30 ottobre 2021

Tre giovani promesse della coreografia, in evidenza alla Vetrina Anticorpi XL

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Sono Lorenzo Morandini, Roberto Tedesco e Adriano Bolognino: tra gli autori presenti all’appuntamento annuale nell’ambito del festival di danza urbana e d'autore Ammutinamenti di Ravenna

Adriano Bolognino, Gli-amanti

Il Network Anticorpi XL, composto da 36 operatori di 15 regioni, seleziona ogni anno per la “Vetrina della giovane danza d’autore” di Ravenna – una tre giorni all’interno del festival Ammutinamenti quest’anno svoltosi in ottobre -, alcuni giovani artisti al confronto con la prova pubblica in qualità di coreografi. Sono scelti attraverso un bando nazionale e a spazi d’incontro, confronto e condivisione. Nel ventaglio di proposte – 14 in questa edizione 2021 – non tutto ciò che viene mostrato rivela, necessariamente, qualità creative ed esecutive già mature.

Si possono individuare alcuni autori in fieri, altri da riesaminare, altri con una più chiara e promettente disposizione, altri fermi al solo approccio di una visione performativa che spesso rivela impreparazione. In ogni caso, l’appuntamento ravennate offre delle belle scoperte, dove la prova esibita dimostra, nell’alveo di una solida preparazione tecnica, l’acquisizione di un personale linguaggio in atto, di idee e lucidi orientamenti, facendo intravedere possibili sviluppi creativi.

Tra i nomi presenti in due delle giornate di programmazione, sono da segnalare almeno Lorenzo Morandini, Roberto Tedesco e Adriano Bolognino. Da tenere d’occhio.

Lorenzo Morandini, Idillio, ph. Davide Barbieri

Creato e nutrito del contatto con paesaggi naturali, nel suo assolo, Idillio, Lorenzo Morandini s’ispira a un ambiente non antropizzato – suoni di natura, rumore d’acqua, cinguettii, voci, sono la colonna sonora iniziale – con il corpo che agisce in libertà basandosi sulla percezione dello spazio attorno a sé. Inizialmente fermo, muovendosi appena, scrutando attorno e mettendosi in ascolto, insegue con dei segni, dapprima casuali, una direzione precisa per poi muoversi in un’altra: quasi un gioco in cui si abbandona il pensiero razionale per seguire l’istinto, come sull’allegra canzoncina dance che improvvisamente fa mutare la plasticità del corpo.

Destrutturando ripetizioni, nuovi sistemi raggiunti, o la totale casualità, Morandini crea delle ironie gestuali nel ritmo e nelle posture che irrompono come contraddizioni anche nella partitura musicale. Quindi, dai suoni creati da Mattia Nardon si passa improvvisamente al Sanctus di Giuseppe Verdi mixato elettronicamente: un contrasto forte rispetto al silenzio e all’atmosfera più sospesa che caratterizza la prima parte della coreografia. Quello di Morandini, dalla brillante e intelligente inventiva, diventa un dialogo costante tra corpo e musica, una ricerca a doppio binario dove il corpo agisce sulla musica e viceversa, esplorando nuove possibilità gestuali e di movimento, per nuove definizioni di quiete e imperturbabilità, e relativi opposti.

Roberto Tedesco, Punch 24, ph. Roberto Bonazza

Fino a pochi mesi fa danzatore di Aterballetto, Roberto Tedesco, da poco dedito a una personale, già avviata, ricerca autoriale di un linguaggio che privilegia il movimento del corpo nello spazio, in Punch 24 dà prova di un rigore di sguardo, di segni, di immaginazione, ben solidi, acquisiti da anni di esperienza danzando lavori di grandi maestri dai diversi stili. Concepito, e adattabile, per un duetto o un sestetto (con sei danzatori è stato creato per la MM Contemporary Dance Company), Punch 24 ha, nei due bravissimi giovani interpreti, Antonello Amati e Laila Luchetta Lovino, una “grintosa” leggerezza che riempie lo sguardo e apre all’immaginazione più libera. L’ingresso di una figura arrampicata geometricamente su un’altra che la tiene in verticale è già uno stimolo. Camminando naturalmente, il continuo entrare e uscire dei danzatori – dai floreali e coloratissimi camicioni -, singolarmente o insieme, è sempre nuovo e diverso, slegato dalla sequenza precedente e da quella successiva.

Sono quadri indipendenti che si definiscono e scompaiono sulla martellante partitura sonora di Not Waving abitata anche da voci e preceduta, all’inizio, da una musica rarefatta. In ogni sequenza i corpi assumono posture diverse. Sono zoppicanti, molleggiati, seguono un ritmo interno in cerca di assestamenti nello spazio posizionandosi l’uno sull’altra o accanto, con le teste indietro e i busti in disequilibrio. Le linee rotte e ricomposte dal fluire dei passi in tensione o sciolti, ripiegati o aperti, sollecitati da impulsi, scatti, arresti improvvisi, sospensioni e circolarità, lasciano immaginare luoghi e spazi attraversati da identità diverse di persone, situazioni, o anche animali. Figure, comunque, che non necessitano di decifrazione, bensì di abbandono al piacere della danza e alle molteplici suggestioni che essa può sprigionare, dove «ogni forma – afferma il coreografo – può essere mutevole e infinitamente moltiplicabile».

È il sogno di un amore assoluto tra due persone, quello a cui Rosaria Di Maro e Giorgia Longo danno vita nell’impeccabile coreografia di Adriano Bolognino. Spettacolo già in circolazione che ha fatto conoscere l’estro creativo del giovane coreografo campano, Gli amanti si ispira ai ritrovati calchi pompeiani seppelliti dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che ritraggono due corpi avvinghiati in un abbraccio mortale.

Adriano Bolognino, Gli amanti

Tra le due danzatrici – il cui disegno dei costumi si rifà alle tessere di un mosaico – scorre un’empatia fatta di sguardi magnetici, di fisicità e impalpabilità, di tenerezza e paura. Sensazioni e sentimenti sono espressi con una figurazione astratta assunta dalle posture delle due performer, e sembrano scaturire da un’energia sotterranea a lungo repressa. Le immaginiamo risvegliarsi dopo un lunghissimo letargo, cercarsi e venirsi incontro per unirsi. I corpi si distanziano e si attraggono, gli arti s’incastrano, assumono identiche posture specchiandosi e sincronizzandosi l’una con l’altra, tra furori e momenti di sospensione, bocche disarticolate e avvinghiamenti, fino a raggiungere l’abbraccio finale.

Bolognino, la cui estetica e tecnica ricordano felicemente il vocabolario di Marco Goecke, sviluppa una propria ricchezza gestuale netta e rigorosa, un proliferare di movimenti frenetici, convulsi, di intrecci fluidi dentro una calligrafia veloce, come pennellate che i due corpi disegnano sulla bianca tela dello spazio vuoto. E la partitura sonora di Akira Rabelais aggiunge solennità a una storia d’amore senza tempo.

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