Create an account
Welcome! Register for an account
La password verrà inviata via email.
Recupero della password
Recupera la tua password
La password verrà inviata via email.
-
- container colonna1
- Categorie
- #iorestoacasa
- Agenda
- Archeologia
- Architettura
- Arte antica
- Arte contemporanea
- Arte moderna
- Arti performative
- Attualità
- Bandi e concorsi
- Beni culturali
- Cinema
- Contest
- Danza
- Design
- Diritto
- Eventi
- Fiere e manifestazioni
- Film e serie tv
- Formazione
- Fotografia
- Libri ed editoria
- Mercato
- MIC Ministero della Cultura
- Moda
- Musei
- Musica
- Opening
- Personaggi
- Politica e opinioni
- Street Art
- Teatro
- Viaggi
- Categorie
- container colonna2
- Servizi
- Sezioni
- container colonna1
Gianfranco Goberti – 60.10.50
mostra personale
Comunicato stampa
Condividi l'evento
Sessanta, Dieci, Cinquanta: immagini attraverso lo specchio.________________Ho conosciuto Gianfranco a metà degli anni Settanta, quando il suo lavoro era tutto concentrato sui temi della percezione visiva e dipingeva quadri attraversati da incalzanti righe bianche e nere e poi sofisticate corde alle quali sovrapponeva foto programmaticamente tautologiche (documenti più veri del vero?).
In tanti anni non avevo mai visto i quadri degli anni Sessanta. Ed è un peccato, perché non ci avrei messo tanto a capire che, prima di arrivare alle forme concettose, ma insieme semplici ed eleganti che gli conoscevo, aveva dovuto imparare a domare i suoi demoni.
Io ho vissuto il Sessantotto con la sua carica formidabile in Francia e questi quadri, che hanno date del 1965, 66, 67, mi trasmettono la stessa emozione perché esprimono la protesta con un'urgenza sovversiva, che impasta il colore direttamente sulla tela ed entra negli occhi, urlando, perché ciascuno spettatore diventi testimone.
Cinquan'anni fa quadri come questi erano dipinti per violare le pareti dei salotti borghesi, per sfondarle, per distruggere la quiete perbenista con immagini avvelenate. Era una denuncia appassionata, impellente, senza tempo per limare, precisare, ritoccare. Tutto accadeva in successione accelerata, con un'enfasi che oggi suonerebbe forse retorica. Ma proprio questo è il punto: non parliamo di oggi. Sono lavori di cinquant'anni fa che conservano intatta la forza trascinante di un' utopia giovanile, ossia che l'arte possa cambiare il mondo.
Trovo straordinaria l'istantanea della Colomba ha il sangue bianco, che inquadra solo in parte il volto dell'alto prelato, benedicente e complice, mentre il lampo dell'esplosione squarcia la colomba in volo e sfoca le frecce della falange franchista. Poteri corrotti che si alleano e vittime che soccombono senza lasciare traccia perché il sangue innocente è bianco. E Lo specchio? Che riflette la faccia di un corpo acefalo, in quella stanza dove tutto è impreciso e provvisorio, perfino il muretto, dove anche le piastrelle bianche e nere si sovrappongono come tessere sghembe, ritagli di stoffa cuciti in fretta, e lo specchio galleggia, rientrato dalla finestra a restituire il viso stravolto, quando ancora il busto è proteso verso l'esterno nello slancio di uno spasmo che pare la macelleria degli interni di Bacon.
La denuncia sociale è diventata subito male di vivere.
Già allora Giorgio Di Genova aveva intuito lo iato tra la figura umana, che è paradigma della perfezione nell'uomo vitruviano di Leonardo, e l'uomo dentro al cerchio di un mirino, come in Dallas, dove lo sguardo resta fisso sul telemetro a registrare l'esito del colpo nella forma che si disfa, o ancora, evidentemente, in Figura rispettando il canone, che parte mimando la regola, il canone, ma per contraddirlo subito con un viluppo di fibre aliene risucchiate a brandelli dallo specchio.
Sono tanti gli specchi in questi lavori degli anni Sessanta: sono cartine al tornasole piuttosto che testimoni infedeli della realtà, istantanee che stenografano lo sfondamento di interni claustrofobici.
Penso a Lo specchio, del 1967, dove lo schienale della poltrona che sta al di qua dello specchio diventa, riflessa, la vasca da bagno di Marat e il cordone a righe del campanello atterrisce come una lama.
Lasciatelo dire a un vecchio francese: quell'immagine mi dà ancora i brividi e c'è bisogno di togliere dalla scena la figura umana per prendere respiro. Penso così guardando l'incisione con la poltrona e il suo riflesso: un interno tranquillo a prezzo dell'assenza del protagonista. E so di sbagliare, perché è proprio dichiarandola che l' assenza è più potente.
E dopo cinquant'anni, cosa si vede negli specchi che Gianfranco realizza nel XXI secolo, quando tanta parte del quotidiano si è trasferita nel suo doppio tecnologico e virtuale? Ho detto "realizza" e non "dipinge" perché in questi nuovi lavori anche la tecnica è straordinariamente nuova, quasi un compromesso tra pittura e scultura: diverse superfici si sovrappongono e la sagoma di una testa si colloca, come scavata, sul fondo di pareti irregolari.
Silvia Pegoraro ha detto di recente che "Goberti ci guida in un viaggio nell'immagine ai confini della sua sparizione: un non vedere essenziale alla genesi della visione; un arcaico immemoriale, vertiginoso, che è compito paradossale dell'arte conservare all'interno dell'opera".
E' questo che indoviniamo ne Lo specchio nero, con il grande ritratto oscurato che lascia scoperti minimi frammenti di paesaggio, o in Doppia immagine, che ritrova i contorni di ritratti nel fondo di strati scavati da altri ritratti e fa pensare a una caverna, come quella dove Platone colloca i suoi uomini incatenati che elaborano l' idea del mondo attraverso le ombre ingannevoli proiettate dall'esterno, o piuttosto la caverna del passato, dove si stratifica la storia contraddittoria degli uomini e delle loro immagini.
Ma quanto resta visibile, presente, comunicabile dei pensieri, dei viaggi, dei miti, quante volte ad un passo da Itaca siamo sospinti altrove? Penso all'inclinazione leggera del capo ne La notte, in barca e vedo scolorirsi le schiere baldanzose degli eroi di Omero nelle notti senza luna dei migranti.
Le stelle cambiano posizione durante le eclissi di sole, in quell'attimo si vedono spostate perché la luce non subisce allo stesso modo l'attrazione della massa solare. E' stata una delle prove a sostegno della relatività di Einstein. Mi viene in mente questo quando guardo i lavori degli artisti, non dico i miei, io sono un illustratore, ma in quelli degli artisti qualche volta le stelle cambiano posizione e si mostrano là dove sono davvero, come durante le eclissi di sole. Funziona così anche negli specchi di Gianfranco che riflettono le immagini di un altro punto di vista.
La Rochelle, 8 dicembre 2015 André Vernet
In tanti anni non avevo mai visto i quadri degli anni Sessanta. Ed è un peccato, perché non ci avrei messo tanto a capire che, prima di arrivare alle forme concettose, ma insieme semplici ed eleganti che gli conoscevo, aveva dovuto imparare a domare i suoi demoni.
Io ho vissuto il Sessantotto con la sua carica formidabile in Francia e questi quadri, che hanno date del 1965, 66, 67, mi trasmettono la stessa emozione perché esprimono la protesta con un'urgenza sovversiva, che impasta il colore direttamente sulla tela ed entra negli occhi, urlando, perché ciascuno spettatore diventi testimone.
Cinquan'anni fa quadri come questi erano dipinti per violare le pareti dei salotti borghesi, per sfondarle, per distruggere la quiete perbenista con immagini avvelenate. Era una denuncia appassionata, impellente, senza tempo per limare, precisare, ritoccare. Tutto accadeva in successione accelerata, con un'enfasi che oggi suonerebbe forse retorica. Ma proprio questo è il punto: non parliamo di oggi. Sono lavori di cinquant'anni fa che conservano intatta la forza trascinante di un' utopia giovanile, ossia che l'arte possa cambiare il mondo.
Trovo straordinaria l'istantanea della Colomba ha il sangue bianco, che inquadra solo in parte il volto dell'alto prelato, benedicente e complice, mentre il lampo dell'esplosione squarcia la colomba in volo e sfoca le frecce della falange franchista. Poteri corrotti che si alleano e vittime che soccombono senza lasciare traccia perché il sangue innocente è bianco. E Lo specchio? Che riflette la faccia di un corpo acefalo, in quella stanza dove tutto è impreciso e provvisorio, perfino il muretto, dove anche le piastrelle bianche e nere si sovrappongono come tessere sghembe, ritagli di stoffa cuciti in fretta, e lo specchio galleggia, rientrato dalla finestra a restituire il viso stravolto, quando ancora il busto è proteso verso l'esterno nello slancio di uno spasmo che pare la macelleria degli interni di Bacon.
La denuncia sociale è diventata subito male di vivere.
Già allora Giorgio Di Genova aveva intuito lo iato tra la figura umana, che è paradigma della perfezione nell'uomo vitruviano di Leonardo, e l'uomo dentro al cerchio di un mirino, come in Dallas, dove lo sguardo resta fisso sul telemetro a registrare l'esito del colpo nella forma che si disfa, o ancora, evidentemente, in Figura rispettando il canone, che parte mimando la regola, il canone, ma per contraddirlo subito con un viluppo di fibre aliene risucchiate a brandelli dallo specchio.
Sono tanti gli specchi in questi lavori degli anni Sessanta: sono cartine al tornasole piuttosto che testimoni infedeli della realtà, istantanee che stenografano lo sfondamento di interni claustrofobici.
Penso a Lo specchio, del 1967, dove lo schienale della poltrona che sta al di qua dello specchio diventa, riflessa, la vasca da bagno di Marat e il cordone a righe del campanello atterrisce come una lama.
Lasciatelo dire a un vecchio francese: quell'immagine mi dà ancora i brividi e c'è bisogno di togliere dalla scena la figura umana per prendere respiro. Penso così guardando l'incisione con la poltrona e il suo riflesso: un interno tranquillo a prezzo dell'assenza del protagonista. E so di sbagliare, perché è proprio dichiarandola che l' assenza è più potente.
E dopo cinquant'anni, cosa si vede negli specchi che Gianfranco realizza nel XXI secolo, quando tanta parte del quotidiano si è trasferita nel suo doppio tecnologico e virtuale? Ho detto "realizza" e non "dipinge" perché in questi nuovi lavori anche la tecnica è straordinariamente nuova, quasi un compromesso tra pittura e scultura: diverse superfici si sovrappongono e la sagoma di una testa si colloca, come scavata, sul fondo di pareti irregolari.
Silvia Pegoraro ha detto di recente che "Goberti ci guida in un viaggio nell'immagine ai confini della sua sparizione: un non vedere essenziale alla genesi della visione; un arcaico immemoriale, vertiginoso, che è compito paradossale dell'arte conservare all'interno dell'opera".
E' questo che indoviniamo ne Lo specchio nero, con il grande ritratto oscurato che lascia scoperti minimi frammenti di paesaggio, o in Doppia immagine, che ritrova i contorni di ritratti nel fondo di strati scavati da altri ritratti e fa pensare a una caverna, come quella dove Platone colloca i suoi uomini incatenati che elaborano l' idea del mondo attraverso le ombre ingannevoli proiettate dall'esterno, o piuttosto la caverna del passato, dove si stratifica la storia contraddittoria degli uomini e delle loro immagini.
Ma quanto resta visibile, presente, comunicabile dei pensieri, dei viaggi, dei miti, quante volte ad un passo da Itaca siamo sospinti altrove? Penso all'inclinazione leggera del capo ne La notte, in barca e vedo scolorirsi le schiere baldanzose degli eroi di Omero nelle notti senza luna dei migranti.
Le stelle cambiano posizione durante le eclissi di sole, in quell'attimo si vedono spostate perché la luce non subisce allo stesso modo l'attrazione della massa solare. E' stata una delle prove a sostegno della relatività di Einstein. Mi viene in mente questo quando guardo i lavori degli artisti, non dico i miei, io sono un illustratore, ma in quelli degli artisti qualche volta le stelle cambiano posizione e si mostrano là dove sono davvero, come durante le eclissi di sole. Funziona così anche negli specchi di Gianfranco che riflettono le immagini di un altro punto di vista.
La Rochelle, 8 dicembre 2015 André Vernet
23
dicembre 2015
Gianfranco Goberti – 60.10.50
Dal 23 dicembre 2015 al 03 gennaio 2016
arte moderna e contemporanea
Location
GALLERIA DEL CARBONE
Ferrara, Via Del Carbone, 18, (Ferrara)
Ferrara, Via Del Carbone, 18, (Ferrara)
Orario di apertura
mercoledì-venerdì 17,00-20,00 ; festivi 11,00-12,30/ 17.00-20.00 ; lunedì e martedì chiuso
Vernissage
23 Dicembre 2015, ore 18.00
Autore
Curatore




