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Elisabetta Benassi – It starts with the firing
Punto di avvio della mostra è la polemica nata intorno a un’opera del 1966 dell’artista americano Carl Andre, intitolata Equivalent VIII, composta da 120 mattoni posizionati su due file sovrapposte a formare un rettangolo. Il lavoro venne acquistato dalla Tate Gallery di Londra nel 1972 per diverse migliaia di sterline. La stampa inglese dell’epoca attaccò l’acquisto ridicolizzando la decisione del museo con articoli e vignette. Elisabetta Benassi è tornata sulle tracce di questi materiali, ora conservati nell’Archivio della Tate (curiosamente, riuniti da Carl Andre stesso e donati al museo), per riaprire quella polemica e rimetterla in movimento
Comunicato stampa
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It starts with the firing è il nuovo progetto di Elisabetta Benassi,
concepito specificamente per Collezione Maramotti.
Punto di avvio della mostra è la polemica nata intorno a un’opera del
1966 dell’artista americano Carl Andre, intitolata Equivalent VIII,
composta da 120 mattoni posizionati su due file sovrapposte a
formare un rettangolo. Il lavoro venne acquistato dalla Tate
Gallery di Londra nel 1972 per diverse migliaia di sterline. La
stampa inglese dell’epoca attaccò l’acquisto ridicolizzando la
decisione del museo con articoli e vignette. Elisabetta Benassi è
tornata sulle tracce di questi materiali, ora conservati nell'Archivio
della Tate (curiosamente, riuniti da Carl Andre stesso e donati al
museo), per riaprire quella polemica e rimetterla in
movimento, estrapolando alcune frasi dai ritagli dei giornali
originali, riuniti in un libro d’artista e trasformati nei manifesti
affissi a Reggio Emilia.
La mostra inizia dunque fuori, nella città: cinque frasi stampate su
manifesti affissi in periferia e sugli autobus che attraversano il centro
storico di Reggio Emilia. Sono in inglese, parlano di mattoni: Upon
these bricks; Bricks a hot favourite; The bricks pull the crowds;
This Bricks could build a bad reputation; A brick is a brick is a
brick...; My wall is going cheap; Gallery bricks silence; Money
crisis and the art Bricks; Man behind the bricks; The bricks are
useful; Art may come and art may go but a brick is a brick for
Ever. Bricks are for homes!
A cosa si riferiscono? Si tratta di una campagna pubblicitaria? Sono
slogan politici? Che relazione c’è tra i mattoni e l’arte?
Dal fuori al dentro, dalla città alla Collezione Maramotti, i manifesti
ci accompagnano nello spazio dell’esposizione. Le opere di
Elisabetta Benassi mettono in relazione “oggetti”che appartengono
alla storia del luogo – la prima fabbrica di Max Mara, ora sede della
Collezione – con altre presenze che si legano a una vicenda più
ampia, non solo italiana, creando una serie di “tappe” in un percorso
che può essere liberamente composto dallo spettatore. Ogni stanza
presenta un’opera sopravvissuta alla sparizione del contesto che
inizialmente la ospitava. Alcuni “oggetti” si presentano con i loro
“nomi”: Prosperity, Empire (che riprende un’altra opera di Andre),
sono marchi ma soprattutto metafore, oracoli che ci rivolgono
ironicamente dei quesiti. Essi ci appaiono allo stesso tempo familiari
e incongrui. Una stiratrice industriale a vapore, tappeti che si
incuneano in un muro di mattoni, un pilastro sghembo che esibisce
il suo orgoglioso trademark: dispositivi che riassumono in forma
ironica le contraddizioni della storia, gli scivolamenti, a volte i veri e
propri collassi del senso che essa ha imposto ai nomi e alle cose. Ma
l’instabilità, gli enigmi che queste opere propongono non hanno
nulla di vago; puntano invece a qualcosa che ci è sin troppo
familiare: la perdita di fiducia nelle promesse della tecnica, il mondo
postumo che viene dopo i fallimenti sia delle ideologie che dei loro
supposti rimedi, l’abbandono alle forze che disperdono,
rinselvatichendole, memorie e comunità.
Cosa ci insegna quella lontana polemica intorno all’opera di Carl
Andre conservata alla Tate? Probabilmente che le nostre certezze
sulla maggiore lungimiranza e sensibilità del nostro tempo sono in
sostanza illusioni, che i “mattoni” della nostra società – come i
“valori” in cui essa confida – sono sempre precari, che le strutture
sono sempre sul punto di crollare, ma anche capaci di trasformarsi,
nelle mani dell’artista, da elementi in qualche modo vincolati a
tessere di un mosaico multiforme.
La mostra è presentata in occasione del festival di Fotografia
Europea 2017.
Private view su invito: 6 maggio 2017, alle ore 18.00, alla presenza
dell’artista.
7 maggio – 17 settembre 2017
Visita con ingresso libero negli orari di apertura della collezione
permanente.
Giovedì e venerdì 14.30 – 18.30
Sabato e domenica 10.30 – 18.30
Chiuso: dall’1 al 25 agosto
Info
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia
tel. +39 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
www.collezionemaramotti.org
Ufficio stampa
Maria Cristina Giusti - Pickles PR
tel. +44 7925810607 / +39 339 8090604
cristina@picklespr.com
Breve biografia
Elisabetta Benassi (Roma, 1966) vive e lavora a Roma.
La sua ricerca trae ispirazione dalla storia recente e passata.
Attraverso l’associazione di immagini e oggetti relativi agli eventi indagati,
l’artista, libera da ogni costrizione cronologica, attiva una riscrittura della
loro narrativa, accostando storie diverse e attualizzando costantemente il
passato.
Ha presentato mostre personali in Italia e all’estero; tra le più recenti:
Letargo, Magazzino, Roma (2016); That’s Me in the Picture, Gallery Jousse
Entreprise, Parigi (2015); Voglio fare subito una mostra, Fondazione
Merz, Torino (2013); Smog a Los Angeles, CRAC Alsace, Altkirch (2013).
Tra le ultime mostre collettive: More Than Just Words [On the Poetic],
Kunsthalle Wien, Vienna (2017); Please Come back. The world as a
prison?, MAXXI, Roma (2017); Industriale Immaginario, Collezione
Maramotti, Reggio Emilia (2015-2016); Newtopia: The State of Human
Rights, Mechelen (2012); Mutatis Mutandis, Wiener Secession, Vienna
(2012). Ricordiamo inoltre la sua partecipazione alle ultime tre edizioni
della Biennale di Venezia, rispettivamente, nel 2015 (Personne et les
Autres, Padiglione Belgio), nel 2013 (Viceversa, Padiglione Italia) e nel
2011 (ILLUMInazioni | ILLUMInations, a cura di Bice Curiger).
concepito specificamente per Collezione Maramotti.
Punto di avvio della mostra è la polemica nata intorno a un’opera del
1966 dell’artista americano Carl Andre, intitolata Equivalent VIII,
composta da 120 mattoni posizionati su due file sovrapposte a
formare un rettangolo. Il lavoro venne acquistato dalla Tate
Gallery di Londra nel 1972 per diverse migliaia di sterline. La
stampa inglese dell’epoca attaccò l’acquisto ridicolizzando la
decisione del museo con articoli e vignette. Elisabetta Benassi è
tornata sulle tracce di questi materiali, ora conservati nell'Archivio
della Tate (curiosamente, riuniti da Carl Andre stesso e donati al
museo), per riaprire quella polemica e rimetterla in
movimento, estrapolando alcune frasi dai ritagli dei giornali
originali, riuniti in un libro d’artista e trasformati nei manifesti
affissi a Reggio Emilia.
La mostra inizia dunque fuori, nella città: cinque frasi stampate su
manifesti affissi in periferia e sugli autobus che attraversano il centro
storico di Reggio Emilia. Sono in inglese, parlano di mattoni: Upon
these bricks; Bricks a hot favourite; The bricks pull the crowds;
This Bricks could build a bad reputation; A brick is a brick is a
brick...; My wall is going cheap; Gallery bricks silence; Money
crisis and the art Bricks; Man behind the bricks; The bricks are
useful; Art may come and art may go but a brick is a brick for
Ever. Bricks are for homes!
A cosa si riferiscono? Si tratta di una campagna pubblicitaria? Sono
slogan politici? Che relazione c’è tra i mattoni e l’arte?
Dal fuori al dentro, dalla città alla Collezione Maramotti, i manifesti
ci accompagnano nello spazio dell’esposizione. Le opere di
Elisabetta Benassi mettono in relazione “oggetti”che appartengono
alla storia del luogo – la prima fabbrica di Max Mara, ora sede della
Collezione – con altre presenze che si legano a una vicenda più
ampia, non solo italiana, creando una serie di “tappe” in un percorso
che può essere liberamente composto dallo spettatore. Ogni stanza
presenta un’opera sopravvissuta alla sparizione del contesto che
inizialmente la ospitava. Alcuni “oggetti” si presentano con i loro
“nomi”: Prosperity, Empire (che riprende un’altra opera di Andre),
sono marchi ma soprattutto metafore, oracoli che ci rivolgono
ironicamente dei quesiti. Essi ci appaiono allo stesso tempo familiari
e incongrui. Una stiratrice industriale a vapore, tappeti che si
incuneano in un muro di mattoni, un pilastro sghembo che esibisce
il suo orgoglioso trademark: dispositivi che riassumono in forma
ironica le contraddizioni della storia, gli scivolamenti, a volte i veri e
propri collassi del senso che essa ha imposto ai nomi e alle cose. Ma
l’instabilità, gli enigmi che queste opere propongono non hanno
nulla di vago; puntano invece a qualcosa che ci è sin troppo
familiare: la perdita di fiducia nelle promesse della tecnica, il mondo
postumo che viene dopo i fallimenti sia delle ideologie che dei loro
supposti rimedi, l’abbandono alle forze che disperdono,
rinselvatichendole, memorie e comunità.
Cosa ci insegna quella lontana polemica intorno all’opera di Carl
Andre conservata alla Tate? Probabilmente che le nostre certezze
sulla maggiore lungimiranza e sensibilità del nostro tempo sono in
sostanza illusioni, che i “mattoni” della nostra società – come i
“valori” in cui essa confida – sono sempre precari, che le strutture
sono sempre sul punto di crollare, ma anche capaci di trasformarsi,
nelle mani dell’artista, da elementi in qualche modo vincolati a
tessere di un mosaico multiforme.
La mostra è presentata in occasione del festival di Fotografia
Europea 2017.
Private view su invito: 6 maggio 2017, alle ore 18.00, alla presenza
dell’artista.
7 maggio – 17 settembre 2017
Visita con ingresso libero negli orari di apertura della collezione
permanente.
Giovedì e venerdì 14.30 – 18.30
Sabato e domenica 10.30 – 18.30
Chiuso: dall’1 al 25 agosto
Info
Collezione Maramotti
Via Fratelli Cervi 66
42124 Reggio Emilia
tel. +39 0522 382484
info@collezionemaramotti.org
www.collezionemaramotti.org
Ufficio stampa
Maria Cristina Giusti - Pickles PR
tel. +44 7925810607 / +39 339 8090604
cristina@picklespr.com
Breve biografia
Elisabetta Benassi (Roma, 1966) vive e lavora a Roma.
La sua ricerca trae ispirazione dalla storia recente e passata.
Attraverso l’associazione di immagini e oggetti relativi agli eventi indagati,
l’artista, libera da ogni costrizione cronologica, attiva una riscrittura della
loro narrativa, accostando storie diverse e attualizzando costantemente il
passato.
Ha presentato mostre personali in Italia e all’estero; tra le più recenti:
Letargo, Magazzino, Roma (2016); That’s Me in the Picture, Gallery Jousse
Entreprise, Parigi (2015); Voglio fare subito una mostra, Fondazione
Merz, Torino (2013); Smog a Los Angeles, CRAC Alsace, Altkirch (2013).
Tra le ultime mostre collettive: More Than Just Words [On the Poetic],
Kunsthalle Wien, Vienna (2017); Please Come back. The world as a
prison?, MAXXI, Roma (2017); Industriale Immaginario, Collezione
Maramotti, Reggio Emilia (2015-2016); Newtopia: The State of Human
Rights, Mechelen (2012); Mutatis Mutandis, Wiener Secession, Vienna
(2012). Ricordiamo inoltre la sua partecipazione alle ultime tre edizioni
della Biennale di Venezia, rispettivamente, nel 2015 (Personne et les
Autres, Padiglione Belgio), nel 2013 (Viceversa, Padiglione Italia) e nel
2011 (ILLUMInazioni | ILLUMInations, a cura di Bice Curiger).
06
maggio 2017
Elisabetta Benassi – It starts with the firing
Dal 06 maggio al 17 settembre 2017
arte contemporanea
Location
COLLEZIONE MARAMOTTI
Reggio Nell'emilia, Via Fratelli Cervi, 66, (Reggio Nell'emilia)
Reggio Nell'emilia, Via Fratelli Cervi, 66, (Reggio Nell'emilia)
Orario di apertura
Giovedì e venerdì 14.30 – 18.30
Sabato e domenica 10.30 – 18.30
Chiuso: dall’1 al 25 agosto
Vernissage
6 Maggio 2017, h 18 su invito
Autore




