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A poche settimane dall’apertura al pubblico della 61ma edizione della Biennale d’Arte di Venezia, prevista per il 9 maggio 2026, due sviluppi delle ultime ore hanno riacceso il dibattito che intreccia arte e politica: da un lato le sanzioni decise dall’Ucraina contro i rappresentanti del Padiglione russo, dall’altro l’intervento della Commissione europea, che valuta la sospensione dei finanziamenti alla Biennale in caso di partecipazione della Russia, come già anticipato a marzo.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha firmato un decreto che introduce misure restrittive nei confronti di cinque figure coinvolte nel progetto espositivo russo: la commissaria Anastasia Karneeva, l’ex ministro della Cultura e attuale rappresentante per gli scambi culturali Mikhail Shvydkoy e gli artisti Artem Nikolaev, Ilya Tatakov e Valeria Oleinik. Le autorità di Kiev li definiscono «Propagandisti culturali» legati al sistema politico russo, accusandoli di contribuire alla legittimazione internazionale della guerra. Il provvedimento prevede il congelamento dei beni, il divieto di ingresso in Ucraina e la sospensione di ogni forma di cooperazione culturale.
Parallelamente, la Commissione europea, attraverso l’agenzia Eacea, ha notificato alla Biennale la possibile sospensione o revoca di un finanziamento da circa due milioni di euro destinato alle attività cinematografiche per il triennio 2025-2028. Nella comunicazione si ipotizza una violazione del regime sanzionatorio europeo, legata alla riapertura del padiglione russo come «Delegazione governativa». L’istituzione veneziana avrà 30 giorni per presentare controdeduzioni.
La risposta della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco, è arrivata in tempi rapidi. In una nota ufficiale, l’ente ha ribadito di aver agito «Nel pieno rispetto delle leggi nazionali e internazionali vigenti» e di non aver violato alcuna norma, riaffermando la propria posizione: la Biennale come spazio di dialogo, aperto e non soggetto a logiche di esclusione culturale.
Il caso si inserisce in un contesto già fortemente polarizzato. Nei giorni scorsi, ministri della Cultura e degli Esteri di 22 Paesi europei avevano chiesto formalmente lo stop alla partecipazione russa, mentre il governo italiano, attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, ha espresso una posizione molto critica, pur ribadendo la necessità di acquisire ulteriori elementi prima di una decisione definitiva. Giuli ha inoltre richiesto alla Biennale documentazione sui rapporti con le autorità russe, mentre la Commissione europea attende un parere anche dal Ministero degli Esteri italiano.
Secondo Kiev, la partecipazione russa, sospesa dal 2022, rappresenta un tentativo di “normalizzazione” e propaganda. Per Mosca, come dichiarato dallo stesso Shvydkoy, si tratta invece di un diritto inalienabile all’espressione culturale. Nel frattempo, il dibattito si estende anche al mondo dell’arte e delle istituzioni italiane. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro ha difeso la linea della Biennale come luogo di confronto e non di censura, pur precisando che eventuali derive propagandistiche porterebbero alla chiusura del padiglione. Posizioni analoghe sono state espresse da figure come Achille Bonito Oliva, che ha ribadito la natura intrinsecamente libera dell’arte.








