02 giugno 2020

La città emancipata. Progetti d’arte urbana in pandemia

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Il Covid-19, come sappiamo, ha completamente riscritto, rimandato o annullato i programmi di una stagione, ma da una parte all'altra del mondo vi sono stati progetti capaci di riprendersi, ed emancipare, gli spazi urbani

L'Internazionale Artists in Quarantine
L'Internazionale Artists in Quarantine

Il Covid-19, come sappiamo, ha completamente riscritto, rimandato o annullato i programmi di una stagione dei musei, delle gallerie e degli spazi non profit. In questa lunga stasi nella quale non è stato più possibile realizzare le mostre, ho trovato interessante quanto due progetti corali basati sull’interazione delle varie comunità di artisti, in Europa, e negli Stati Uniti, siano riusciti a riprendersi gli spazi urbani.
Il filosofo Alain Badiou sostiene che la dissezione degli eventi sia scaturito da procedure di intensificazione, contrazione e localizzazione. Il taglio con il passato segna una intensificazione nella riappropriazione degli spazi etici a favore del senso comune.
Se la pandemia può essere una rinascita della storia, nella quale ricominciare a ristrutturare un rapporto diverso con la città, anche l’arte deve entrare nel dibattito uscendo fuori dai musei. Badiou considera la proliferazione di queste ribellioni urbane e la loro insurrezione urbana e localizzazione, un segno di un potenziale ritorno dell’idea universale di libertà, solidarietà, uguaglianza ed emancipazione.

Rollins Michael, Sunrise
Rollins Michael, Sunrise

Progetti urbani in Europa

L’etico primo progetto lanciato in un momento drammatico della quarantena, fino al sette Maggio, è stato Artists in Quarantine nato dall’interazione della confederazione internazionale di musei: Il Reina Sofía di Madrid, il Van Abbemuseum di Eindhoven, SALT online, i Musei di arte moderna di Varsavia e Anversa, MACBA Museu d’Art Contemporani de Barcelona, M HKA con L’Internazionale; la collaborazione si basa sul dialogo e la condivisione di visioni e ricerche.
La città è diventata un teatro di scena nel quale si attua la narrazione vitale che ingloba l’inclusione, il riposizionamento delle pratiche artistiche per la collettività in un dialogo serrato con l’architettura, le opere realizzate sono state pensate per i balconi e le finestre delle case.

L'Internazionale
L’Internazionale

I balconi sono diventati un’appendice del pensiero, un modo per contrastare la solitudine, l’ansia e per accaparrarsi di concetti di solidarietà, influenzare esperimenti di integrazione urbana nei quali spingersi oltre il solito modo nel quale proporre arte.
I sedici artisti invitati a partecipare si sono confrontati dai loro attuali spazi di vita quotidiana, lavoro,con le condizioni e i luoghi. Cosa è scaturito da questo esperimento? Le loro riflessioni suggeriscono nuove prospettive sullo spazio pubblico e quello privato, sulla solidarietà e la critica che sono intrinsecamente connesse al presente.
Gli artisti che hanno realizzato gli interventi sono Babi Badalov, Osman Bozkurt, Simnikiwe Buhlungu, Ola Hassanain, Sanja Iveković, Siniša Labrović, Rogelio López Cuenca & Elo Vega, Kate Newby, Daniela Ortiz, Zeyno Pekünlü, Maja Smrekar, Isidoro Valcárcel Medina, Guy Woueté, Akram Zaatari, e Paweł Żukowski.

Installazione di Luciana Abait
Installazione di Luciana Abait

L’onda partecipativa e i progetti nella West Coast

Sull’onda partecipativa, anche se meno politico nei contenuti, è la mostra all’aperto che ha inaugurato un paio di settimane fa “We Are Here / Here We Are” promossa da Durden and Ray gallery e co-curata da Sean Noyce, che ha coinvolto più di cento artisti che si riappropriano degli spazi della città di Los Angeles realizzando installazioni disseminate in luoghi non convenzionali per l’arte contemporanea.
Un segno distintivo nel quale andare a dialogare in modo serrato con la struttura urbana della città, disseminando gli interventi nel tessuto disomogeneo della metropoli, dai giardini pubblici, alle vetrine delle palestre, fino alle facciate dei palazzi.
La casualità o l’essenza o la preponderante analisi del dialogo con il tessuto urbano diventa una narrazione discontinua nella quale misurarsi con la morfologia di un nuovo arcipelago e riscoprire il potere dell’arte quando si confronta con la sfera pubblica. Una capacità anche nell’avvicinarsi con un pubblico non solo di appassionati d’arte, mostrando una coraggiosa resistenza nel non arrendersi nei momenti più complessi.
In questo disegno spurio e seducente la città diventa un’assemblage di linguaggi, un territorio di confronto nuovo, che si estende da Long Beach a sud di Pasadena a Santa Monica; con i lavori di Cody Lusby, dell’artista multidisciplinare Jennifer Celio e la pittrice Stephanie Han, le proiezioni notturne di Michael Rollins sulle facciate di N. Main St, l’installazione fotografica realizzata da Ismael de Anda; l’installazione della pittrice di origine argentina Luciana Abait; solo per citarne alcuni dei tanti validi artisti coinvolti.
Il progetto evidenzia come la vasta comunità di artisti possa avere una voce decisiva nel confronto con la città, la pandemia ed entrare nel dibattito inclusivo portando una ventata di rinnovamento.

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