Teresa

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Base

Tipo

Persona

Name

Teresa

Cognome

Campioni

Città

Roma

Provincia

Roma

Regione

Lazio

Nazione

Italia

CAP

00137

Sesso

Femmina

Sito web

http://www.teresacampioni.it

Occupazione

Artista

Titolo di studio

Laurea 2° Livello

Facebook

http://www.facebook.com/www.facebook.com%2Fteresacampioni

Descrizione

“Io sperai di esser tra quelli
che camminano le vie ribelli
stelle di stelle
sudici eroi
quei cialtroni degli artisti
scopatori pederasti tristi
incantatori aquilonisti
egoisti
quelli che qualcuno cresce
al riparo dalla realtà
fuori dai guai senza un’età
soli
quelli che son tutto e niente
che non vivono mai veramente
ma neanche poi muoiono mai…”
Claudio Baglioni “Stelle di stelle”

Che altro dire di me?????
Che sono laureata in Psicologia e diplomata all’ Accademia di Belle Arti; che nella vita di tutti i giorni conduco laboratori creativi finalizzati al ben-essere e lavoro anche come cristalloterapeuta. Che sono irresistibilmente attratta da tutto ciò che è “oltre” e sono nata innamorata del colore, del sole, del mare…e dell’ amore! Ah, che mi piace definirmi come mi chiamavano da piccola “Dottoressa in pupazzetti” e che…PREFERISCO IL RUMORE DEL MARE…

Per quanto possa provare ad andare con la memoria indietro nel tempo, non riesco a ritrovare un momento preciso in cui il “demone dell’Arte” si è impossessato di me.
Credo di essere nata già programmata per appartenere a quel mondo controverso, esaltato e disprezzato.
Ricordo che da piccola mi chiamavano scherzosamente “Dottoressa in Pupazzetti” perché, a chi mi chiedeva cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo sempre: ”La pittrice”. Potevo avere quattro-cinque anni, allora, e non molto tempo dopo alla Befana chiedevo di portarmi i colori a olio.
Non so descrivere a parole l’emozione che provai il giorno in cui li ebbi tra le mani: un tipo di brivido che mi percorre anche ora per tutto il corpo, quando sono immersa nei miei lavori, quando sono finalmente al cospetto di grandi opere viste fino a quel momento solo in foto, oppure semplicemente quando entro in un negozio di belle arti…dove farei incetta di tutto!
L’Arte, in particolare quella del colore, mi ha accompagnata lungo tutto l’arco della mia esistenza, fin dai primi passi, nei momenti belli e in quelli meno belli: negli uni è stata celebrazione, piacere allo stato puro, negli altri potere curativo, catarsi.
Con Lei ho pianto, ho riso, urlato; ho volato, sofferto, gioito; sono caduta e mi sono rialzata, ho vinto e ho perso, ho toccato il fondo rischiando di annegare, ho vissuto gli anni più belli e più brutti della mia vita.
E’ stata per me compagna, amica, amante, nutrice, balia, madre, figlia e sorella. Fedele e traditrice, esaltante o sfinente, avvilente. L’ho ammirata e seguita, desiderata, fortemente voluta, sentita dal di fuori e dal di dentro.
L’ho assaggiata, annusata, toccata, guardata e ascoltata con tutta me stessa.
Per lei ho viaggiato, camminato, girato e rigirato, mi sono inoltrata in territori sconosciuti, ho vagato, mi sono persa e sempre ritrovata. Ho comprato, ho speso tutto ciò che avevo, ho rinunciato ad altre cose perché non potevo resisterle.
Ho consumato chilometri di carta e di tela, decine e decine di pennelli, chili di colori e litri d’acqua e di trementina, stracci su stracci, matite e pastelli di tutti i tipi…
L’ho improvvisata con materiali di fortuna quando non avevo a disposizione altro, ma anche quando ce l’avevo: legni bruciati, sassi spaccati, vecchi lenzuoli, carta da parati, avanzi di vestiti…giornali, riviste, materiale raccolto qua e là che a mucchi riempie la mia casa. L’ho pensata, inventata, creata anche dove non c’era.
L’ho portata con me nella vita di tutti i giorni: sui miei quaderni, sui diari, su fogli e foglietti, sulla carta assorbente dove si spandeva qui e là dando vita a forme inaspettate; sui libri e sui giornali, tra uno schema di parole crociate e l’altro, perfino sulla carta igienica; sui miei vestiti e sui grembiulini di mio figlio, sui maglioni di tutta la famiglia, sulle pareti delle case che ho abitato, su lenzuola, trapunte e cuscini, e sul mio abito da sposa…
L’ho regalata, barattata, offerta, venduta e svenduta, nascosta e svelata, messa in mostra, raccontata, condivisa a piene mani con fiducia ed entusiasmo, donata come un grandissimo tesoro e ne sono stata gelosa.
L’ho studiata, imparata, copiata, provata e riprovata, cercata e ricercata, osata e temuta, sono entrata in Lei e ne sono uscita un’infinità di volte, l’ho amata con tutta me stessa, celebrata e infossata, offesa, perfino odiata e invidiata quando ho creduto di non esserne all’altezza.
Davanti a Lei mi sono inchinata con timore reverenziale, sentendomi piccola come una formica, ma anche grande, infinita: di Lei mi sono sempre nutrita senza saziarmi mai.
Quando sono con Lei non c’è più tempo né spazio, tutto diventa sfocato e ciò che resta è solo un piacere quasi sensuale, in una dimensione altra in cui potrei perdermi per sempre.
Con Lei non ho bisogno di parole: è l’unica da cui mi sono sempre sentita compresa, permettendomi di esprimermi fino in fondo e di essere me stessa. Non mi giudica, mi accetta così come sono, mi aiuta e mi sostiene sempre, mi dà talmente tanto senza chiedere in cambio nulla se non una parte del mio tempo e delle mie risorse.
Più volte l’ho abbandonata e poi ritrovata, dimenticata e ricordata, ma mai rinnegata.
Finché ci sarà Lei ad accompagnarmi mi sentirò viva e finché sarò viva Lei sarà con me.

“Visse un tempo un santo sufi, Hijira. Un angelo gli apparve in sogno raccomandandogli di attingere e serbare quanta più acqua potesse dal pozzo, poiché il mattino seguente il diavolo avrebbe avvelenato tutta l’acqua del mondo e chiunque l’avesse bevuta sarebbe impazzito.
Il fachiro trascorse il resto della nottata a far provvista di quant’acqua gli riuscì di attingere. E le parole dell’angelo si avverarono!Il mattino seguente tutti impazzirono. Ma poiché tutta la cittadinanza era accomunata dalla medesima follia, nessuno se ne rese conto. L’unico a non essere andato fuori di senno era il fachiro, e tutti cominciarono allora a dire che il poveretto doveva essere impazzito. Lui era in realtà l’unico a sapere cos’era successo, ma nessuno volle credergli, e così se ne rimase in solitudine a bersi la sua acqua.
Ma non avrebbe potuto continuare a lungo così. Tutti i suoi concittadini vivevano in un mondo completamente differente dal suo. Nessuno gli prestava ascolto, e finì per correre la voce che lo si sarebbe dovuto prendere e gettare in prigione: era o non era completamente pazzo?
Un bel mattino essi si avviarono per catturarlo. O lo si poteva curare del suo malanno o lo si sarebbe dovuto rinchiudere in prigione, ma non si poteva certo lasciarlo in libertà nello stato in cui era! Era uscito assolutamente di senno! Era impossibile comprendere una sola parola di quanto diceva: parlava un linguaggio che non era più il loro.
Il fachiro non sapeva più che fare. Aveva cercato di aiutare gli altri a ricordare il passato, ma essi avevano scordato ogni cosa. Non conservavano più alcuna memoria del tempo andato, di tutto ciò che era esistito prima di quell’alba di generale follia. Non erano più in grado di sentir ragione; il fachiro era diventato loro incomprensibile.
Già essi avevano circondato la sua casa; già lo stavano trascinando via. Allora Hijira disse:” Concedetemi ancora un istante. Mi curerò da solo”. Corse al pozzo comune, bevve, e acquistò immediatamente la “normalità”. Tutta la città esultò: il fachiro era guarito! Non era più pazzo! In realtà era impazzito anche lui, ma ora era entrato a far parte della massa, si era uniformato alla comune visione del mondo…”