14 febbraio 2020

Il senso lineare di Sam Mendes per la guerra, in 1917

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Ha fatto incetta di premi Oscar per le raffinate soluzioni tecniche ma 1917 di Sam Mendes ha un difetto: la linearità. Ecco le nostre impressioni dalla trincea

Nei film di guerra le spiagge esprimono sempre qualcosa di paradossale. Ci aprono spazi immensi e abbandonati, richiamano le nostre emozioni più felici, il mare, i genitori, l’immensità delle cose e dei ricordi. Per poi finire inondate di sangue, dolore e morte. Le spiagge compaiono in Dunkirk di Christopher Nolan, ne La Sottile Linea Rossa di Terrence Malick, ovviamente in Salvate il Soldato Ryan di Steven Spielberg ma soprattutto in Land of Mine, capolavoro passato sottotraccia del danese Martin Zandvliet. Su quella sabbia, il silenzio e i ricordi ancestrali ci confondono e ci opprimono. In 1917, l’ultimo film del regista britannico Sam Mendes – premio Oscar nel 1999 con American Beauty – le spiagge non ci sono. Eppure c’è una distesa, nell’ultima battaglia combattuta nei pressi della linea tedesca di Hindenburg che, pur nelle differenze, ricorda la lucentezza di una spiaggia, di uno spazio desertico e aperto.

Sam Mendes e il tanfo asfissiante di 1917

Nella Grande Guerra del 1914-1918, i battaglioni si affrontavano a distanze limitate, perché gittata e rateo di fuoco dei fucili P14 inglese, Enfiled americano e Gewehr 98 tedesco erano ancora ridotti. La frontalità e la linearità dello scontro bellico, della difesa e dell’attacco, è categorica, molto più di altre guerre raccontate da film spazialmente più diffusi ma anche emotivamente più respirati.

Il difetto di 1917 è tutto qui. È un film che non respira, che ci trascina in una infinita trincea a senso unico – «Stai andando in senso contrario, brutto idiota!» – in una galleria-ricovero, tra brandine, topi e cibo per cani tedeschi. E quella sensazione asfissiante rimane addosso anche quando i due giovani caporali Tom Blake e William Schofield (Dean-Charles Chapman e George MacKay), investiti del compito di fermare prima dell’alba l’attacco del 2º Battaglione Davon, inconsapevoli di essere caduti in una trappola tedesca, attraversano una No Man’s Land spettrale e sconfinata. Tra filo spinato, cavalli di frisia, distese di bossoli, obici abbandonati e cadaveri lasciati nelle buche «da cui non si esce più». Perfino in questo spazio immenso e maledetto l’unico varco è un minuscolo anfratto nel reticolato, invisibile a occhi non consapevoli. Per arrivarci sono molto utili le carcasse di cavalli. «Di notte il tanfo ti aiuta ad orientarti».

Solo quando, verso la conclusione, il caporale Schofield decide di salire sopra la corsia scavata nella terra bianca per proteggere gli uomini dall’artiglieria e di correre, finalmente, libero di sfidare le pallottole per i campi della Somme ma soprattutto di infrangere (per noi) quella monodimensionalità rettilinea e asettica che accompagna tutto il film, siamo dunque liberi di coglierne la grandezza visiva e tecnica che ci ha oppresso per 90 minuti.

La guerra è sempre bella. Ma ha ancora senso raccontarla?

Il piano-sequenza iniziale, che dura 23 minuti, è bastato per vincere tutti e tre i premi tecnici degli Oscar 2020 (Fotografia a Roger Deakins, Effetti Speciali a Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron, Sonoro a Mark Taylor e Stuart Wilson). «Che spettacolo», direbbe il Capitano John H. Miller alias Tom Hanks, mentre osserva le onde rosso sangue di Omaha Beach in Salvate il Soldato Ryan. Che spettacolo quell’incedere deciso di Kirk Douglas nelle trincee del fronte Occidentale in Orizzonti di Gloria (1957) o quella dolorosa e inutile corsa di Mel Gibson, anche lui nel tentativo di fermare l’ennesimo vano attacco alla trincea nemica in Gallipoli (1981).

La guerra è da sempre schifosamente bella. Amiamo raccontarla, le sue storie, i suoi autori sconosciuti, le sue tragedie, i suoi atti di eroismo dimenticati perché troppi o perché troppo spesso miscelati alla retorica militare, alla ragion di Stato, per propaganda e mai per fini educativi. In 1917 non mancano valori e storie (il ricordo, l’amicizia, il coraggio, l’obbedienza cieca ma anche la vanagloria e la grettezza) ma sono solo di contorno.

Sam Mendes sul set di 1917

Il duo Mendez-Deakins già nel 2005 aveva raccontato in modo estremamente originale una guerra, quella del Golfo (1991) in Jarhead. In quell’ occasione i soldati statunitensi avevano assaporato non tanto la vacuità della guerra, un messaggio piuttosto abusato, quanto l’inutilità della loro stessa partecipazione al conflitto, risolto in poche settimane e con pochissimi scontri terrestri. Ecco, grazie allo stesso Sam Mendes e al suo sfoggiatissimo iperrealismo di 1917 ci spingiamo oltre e ci chiediamo: ha ancora senso raccontare la Guerra?

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