischia di perdere quell’aura da città-favela, di città povera ma ricca di memoria e di cultura, arte e socialità. Rischia di diventare una città “normale”. È questo che si vuole? È la costante domanda che urbanisti, politici, filosofi ma anche gente comune si pongono. Quanto dobbiamo salvare del nostro passato? Quando è giusto andare avanti?

Ebbene, il freddo dell’inverno ormai è arrivato anche nelle palazzine del Bronx. Forse sarà l’ultimo battendo i denti, con la pioggia in casa e le muffe sulle pareti. Sarà l’ultimo anche in compagnia di Diego, del Diez, del D10s?

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui