04 luglio 2000

La 7° Mostra internazionale di architettura Motivi di riflessione

 
La città delle ragazze
Al tema proposto dalla settima Biennale di architettura in corso a Venezia “Less Aesthetics more ethics” il Giappone risponde con l’allestimento di uno spazio di grande respiro formale

di

La città delle ragazze

«L’istinto e il tatto delle ragazze hanno sempre inseguito la bellezza pura. Quando affermano che un adulto è brutto, innanzi tutto rivelano la loro reazione fisica nei confronti di un corpo, di un respiro, o di una voce […] Il modus vivendi delle ragazze può apparire negativo, sgradevole, presentato con durezza e attraverso elementi kitsch, ma è in questi tratti che vorrei rinvenire il futuro positivo della città del ventunesimo secolo»(1)
Al tema proposto dalla settima Biennale di architettura in corso a Venezia “Less Aesthetics more ethics” il Giappone risponde con l’allestimento di uno spazio di grande respiro formale. “Carino” (kawaii) è l’aggettivo più frequente che caratterizza il mondo delle ragazzine per identificare abiti accessori arredamento cancelleria, diventando ben presto sinonimo di “feticcio”. Questo termine indica una “profonda inclinazione verso le cose” che diventa attitudine ad usarle in un certo modo, connotando universi intimi, ed è tale rapporto di intimità estrema-inclinazione all’uso ad assumere quell’espressività che le rende “gradevoli”.
Kasuyo Sejima & Ryve Nishizawa
“Loose socks”, lunghi e spessi calzini “scesi” ad hoc, Tamagocchi, gioco digitale e Purikura, istantanee adesive… sono alcuni dei nuovi leggeri piccoli e trasportabili articoli per ragazze che disegnano la “loro” città.
Questo, credo, possa anche essere il tema conduttore per alcune riflessioni sull’esposizione di architettura a Venezia, per selezionarne alcuni aspetti emersi che fanno riflettere sul futuro della città, degli spazi da vivere, delle architetture da vivere. Non si tratta allora di mettere da parte l’estetica a favore dell’etica (etica ed estetica in architettura sono unite dallo stesso comun denominatore, ossia rendere un “favore” al senso dell’artificialità condizionato dai pensieri umani), ma di cogliere quanto di etico può esserci in alcuni fenomeni “estetici” che oggi caratterizzano il divenire urbano. Kosuke tsamura, Mother
Un punto essenziale è proprio quello dell’artisticità del proliferare di atteggiamenti che ne configurano azioni e ripetizioni sempre più marcate, come questo mondo leggero di oggetti trasportabili che le ragazzine tengono dietro i loro volti “senza radici”, le loro espressioni ancora “vergini”, in mostra alla Biennale. È la sovrapposizione di figure e “specificità” al femminile che connotano l’installazione: il brecciolino bianco dove inciampare, gli indumenti di Tsumura per trasportare i propri piccoli, le foto di ragazze scattate da Van Meene…
«Le ragazze stabiliscono nel corpo l’unico sostegno esistenziale, vagano, fluttuano. Senza cognizione del limite tra interno ed esterno»(2)

Toglietevi le scarpe e fate come se foste a casa vostra!
L’altro aspetto caratterizzante i nostri modi di vivere oggi la quotidianità è l’uso frequente di tecnologie che ci portano a confondere l’essenzialità del rapporto interno-esterno, privato-pubblico. Al padiglione olandese si entra, una voce invita a togliersi le scarpe e ad accomodarsi “dentro”. È possibile godersi un bel film, navigare in internet, guardarsi delle fotografie o leggersi un libro o compilare il De-Fence Manual, distribuito ai visitatori per fissare alcuni aspetti importanti di caratterizzazione privato-pubblico. È questo modo di condividere spazi e comportamenti ad essere valutato e discusso come ipotesi di nuova prefigurazione del sociale, del vivere comune, presentando tratti di forte attrazione ma anche di vago imbarazzo.
NL Architects, installazione
L’ambiente, messo a nudo dallo scambio continuo delle postazioni e delle relative prestazioni, nel continuo via vai di “visitors”, si mostra in tutta la sua attualità: un salotto pubblico dove sdraiarsi su comode chaise-longue regolabili a piedi scalzi – ognuna dotata di un televisore – bere acqua, cambiare postazione e collegarsi al World Wide Web, tutto in tutta intimità. Un servizio pubblico che offre privacy, rende l’abitare quel luogo oggi ambiguo che sta formalizzandosi nuovamente, trovando altre dimensioni ai suoi elementi chiave: sdraiarsi, leggere un libro, accovacciarsi in poltrona, ecc. «NL Architects hanno creato un’installazione che è alienante e confortevole allo stesso tempo. I visitatori ed i proprietari del salotto sono gli attori di questo progetto interattivo. Durante l’orario di apertura i proprietari si occupano del benessere fisico ed intellettuale degli ospiti.
NL Architects, installazione
Si tratta di artisti della Rijksacademie di Amsterdam che organizzano varie attività e comunicano con ospiti reali e virtuali godendosi lo spettacolo. Essi trasformeranno l’installazione in un processo di crescita lungo quattro mesi»(3)

Nemausus – residenze popolari
«Sostenevo che i quartieri popolari non dovevano più essere miseri, stereotipati e tristi; che non era giusto che i nuovi abitanti, per vivere in città, dovessero essere obbligati ad abitare in alloggi più miseri rispetto a quelli della campagna o dei paesi da cui provenivano; che gli alloggi dovevano migliorare, modernizzarsi, adeguarsi al loro stile di vita, e che era impensabile conservare le stesse norme del dopoguerra; infine che era assurdo ed immorale calcolare l’ammontare dell’affitto in funzione della superficie e delle “qualità” dell’abitazione (numero delle finestre, delle stanze da bagno…): questa legge, detta della superficie corretta, era un’incitazione a costruire abitazioni piccole e di scarsa qualità architettonica in modo che fossero a buon mercato.
Jean Nouvel, Nemausus, edifici residenziali, Nimes, Francia, 1985-87
Nemausus è nata in questo contesto, dall’ambizione di architetti che volevano abitazioni più grandi allo stesso prezzo, proclamando la quantità di spazio come nuovo criterio estetico architettonico e della qualità della vita, dimostrando l’assurdità della superficie corretta»(4)
Ho sempre considerato questo edificio progettato da Nouvel denso e affascinante, carico di bellezza e di senso dello spazio tale da condizionare la vita “dentro” e la vita del quartiere intorno.
Jean Nouvel, Nemausus, edifici residenziali, Nimes, Francia, 1985-87
Questa volta si tratta di fare riferimento all’abitare come alla possibilità di estendere il proprio dominio fisico alle cose, agli oggetti intorno, appropriazione di uno spazio per le proprie esigenze di vita, quelle più basilari, da sempre. Le innumerevoli sequenze che durante la mostra evidenziano dell’edificio stato di fatto, conservazione, modalità del vivere “dentro” sono eloquenti in questo senso.

Il campo delle possibilità: occupazioni instabili
Passando dalle abitazioni ai domini pubblici, il campo delle possibilità aumenta e l’elasticità del progetto può divenire “evento urbano”, porsi come configurazione in grado di attivare motivazioni prima nascoste al normale scorrere degli avvenimenti.
Nel progetto di Hadid per il nuovo Centro di Arte e Architettura contemporanea a Roma sono le correnti direzionali e la distribuzione delle differenti densità a caratterizzare l’organizzazione dell’intero complesso, indicando un futuro architettonico più fluido, “uno spazio poroso e avvolgente” dove i vettori di circolazione sovvertono le masse e dove la circolazione interna ed esterna segue la corrente geometrica generale, mentre elementi di circolazione verticali ed obliqui sono localizzati in aree di confluenza, interferenza e turbolenza.
Zaha Hadid, Centro di Arte e Architettura, Roma
«Il passaggio da “oggetto” a “campo” è fondamentale per comprendere il rapporto che l’architettura dovrà instaurare con il contenuto delle opere che ospiterà. Per questi motivi, è estremamente significativo che nel configurare la possibile identità di questa nuova istituzione (ospitare sia l’Arte che l’Architettura), che aspira alla densità polivalente caratteristica del 21° secolo, la concezione di spazio e quindi di tempo sia rielaborata»(5)

Il potenziale tecnologico
Su questa edizione della Biennale sono in molti ad avere assunto posizioni estremamente critiche rispetto all’uso smodato delle tecnologie digitali come mezzo per enfatizzare la visione, dunque come puro strumento di rappresentazione le cui potenzialità di grande impatto visivo finiscono per diventare l’“architettura” stessa, rubandone contenuti a favore di un’illusione estetica pura che divaga e rapisce dentro mondi fluidi e accattivanti. Se il potenziale tecnologico possiede un risvolto estetico marcato non è per questo che deve essere allontanato: sarà invece importante ancora una volta comprendere l’ampiezza di un fenomeno che riguarda l’evoluzione del nostro modo di vivere e di abitare spazi, di decifrarne nessi e poetiche, di leggerne ancora possibilità di riuscita in senso “evidentemente” sempre più artificiale/artificioso. La valenza estetica di tutto questo potrà solo costituire un incentivo in più nel processo di analisi-apprendimento di un fenomeno non superficiale del nostro tempo.
Philippe gazue, Restauro e ampliamento del complesso sportivo Biancotto a Parigi
Vorrei perciò evidenziare la peculiarità di un momento storico in cui viene dato ampio spazio alla sperimentazione tecnologica sia come mezzo di rappresentazione (soprattutto in questo senso) che come mezzo di “studio elaborato” della forma architettonica, con tutti i rischi che questo comporta. Occorre infatti distinguere tra il gioco puro, la ridondanza del gesto creativo e invece l’opportunità di iniziare a considerare dimensioni etico-estetiche assolutamente innovative, dove i messaggi possono essere resi al meglio della confidenza visuale, premere sui nostri stati d’animo addormentati, generare nuovamente emozioni, avvicinarci (avvicinare il pubblico più vasto) al tema della progettazione contemporanea come in tutte le esposizioni di carattere internazionale dovrebbe succedere. E i mezzi? I mezzi saranno ovviamente quelli più attuali, quelli oggi più in grado di fare “parola”; inutile allora demonizzare tutto questo, occorre solo cogliere – questo il suggerimento di carattere etico – la ricchezza (anche la ridondanza) del potenziale tecnologico che oggi caratterizza il nostro presente. È con essa fare i conti sia per difenderne nuove trame di discorsività sia per tenerne lontani carattere effimero e volontà depauperatrice dell’effettualità progettuale.
Philippe Gazeu, Restauro e ampliamento del complesso sportivo Biancotto a Parigi
Quest’ultima resta evidente a partire dalla sua carica di “trasformazione” della realtà. Mutazione è una collezione di immagini molto eloquenti che testimoniano la trasformazione subita da un edificio parigino durante tutto il 1999 fino agli inizi del 2000. Come spiega Philippe Gazeu: «Le immagini presentate non sono semplici illustrazioni, quanto invece la ricerca di un periodo di trasformazione fisica e di uno spazio che è in costante rottura con se stesso, uno spazio in mutazione.
Memoria di un progetto perdutosi nel tempo, queste immagini ci consentono di osservare e comprendere come le operazioni che si susseguono o che avvengono nello stesso momento siano esse stesse dei progetti che riguardano l’esistenza, il desiderio o il piacere stimolati dallo sconvolgimento rappresentato dal progetto architettonico nel suo insieme»(6)

Révélateur – Strumenti tradizionali EVOLUTI
Strumenti che agiscono sul tempo, sull’architettura del tempo trascorso, sulla esattezza visiva di pietre immobili affondate nella laguna: sono alcune installazioni nello spazio delle Gaggiandre, i cantieri acquatici costruiti alla fine del ‘500 da Jacopo Sansovino, uno dei luoghi più suggestivi tra gli spazi recuperati per questa Biennale dove acqua pietra e qualità dei suoni comprimono il pensiero in uno stato d’animo compatto.
Marin Kasimir, Rivelatore- intorno a Euralille 1997, installazione nello spazio delle Gaggiandre
«Dal momento in cui si installa la macchina fotografica in un certo punto, lo spazio attorno ad essa si converte in un palcoscenico aperto sia alla realtà che alla finzione. Le persone possono entrare e uscire da questo palcoscenico o anche riapparire in un secondo momento e possono ricostruire, assieme agli elementi fortuiti presenti nell’immagine e all’ambiente architettonico del paesaggio urbano, la complessità della vita di ogni giorno, dare forma ad un’allegoria o ad un’illusione in codice ad un evento specifico»(7)
Davanti a una macchina fotografica fa gioco l’intimità “bella” delle ragazze.

Patrizia Mello



1- K. Koike, curatrice del padiglione giapponese La città delle ragazze, commissario Arata Isozaki, commissario aggiunto Masayuki Kuriyama, architetti Kazuyo Sejima Ryue Nishizawa, artisti invitati Kosuke Tsumura, Hellen Van Meene, Yayoi Deki.
2- idem
3- NL Architects, Città privata/Casa pubblica, commissario Kristin Feireiss, commissari aggiunti Herman van Dongen, Angela van der Haijden, design del padiglione NL Architects.
4- J. Nouvel, Nemausus, installazione alle Corderie.
5- Z. Hadid, Concetti architettonici e strategie urbane: il campo delle possibilità, installazione al Padiglione Italia.
6- P. Gazeu, Restauro e ampliamento del complesso sportivo Biancotto a Parigi, installazione nello spazio delle Artiglierie.
7- M. Kasimir, Rivelatore – intorno a Euralille, 1997, installazione nello spazio delle Gaggiandre.


[exibart]

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