23 luglio 2020

«Quel libro è offensivo e umiliante»: Martin Parr tacciato di razzismo

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Martin Parr è finito sotto accusa per razzismo e analfabetismo visivo, dopo aver curato la pubblicazione di un volume del fotografo italiano Gian Butturini

Una campagna antirazzista lanciata da una studentessa britannica di 20 anni, Mercedes Baptiste Halliday, ha portato il celebre fotografo britannico Martin Parr a dimettersi dal suo ruolo di direttore artistico al Bristol Photo Festival. Halliday, che attualmente studia antropologia all’University College di Londra, ha guidato una protesta durata 18 mesi, indirizzata contro un libro di fotografia del fotografo italiano Gian Butturini, curato e promosso da Parr. Nel 2019, Halliday organizzò anche un sit in, insieme a un gruppo di giovani attivisti, all’esterno della National Portrait Gallery, dove stava avendo luogo la mostra “Only Human”, di Martin Parr.

London, il volume della discordia

Il volume in questione è una ristampa fedele all’originale di London, un reportage di fotografie in bianco e nero realizzato dal fotografo bresciano Gian Butturini nel 1969. London, fotolibro autoprodotto e di grande formato, si presentava come un racconto, narrato dalla voce di un giovane Butturini, di una città in metamorfosi, dallo swinging degli anni ’60 alla presa di coscienza di una nuova umanità e di una povertà sempre più visibile.

Per Butturini, London ha rappresentato il primo passo verso la street photography, che lo ha poi condotto a una crisi esistenziale tale da abbandonare il suo impiego da grafico. Stanco di «Lavorare per chi fa soldi», Butturini si è poi dedicato alla fotografia di impegno sociale e civile.

Il volume, ormai introvabile, è stato rieditato dalla casa editrice Damiani su volontà dei familiari di Butturini e di Parr ed è stato ristampato nel 2017 con un’introduzione scritta da Parr stesso.

La campagna di Halliday contro Martin Parr

Definito da Halliday come «Spaventosamente razzista», London comprende, tra le immagini riprodotte, un ritratto di una donna nera pubblicato accanto a una foto raffigurante un gorilla in uno zoo londinese. In un’intervista, Halliday afferma che Parr è come la «Statua della fotografia di Charleston», rappresentando «Una generazione di uomini bianchi di mezza età che fanno ciò che vogliono senza conseguenze. Parr è una istituzione e noi abbiamo appena iniziato a smantellarla».

E così, Parr, vistosi accusato di razzismo e di analfabetismo visivo, assumendosi le proprie responsabilità, ha deciso di ritirarsi dalla giuria del Bristol Photo Festival, perché «La mia presenza come direttore artistico potrebbe essere una distrazione non necessaria dal meraviglioso lavoro esposto dagli artisti». Parr ha pubblicato le sue scuse, definendo il volume «Offensivo e umiliante» e ammettendo la sua insensibilità e la sua cecità imperdonabili. Il fotografo ha, inoltre, chiesto di rimuovere London dalla vendita. 

Il fotografo era già stato chiamato in causa lo scorso anno su Twitter, quando ha cercato di chiarire che, contrariamente alle affermazioni pubblicate su Phoblographer a giugno 2019, non ha potuto modificare il libro. «Certo, avrei dovuto raccogliere lo spread, ma purtroppo non l’ho fatto», ha scritto Parr, riconoscendo di essere consapevole dell’aura razzista delle immagini presente nel libro di Butturini.

Parr, “visivamente analfabeta”

In uno scambio di email che Halliday ha pubblicato su Twitter, Parr scrive di provare vergogna per se stesso e per l’associazione che ha deciso di ristampare il volume, dichiarandosi colpevole per «Una svista di cui mi pento profondamente». 

«Considerando la tua posizione di fotografo, trovo imbarazzante che una posizione razzista sia stata trascurata», ha risposto Halliday. «Il confronto tra donne di colore con scimmie e gorilla è un noto tema razzista. Tutti si sarebbero aspettati che individuasse la gravità delle immagini presenti. Anche l’editore avrebbe dovuto porre maggior attenzione ai contenuti del testo. Chiaramente, ci sono stati fallimenti a ogni livello».

Halliday è stata supportata nella sua campagna dal fotografo e regista Benjamin Chesterton, un ex produttore della BBC che ora gestisce la società di produzione Duck Rabbit. Chesterton afferma che il mondo della fotografia ha denunciato l’atteggiamento di Parr, sottolineando come fosse «Razzismo strutturale messo a nudo». 

Chesterton dice a The Art Newspaper: «Nessuno “al potere” voleva rendere Martin Parr responsabile per la promozione di un libro razzista, tranne Mercedes Baptiste Halliday e una coppia di sue amiche. Quando ha protestato, è stata quasi universalmente ignorata».  Aggiunge, inoltre, che sarebbe stato inevitabile che Bristol decidesse di non tollerare un direttore artistico come Par, definito come «Visivamente analfabeta quando si tratta di razzismo». 

Prese di posizione

Una risposta radicale e diretta è giunta dagli studenti del MA di Fotografia della University of the West of England di Bristol, i quali hanno deciso di annullare la mostra di fine anno “Quote Unquote” che avrebbe dovuto essere inaugurata il giorno stesso alla Martin Parr Foundation. Un portavoce di UWE Bristol ha dichiarato che, alla luce dei recenti eventi, gli studenti di fotografia di UWE Bristol MA hanno deciso di annullare la loro mostra per coerenza: «L’università si impegna attivamente per il rispetto della diversità, per l’uguaglianza e l’inclusione sociale».

Halliday protesta davanti alla mostra “Only Human” di Martin Parr, alla National Portrait Gallery di Londra

Tra le crescenti pressioni di molti colleghi fotografi, attivisti e curatori sui social media a sostegno di Halliday, il Bristol Photo Festival ha annunciato su Twitter che avrebbe sostituito il ruolo di direttore artistico e formato un comitato creativo di tre persone per supervisionare la progettazione delle future mostre e attività del festival.

Tracey Marshall, direttrice del festival, racconta che «Il ruolo del direttore artistico è sempre stato temporaneo. Il comitato creativo sostituirà ora il ruolo di direttore artistico in linea con l’impegno del festival nella collaborazione».

Dal canto suo, invece, l’editore di London sta valutando la possibilità di ritirare dal mercato le copie rimanenti del libro, a causa dei suoi «Valori di intolleranza, non rispetto reciproco e coesistenza pacifica». Il portavoce della casa editrice, tuttavia, ha dichiarato di non considerare fondanti le accuse di razzismo contro il lavoro di Butturini e Parr. 

Le parole dei figli di Butturini

Sul sito dedicato al fotografo Butturini è riportato l’articolo scritto da Michele Smargiassi per La Repubblica, in cui vengono riportate anche le parole dei figli Tiziano e Marta.

Per Tiziano Butturini, «Giudicare un libro da due sole immagini è impossibile. Quell’accostamento ha molte letture diverse nella cultura in cui è immerso. Il gorilla in gabbia per mio padre era anche un simbolo di fierezza». Tiziano si è detto deluso da Parr, «A cui abbiamo manifestato solidarietà per queste inverosimili accuse, ma che ha risposto nel modo sbagliato, forse messo sotto pressione da una campagna aggressiva e non sostenuto da nessun altro». Come scrive Smargiassi, la prospettiva che  London sparisca dal mercato sconcerta perché «Sarebbe una barbarie, speriamo non accada, io e mia sorella Marta vedremo in quali modi difendere la memoria e la dignità di nostro padre».

Gian Butturini, London

Per una riflessione a tutto tondo è necessario – e intellettualmente coerente – anche partire dall’introduzione di London, scritta da Butturini nel 1969, di cui riportiamo un passo:

«Ho camminato di notte, di giorno, ho setacciato gli angoli della città che il turista non vede. Certo non ho fotografato le guardie della regina, impettite e inamidate come statue di gesso. Ho fotografato una negra, chiusa nella sua gabbia trasparente; vende biglietti per il metro: sola spenta prigioniera, isola immota e senza tempo tra i flutti di umanità che scorrono si mescolano si fondono davanti alla sua prigione di ghiaccio e di solitudine. Non ho fotografato i guardiani della Torre o i banchieri della City con ombrello e cappello duro. Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta […]».

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