02 novembre 2023

Eureka, il viaggio interiore di Lisandro Alonso seduce la Viennale

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Una metafora che apre le porte del sogno lucido: il regista argentino Lisandro Alonso ci racconta Eureka, la sua nuova avventura cinematografica, alla ricerca della pace interiore: il film alla 61ma Viennale

Ci sono voluti nove anni per realizzare Eureka, la nuova avventura cinematografica di Lisandro Alonso. Il regista argentino racconta com’è la vita nella riserva indiana del Sud Dakota: «La protagonista è una poliziotta, lo scorrere degli eventi che intercorrono in compagnia della figlia raccontano stralci della loro vita. Parallelamente al realismo degli eventi il film si biforca in mondi paralleli, dove la donna assume le sembianze di uccello per viaggiare attraverso paesaggi interiori, dal Sud Dakota al Messico, fino alle foreste dell’Amazzonia, per infine mostrarci la via al sogno lucido.  Un film diviso in tre parti ma con un solo percorso, quello volto a cercare la pace interiore: il nostro Nagual».

EUREKA, Lisandro Alonso. © Viennale, Peter Griesser

OS Perché il titolo Eureka?

LA «Tutte le volte che inizio a girare un film non ho idea di quale sarà il titolo, al contrario questa volta il titolo mi è arrivato ancor prima di iniziare. È stato come scoprire dove volevo essere: in quei luoghi, con la mia squadra. Ho impiegato nove anni a girare questo film».

OS Qual è la ragione per cui ha deciso di realizzare questo film in quattro battute?

LA «Quando ho finito il mio film precedente, Jauja, mi sono chiesto perché non filmassi gli indigeni che c’erano intorno, ho subito pensato al genere western e mi sono detto che questo non ha mai rappresentato gli indiani, soprattutto culturalmente, il western è un genere molto metaforico, il bianco uccide il bianco».

OS Perché il passaggio dal bianco e nero al colore?         

LA «È un gioco estetico, il film è come un quadro, ci metto dentro tutto e ognuno trae le proprie conclusioni».

OS Com’è stata la tua esperienza in Sud Dakota?

LA «Gli Stati Uniti non includono i loro popoli nativi, vivono nel Dakota come in una fottuta riserva. Non hanno voce, non hanno libertà, sono come una roccia, vivere in una riserva al giorno d’oggi è strano, no?».

OS Quattro paesi, ben quattro. Come sono state le riprese?        

LA «A volte chi troppo vuole nulla stringe. Ci sono state molte complicazioni girando in così tanti paesi, insomma, a volte è stata dura».

OS Com’è stata la tua esperienza nel girare nel sud di Oaxaca?

LA «Una location difficile, abbiamo dovuto attraversare sette fiumi per arrivare nel posto in cui abbiamo fatto le riprese, ma è stato bello. È successo che io non capissi il loro significato della parola “ahorita”, pensavo semplicemente che intendessero “adesso, in questo momento” ma poi ho capito che poteva anche significare “mai”».

OS Come sei entrato in questo processo sciamanico per realizzare il film?        

LA «Con i Chatino e i nativi del Sud Dakota. Li ho ascoltati, e ho cercato di comprendere ciò a cui aspirano da loro stessi e dalla loro comunità».

I personaggi in Eureka provano sempre un sentimento di angoscia e solitudine?

LA «È una cosa tipica di tutti i miei film: i personaggi sono sempre soli, emarginati, angosciati. In un certo senso anche questo fa parte dell’essere latinoamericano».

OS Ritieni che Eureka sia un viaggio nell’ignoto?

LA «Un viaggio verso l’ignoto probabilmente, ma verso quell’ignoto che voglio conoscere».

OS L’importanza della fotografia.

LA «Timo per me è un genio, è finlandese, parla poco e mi piace molto il suo modo di inquadrare e illuminare, che è abbastanza classico, arriviamo in un posto e gli racconto com’è la situazione. Non cerco di impormi, ma piuttosto di essere aperto a ciò che propone».

OS Che esperienze ti lascia Eureka?        

LA «Mi lascia con molte cose, non avrei mai pensato di viaggiare così tanto, di lasciare l’Argentina per così tanto tempo, di girare un western, di fare un film in inglese, non lo avrei mai immaginato in vita mia».

OS E per quanto riguarda la musica?

LA «Non metto mai la musica nei miei film, penso che distragga, la musica non contribuisce molto, distrae».

L’uccello in Eureka è il climax o la metafora visiva del film?

LA «È una reincarnazione, un’uscita poetica, è un modo mistico per qualcuno di viaggiare da un luogo all’altro».

Potremmo definire Eureka come un processo di sogno lucido?

«Sì totalmente, il film è come un sogno nel sogno, non è richiesta molta coerenza narrativa, si tratta piuttosto di osservare un dipinto e lasciarsi andare. I film che spiegano molte cose mi annoiano».

OS Com’è stata la tua esperienza con Chiara Mastroianni?        

LA «Chiara è un genio, l’ho conosciuta a un festival. Per prima cosa mi interessa conoscere la persona, solo in un secondo momento penso in loro come attori e se possono essere adatti per la mia storia».

OS Definiresti il tuo film come Sikuli (il potere di vedere l’invisibile)?        

LA «Sì certo, sono d’accordo con la ricerca della pace interiore. Fare un film è come crescere un figlio, molte volte non capisco perché ho filmato questo o quello o semplicemente perché l’ho fatto: ci vogliono molti anni per capire. È proprio come avere un figlio, cresce ma non sai dove andrà da grande. Ecco perché non mi piace controllare continuamente un’idea».

OS Quali sono le tue influenze nel cinema?        

LA «Le influenze arrivano dalla mia famiglia, dalla campagna, la relazione con gli animali. Potrei citare migliaia di registi latinoamericani e non, hanno fatto parte della mia crescita. Tuttavia l’influenza maggiore viene dalle persone con cui lavoro. La cosa migliore del mio lavoro è poter scegliere le persone e, talvolta, le influenze arrivano da molti. Il regista come “puto capo” non funziona con me».

OS Qual è stato il primo film che hai visto?        

LA «Tarzan il re delle scimmie».

OS Di che colore è la tua vita?

LA «Non saprei perché provo molte emozioni, ma tendo a pensare che sia verde o forse come la mostra sul volo degli uccelli».

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