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Giorgio Griffa – Lo spazio liberato. Opere su carta 1968-2010
La mostra alla Sala Panizza di Ghiffa, attraverso una trentina di acquerelli, disegni a matita, pastelli, tutti inediti e realizzati tra il 1968 e il 2010, vuole esplorare il percorso espressivo dell’artista nella dimensione più intima e privata dell’”opera su carta” con l’obiettivo di evidenziare i temi che hanno caratterizzato specifici cicli della sua produzione artistica (quasi un repertorio delle idee visuali praticate nel corso degli anni)
Comunicato stampa
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Sala Esposizioni Panizza – Il Brunitoio- Corso Belvedere, Ghiffa
Sabato 8 ottobre 2011 alle ore 17.30, presso la Sala Esposizioni Panizza di Ghiffa (VB), si inaugura la
mostra: “Giorgio Griffa. Lo spazio liberato – Opere su carta 1968-2010” a cura e con presentazione di
Fabrizio Parachini.
Ad oggi sono veramente tante le esposizioni realizzate da Giorgio Griffa in varie città italiane ed estere:
più di cento personali (ricordo solo, tra le ultime, quella tenutasi la primavera scorsa al MACRO –
Museo Arte Contemporanea Roma) e un numero rilevante di partecipazioni a mostre collettive tenutesi
nelle più importanti Gallerie, sedi Pubbliche e Musei.
L’attività dell’artista, iniziata nei primi anni sessanta, si è focalizzata come vera e propria ricerca
nel 1968 definendosi come un’analisi attenta e profonda dei modi e degli statuti del “fare pittura”
nei termini propriamente non figurativi. Dopo l’iniziale coinvolgimento nell’ambito della “pittura
analitica” Giorgio Griffa ha intrapreso un proprio personale percorso espressivo caratterizzato dalla
messa a punto di un linguaggio autonomo basato su segni semplici e essenziali, pochi colori armonici
e l’uso di tele grezze di cui sfrutta le trasparenze della trama e le eventuali piegature. Le sue opere
rincorrono il “non finito”, evocando spazi dilatati e progressioni temporali, e diventano spesso elementi
importanti di vere e proprie installazione ambientali di grande suggestione, capaci di invitare a una
riflessione pacata ma emotivamente coinvolgente. La mostra alla Sala Panizza di Ghiffa, attraverso
una trentina di acquerelli, disegni a matita, pastelli, tutti inediti e realizzati tra il 1968 e il 2010, vuole
esplorare il percorso espressivo dell’artista nella dimensione più intima e privata dell’”opera su carta”
con l’obiettivo di evidenziare i temi che hanno caratterizzato specifici cicli della sua produzione
artistica (quasi un repertorio delle idee visuali praticate nel corso degli anni). Saranno inoltre esposti
una selezione di “libri d’artista” per documentare come l’atteggiamento analitico di Giorgio Griffa
faccia uso anche della parola scritta e conti sul suo dialogo serrato e produttivo con l’immagine.
“Giorgio Griffa. Lo spazio liberato – Opere su carta 1968-2010” a cura di Fabrizio Parachini.
dal 8 ottobre al 6 novembre 2011 - Sala Esposizioni Panizza - Corso Belvedere Ghiffa (Verbania)
orario: da venerdì a domenica 16 – 19 - giovedì 16 – 19 / 21 – 23
inaugurazione sabato 8 settembre 2011 alle ore 17.30
E-mail: ilbrunitoio@libero.it
Website: www.ilbrunitoio.it
Estratto dal testo di Fabrizio Parachini: GIORGIO GRIFFA. LO SPAZIO LIBERATO
Non c’è differenza tra gli elementi essenziali che costituiscono le opere su tela e quelli che
costituiscono le opere su carta di Giorgio Griffa: in ambedue le tipologie di lavori sono in gioco, il
segno, il colore, il supporto, l’operazione e la continua riflessione e analisi delle relazioni che tra queste
entità intercorrono. Le differenze emergono nell’apparenza visiva, che è come dire nel risultato
tangibile dei rapporti sperimentati tra queste entità colte, a loro volta, sia per le caratteristiche e qualità
fisiche materiali che per quelle culturali e simboliche.
I segni usati, nella loro struttura, sono elementari e comuni perché, come l’artista ha più volte
scritto,…la scelta di segni elementari, che appartengono alla mano di chiunque (in un altro testo dice
alla mano di tutti), mira a privilegiare il sedimento di memoria collettiva rispetto ad un guizzo
personale più o meno espressivo. Si tratta di grafemi (punti, segmenti, linee curve ondulate o spezzate,
scarabocchi o arabeschi tutti liberamente tracciati) conosciuti e frequentati da chiunque voglia, o abbia
voluto, lasciare una traccia indelebile con la mano, o la sua estensione, indipendentemente da ogni
aspirazione estetica o proposito dichiaratamente espressivo. Ed è proprio per questa loro natura che
sono stati assunti come elementi primi, anche se non necessariamente i soli primari, di immagini che
incarnano la personale volontà di inscenare un mondo visivo che si collochi lontano da ogni mimesi o
finzione raffigurativa. Paradossalmente è l’estraneità ai codici dell’arte tradizionale a conferire loro
nuovo valore artistico e a permettere il passaggio da prodotti irrilevanti e trascurabili del quotidiano a
oggetti di una possibile significazione universale. I semantemi - scrive l’artista - non sono più scelti
nell’ambito dei codici di una disciplina dell’arte, essi travalicano qualsiasi specializzazione dei
linguaggi essendo presi dal patrimonio culturale generale dell’uomo, ogni cosa materiale od
immateriale esistente al mondo è divenuta mezzo dell’espressione artistica.
(…)
Nelle opere su carta di Giorgio Griffa, rispetto alle tele, i segni sembrano percorrere traiettorie più
libere con maggiori impennate, asprezze e arresti improvvisi proprio come certe annotazioni che
devono velocemente traslare sulla pagina il susseguirsi delle parole venute alla mente. Il genere invita
alla rapidità d’azione, è vero, ma chiede anche l’assenza di errori e quindi, di contro, una profonda
riflessione sulle operazioni da compiere. I materiali, i colori e i supporti, parlano prima di se stessi,
svelando quella “intelligenza della materia” più volte sottolineata e invocata dall’artista, e poi delle loro
molteplici relazioni sempre germinali e nuove. In questo modo i crittogrammi assumono un senso altro
dialogando realmente con la carta, con la quale diventano quasi un tutt’uno che respinge in secondo
piano l’aspetto compositivo geo-metrico della sua superficie. Cosa questa piuttosto evidente nelle opere
“Linee e campo” nelle quali la sensazione che i campi di colore liberino il foglio dall’oppressione dei
segni e dei confini che si potrebbero stabilire è dominante sulla percezione “grammaticale” delle
singole forme dipinte. Ma anche nelle “numerazioni” l’idea di numerare i segni secondo l’ordine della
loro stesura trasforma lo spazio discontinuo in uno spazio “discreto” disposto a fare i conti con l’idea di
tempo e della sua infinitezza più che con la sua ordinazione secondo il metro e la misura come si
potrebbe pensare. In fondo, l’atto di segnare e quello di numerare appartengono alla stessa gestualità
che semplicemente viene condotta a due livelli di conoscenza o di coscienza diversi: quello della
primarietà, e anche della spontaneità, e quello che implica un coinvolgimento della ragione e la
capacita di discriminare e di stabilire un andamento misurabile di un agire o di un fatto. Le immagini
finali (se vogliamo, il risultato dell’atto pittorico primario) travalicano gli intenti come sempre succede
in arte quando gli intenti sono solidi e motivati. La superficie appare comunque strutturata ma lo spazio
è evocato e non propriamente costruito da segni che, avendo la potenziale capacità di estendersi oltre i
limiti naturali della carta, ne determinano la sua continuità con un mondo esterno sia fisico che mentale
altrettanto illimitato. È uno spazio finalmente liberato da schemi predeterminati e in cui potersi
serenamente immergere senza la paura di esserne imprigionati.
GIORGIO GRIFFA
BIOGRAFIA
Giorgio Griffa nasce a Torino nel 1936. Inizia a dipingere bambino con pittori tradizionali.
Nel 1958 si laurea in giurisprudenza ed inizia l’attività di avvocato.
Nel 1960 sente la necessità di un nuovo apprendistato e diviene allievo nella scuola privata di
Filippo Scroppo, astrattista torinese che ha fatto parte del MAC. Per tre anni segue le lezioni,
sviluppando peraltro una esperienza strettamente figurativa.
Negli anni successivi procede ad una progressiva spoliazione degli elementi rappresentativi, senza
passare per le opzioni dell’astrattismo, sino a giungere ai primi lavori non rappresentativi, il ciclo
dei lavori intitolati “Quasi dipinto”. In quel ciclo si precisa la scelta del non finito che diverrà un
carattere costante del suo lavoro.
Espone quei lavori nel 1968 alla Galleria Martano di Torino. Nel 1969 inizia la collaborazione con
la Galleria Sperone e nel 1970 espone nelle gallerie di Ileana Sonnabend a New York e Parigi.
E’ di quegli anni la vicinanza agli artisti dell’Arte Povera, che ricorderà in una mostra del 2000
(Galleria Salzano, Torino) con queste parole: “....L’intelligenza della materia non veniva usata
quale strumento di nuove sintesi formali, peraltro inevitabili, ma diveniva protagonista dell’opera,
la mano dell’artista posta al suo servizio. Analogamente, essendo io convinto dell’intelligenza
della pittura, ponevo la mia mano al servizio dei colori che incontravano la tela, limitavo il mio
intervento al gesto semplice di appoggiare il pennello”.
Per circa due anni, fra il 1973 ed il 1975, esegue quasi esclusivamente linee orizzontali, composte
da una linea continua che si ripete ovvero da segni di pennello ordinati l’uno accanto all’altro in
sequenze orizzontali. Questi lavori vengono esposti, fra le altre, nelle mostre personali alla Galleria
Templon di Parigi, alla Galleria Mikro di Berlino, allo Studio Lia Rumma di Napoli, nel 1974,
Sperone di Roma, Annemarie Verna di Zurigo, Kunstraum di Monaco nel 1975.
Negli anni successivi iniziano a convivere sulla tela sequenze di segni differenti. Inizia il ciclo che
egli definisce delle “Connessioni o Contaminazioni”, modifica fisiologica del precedente ciclo
dei “Segni Primari”.
Sono gli anni delle mostre personali alla galleria Banco di Brescia, Art in Progress di Monaco e
Dusseldorf, Lorenzelli e Il Milione di Milano, Marlborough a Roma, la Kunsthalle di Dusseldorf, la
Samangallery di Genova, sino alla XXXIX Biennale di Venezia nel 1980.
Egli avverte come la riflessione di tipo minimalista apra le porte ad una nuova considerazione
dell’imponente carico di memoria di pittura e scultura. Griffa non è un minimalista, Paolo Fossati
ha puntualizzato la differenza del lavoro di Griffa dal minimalismo, ma il clima è quello. Ed in quel
clima il suo lavoro viene ad assumere un atteggiamento più dinamico.
E così nel 1979 dipinge il trittico, intitolato non a caso “Riflessione”, composto di tre grandi tele
dedicate rispettivamente a Matisse, Klee, Yves Klein.
Quel trittico, esposto nel 1980 alla Galleria Martano di Torino (e in seguito da Lorenzelli a Milano),
costituisce il primo passo di un altro ciclo, che troverà negli anni 2000 il titolo di “Alter Ego”. In
esso ogni lavoro è dedicato ad artisti di ogni epoca. Proseguirà, con larghe pause, per 30 anni.
Gli anni ’80 vedono un ampio sviluppo del ciclo delle Contaminazioni. Ai segni spesso si
affiancano campiture di colore più o meno ampie, un racconto indeterminato fra le memorie della
pittura.
Ad oggi, sono oltre 100 le esposizioni personali in varie città italiane ed europee.
Ad esse si accompagna la presenza in una lunga serie di mostre collettive in Italia e all’estero
dedicate in generale allo stato delle arti nel contemporaneo, piuttosto che a specifiche indagini sulla
pittura analitica, le quali verranno soltanto in seguito.
A partire dalla famosa mostra del 1970 al Kunstmuseum di Lucerna “Processi di pensiero
visualizzati” partecipa, fra le altre, a “Contemporanea (Roma 1973), Prospect 1973
(Dusseldorf), “Sempre cose nuove pensando (I.C.C. Anversa), “I colori della pittura “ (Istituto
2
Italo Latino Americano Roma 1976), “Arte in Italia 1960/77” (GAM Torino 1977), XXXVIII
e XXXIX Biennale di Venezia (1978, 1980), “11 Italienische kunster in Munich” (Monaco
1982), “L’informale in Italia” (GAM Bologna 1983), “Il museo sperimentale di Torino (Castello
di Tivoli 1985), VI Triennale India (New Delhi), “Confronto per opera” (GAM Bologna
1987), “Mediterranea” (Erice 1988), “Pittura Italiana dal dopoguerra ad oggi” (MASP San Paolo,
Brasile),
“Torino e le arti 1950/1970” (Castello di Rivoli 1993), “Abstarkte Kunst Italiens” (Colonia e
Francoforte 1997), “Turiner kunstler in Stuttgart” (Stoccarda 1998), “Arte italiana – Ultimi 40 anni”
(GAM Bologna 1998), “Le soglie della pittura” (Perugia 1999), “L’incanto della pittura” (Mantova
2004), “Visioni” (Bergamo 2005), “Museo Museo Museo” (GAM Torino 2006), “Time & Place”
(Stoccolma e Zurigo 2008).
All’inizio degli anni ’90 sopraggiunge il ciclo “Tre Linee con Arabesco” in cui ogni lavoro, tela,
disegno, acquerello, incisione, contiene appunto, fra gli altri segni, tre linee ed un arabesco. Questi
lavori sono numerati secondo l’ordine in cui vengono eseguiti, il primo col numero 1, il secondo
col numero 2 e così di seguito (sin’ora sono arrivati al n. 1661). La numerazione mira a fissare la
posizione dei singoli individui all’interno del gruppo e nel contempo ricordare la loro appartenenza
al gruppo.
Nel seguito degli anni ’90 inizia un altro ciclo che si avvale dei numeri. E’ il ciclo
delle “Numerazioni”. Qui i numeri indicano su ciascuna tela l’ordine in cui sono posati i vari segni
e colori che la compongono. I numeri mirano a sottolineare per un lato l’ordine in cui si svolge
l’evento pittura e per altro lato lo svilupparsi dell’evento, un segno dopo l’altro sia nel tempo che
nello spazio.
Si deve notare che fra un ciclo e l’altro non vi è alcuna ipotesi di sviluppo o progresso. Vi
è soltanto, semplicemente, la presenza di aspetti diversi del divenire. Pertanto i cicli non si
susseguono l’uno all’altro, ma si accavallano, si incrociano, convivono l’uno accanto all’altro,
magari restano sospesi per anni e poi riprendono.
I cicli che emergono negli anni 2000 confermano questo aspetto. Infatti la loro origine risale a
vent’anni prima, alla fine degli anni ’70.
Il ciclo “Alter Ego”, con i suoi riferimenti ad altri artisti, di volta in volta Piero della Francesca o
Tintoretto, Beuys o Merz, nasce da quel trittico del 1979 intitolato “Riflessione”, passa attraverso
vari lavori degli anni ’80 e ’90 e precisa la sua identità con un gruppo di lavori degli anni 2000.
Alcuni lavori di questo ciclo sono stati esposti in mostre personali fra il 1979 ed il 2009. Il ciclo
è stato esposto integralmente nel 2011 al Castello di Saluzzo nella mostra “Alter ego 1979-2008”
(catalogo Skira).
A sua volta il ciclo “Sezione Aurea”, che guarda a quel numero irrazionale senza fine che ne
caratterizza l’aspetto matematico, si avvale parzialmente delle trasparenze della tela tarlatana che
già erano del grande lavoro “Dioniso” del 1980, esposto alla Biennale di Venezia di quell’anno.
Alcune tarlatane di questo ciclo sono state esposte dalla Galleria Fumagalli di Bergamo alla Fiera di
Basilea nel 2008. Altre 4 grandi tele, su tessuti diversi dalla tarlatana, sono state esposte al MACRO
di Roma nel 2011 (catalogo Marsilio).
Giorgio Griffa ha anche pubblicato vari testi: “Non c’è rosa senza spine” nel 1975; “Cani Sciolti
Antichisti” nel 1980; “Drugstore Parnassus” nel 1981; “In nascita di Cibera” nel 1989; “Il principio
di indeterminazione” nel 1994; “Di segno in segno“ (con Martina Corgnati) nel 1995; “Come un
dialogo” nel 1997; “Approdo a Gilania” nel 1998; “Intelligenza della materia” nel 2000; “Nelle
orme dei Cantos” nel 2001; “Intervista a cura di Flavia Barbaro, GAM Torino” nel 2003; “Nota
sulla rappresentazione dello spazio” nel 2003; “Post scriptum” nel 2005.
Sabato 8 ottobre 2011 alle ore 17.30, presso la Sala Esposizioni Panizza di Ghiffa (VB), si inaugura la
mostra: “Giorgio Griffa. Lo spazio liberato – Opere su carta 1968-2010” a cura e con presentazione di
Fabrizio Parachini.
Ad oggi sono veramente tante le esposizioni realizzate da Giorgio Griffa in varie città italiane ed estere:
più di cento personali (ricordo solo, tra le ultime, quella tenutasi la primavera scorsa al MACRO –
Museo Arte Contemporanea Roma) e un numero rilevante di partecipazioni a mostre collettive tenutesi
nelle più importanti Gallerie, sedi Pubbliche e Musei.
L’attività dell’artista, iniziata nei primi anni sessanta, si è focalizzata come vera e propria ricerca
nel 1968 definendosi come un’analisi attenta e profonda dei modi e degli statuti del “fare pittura”
nei termini propriamente non figurativi. Dopo l’iniziale coinvolgimento nell’ambito della “pittura
analitica” Giorgio Griffa ha intrapreso un proprio personale percorso espressivo caratterizzato dalla
messa a punto di un linguaggio autonomo basato su segni semplici e essenziali, pochi colori armonici
e l’uso di tele grezze di cui sfrutta le trasparenze della trama e le eventuali piegature. Le sue opere
rincorrono il “non finito”, evocando spazi dilatati e progressioni temporali, e diventano spesso elementi
importanti di vere e proprie installazione ambientali di grande suggestione, capaci di invitare a una
riflessione pacata ma emotivamente coinvolgente. La mostra alla Sala Panizza di Ghiffa, attraverso
una trentina di acquerelli, disegni a matita, pastelli, tutti inediti e realizzati tra il 1968 e il 2010, vuole
esplorare il percorso espressivo dell’artista nella dimensione più intima e privata dell’”opera su carta”
con l’obiettivo di evidenziare i temi che hanno caratterizzato specifici cicli della sua produzione
artistica (quasi un repertorio delle idee visuali praticate nel corso degli anni). Saranno inoltre esposti
una selezione di “libri d’artista” per documentare come l’atteggiamento analitico di Giorgio Griffa
faccia uso anche della parola scritta e conti sul suo dialogo serrato e produttivo con l’immagine.
“Giorgio Griffa. Lo spazio liberato – Opere su carta 1968-2010” a cura di Fabrizio Parachini.
dal 8 ottobre al 6 novembre 2011 - Sala Esposizioni Panizza - Corso Belvedere Ghiffa (Verbania)
orario: da venerdì a domenica 16 – 19 - giovedì 16 – 19 / 21 – 23
inaugurazione sabato 8 settembre 2011 alle ore 17.30
E-mail: ilbrunitoio@libero.it
Website: www.ilbrunitoio.it
Estratto dal testo di Fabrizio Parachini: GIORGIO GRIFFA. LO SPAZIO LIBERATO
Non c’è differenza tra gli elementi essenziali che costituiscono le opere su tela e quelli che
costituiscono le opere su carta di Giorgio Griffa: in ambedue le tipologie di lavori sono in gioco, il
segno, il colore, il supporto, l’operazione e la continua riflessione e analisi delle relazioni che tra queste
entità intercorrono. Le differenze emergono nell’apparenza visiva, che è come dire nel risultato
tangibile dei rapporti sperimentati tra queste entità colte, a loro volta, sia per le caratteristiche e qualità
fisiche materiali che per quelle culturali e simboliche.
I segni usati, nella loro struttura, sono elementari e comuni perché, come l’artista ha più volte
scritto,…la scelta di segni elementari, che appartengono alla mano di chiunque (in un altro testo dice
alla mano di tutti), mira a privilegiare il sedimento di memoria collettiva rispetto ad un guizzo
personale più o meno espressivo. Si tratta di grafemi (punti, segmenti, linee curve ondulate o spezzate,
scarabocchi o arabeschi tutti liberamente tracciati) conosciuti e frequentati da chiunque voglia, o abbia
voluto, lasciare una traccia indelebile con la mano, o la sua estensione, indipendentemente da ogni
aspirazione estetica o proposito dichiaratamente espressivo. Ed è proprio per questa loro natura che
sono stati assunti come elementi primi, anche se non necessariamente i soli primari, di immagini che
incarnano la personale volontà di inscenare un mondo visivo che si collochi lontano da ogni mimesi o
finzione raffigurativa. Paradossalmente è l’estraneità ai codici dell’arte tradizionale a conferire loro
nuovo valore artistico e a permettere il passaggio da prodotti irrilevanti e trascurabili del quotidiano a
oggetti di una possibile significazione universale. I semantemi - scrive l’artista - non sono più scelti
nell’ambito dei codici di una disciplina dell’arte, essi travalicano qualsiasi specializzazione dei
linguaggi essendo presi dal patrimonio culturale generale dell’uomo, ogni cosa materiale od
immateriale esistente al mondo è divenuta mezzo dell’espressione artistica.
(…)
Nelle opere su carta di Giorgio Griffa, rispetto alle tele, i segni sembrano percorrere traiettorie più
libere con maggiori impennate, asprezze e arresti improvvisi proprio come certe annotazioni che
devono velocemente traslare sulla pagina il susseguirsi delle parole venute alla mente. Il genere invita
alla rapidità d’azione, è vero, ma chiede anche l’assenza di errori e quindi, di contro, una profonda
riflessione sulle operazioni da compiere. I materiali, i colori e i supporti, parlano prima di se stessi,
svelando quella “intelligenza della materia” più volte sottolineata e invocata dall’artista, e poi delle loro
molteplici relazioni sempre germinali e nuove. In questo modo i crittogrammi assumono un senso altro
dialogando realmente con la carta, con la quale diventano quasi un tutt’uno che respinge in secondo
piano l’aspetto compositivo geo-metrico della sua superficie. Cosa questa piuttosto evidente nelle opere
“Linee e campo” nelle quali la sensazione che i campi di colore liberino il foglio dall’oppressione dei
segni e dei confini che si potrebbero stabilire è dominante sulla percezione “grammaticale” delle
singole forme dipinte. Ma anche nelle “numerazioni” l’idea di numerare i segni secondo l’ordine della
loro stesura trasforma lo spazio discontinuo in uno spazio “discreto” disposto a fare i conti con l’idea di
tempo e della sua infinitezza più che con la sua ordinazione secondo il metro e la misura come si
potrebbe pensare. In fondo, l’atto di segnare e quello di numerare appartengono alla stessa gestualità
che semplicemente viene condotta a due livelli di conoscenza o di coscienza diversi: quello della
primarietà, e anche della spontaneità, e quello che implica un coinvolgimento della ragione e la
capacita di discriminare e di stabilire un andamento misurabile di un agire o di un fatto. Le immagini
finali (se vogliamo, il risultato dell’atto pittorico primario) travalicano gli intenti come sempre succede
in arte quando gli intenti sono solidi e motivati. La superficie appare comunque strutturata ma lo spazio
è evocato e non propriamente costruito da segni che, avendo la potenziale capacità di estendersi oltre i
limiti naturali della carta, ne determinano la sua continuità con un mondo esterno sia fisico che mentale
altrettanto illimitato. È uno spazio finalmente liberato da schemi predeterminati e in cui potersi
serenamente immergere senza la paura di esserne imprigionati.
GIORGIO GRIFFA
BIOGRAFIA
Giorgio Griffa nasce a Torino nel 1936. Inizia a dipingere bambino con pittori tradizionali.
Nel 1958 si laurea in giurisprudenza ed inizia l’attività di avvocato.
Nel 1960 sente la necessità di un nuovo apprendistato e diviene allievo nella scuola privata di
Filippo Scroppo, astrattista torinese che ha fatto parte del MAC. Per tre anni segue le lezioni,
sviluppando peraltro una esperienza strettamente figurativa.
Negli anni successivi procede ad una progressiva spoliazione degli elementi rappresentativi, senza
passare per le opzioni dell’astrattismo, sino a giungere ai primi lavori non rappresentativi, il ciclo
dei lavori intitolati “Quasi dipinto”. In quel ciclo si precisa la scelta del non finito che diverrà un
carattere costante del suo lavoro.
Espone quei lavori nel 1968 alla Galleria Martano di Torino. Nel 1969 inizia la collaborazione con
la Galleria Sperone e nel 1970 espone nelle gallerie di Ileana Sonnabend a New York e Parigi.
E’ di quegli anni la vicinanza agli artisti dell’Arte Povera, che ricorderà in una mostra del 2000
(Galleria Salzano, Torino) con queste parole: “....L’intelligenza della materia non veniva usata
quale strumento di nuove sintesi formali, peraltro inevitabili, ma diveniva protagonista dell’opera,
la mano dell’artista posta al suo servizio. Analogamente, essendo io convinto dell’intelligenza
della pittura, ponevo la mia mano al servizio dei colori che incontravano la tela, limitavo il mio
intervento al gesto semplice di appoggiare il pennello”.
Per circa due anni, fra il 1973 ed il 1975, esegue quasi esclusivamente linee orizzontali, composte
da una linea continua che si ripete ovvero da segni di pennello ordinati l’uno accanto all’altro in
sequenze orizzontali. Questi lavori vengono esposti, fra le altre, nelle mostre personali alla Galleria
Templon di Parigi, alla Galleria Mikro di Berlino, allo Studio Lia Rumma di Napoli, nel 1974,
Sperone di Roma, Annemarie Verna di Zurigo, Kunstraum di Monaco nel 1975.
Negli anni successivi iniziano a convivere sulla tela sequenze di segni differenti. Inizia il ciclo che
egli definisce delle “Connessioni o Contaminazioni”, modifica fisiologica del precedente ciclo
dei “Segni Primari”.
Sono gli anni delle mostre personali alla galleria Banco di Brescia, Art in Progress di Monaco e
Dusseldorf, Lorenzelli e Il Milione di Milano, Marlborough a Roma, la Kunsthalle di Dusseldorf, la
Samangallery di Genova, sino alla XXXIX Biennale di Venezia nel 1980.
Egli avverte come la riflessione di tipo minimalista apra le porte ad una nuova considerazione
dell’imponente carico di memoria di pittura e scultura. Griffa non è un minimalista, Paolo Fossati
ha puntualizzato la differenza del lavoro di Griffa dal minimalismo, ma il clima è quello. Ed in quel
clima il suo lavoro viene ad assumere un atteggiamento più dinamico.
E così nel 1979 dipinge il trittico, intitolato non a caso “Riflessione”, composto di tre grandi tele
dedicate rispettivamente a Matisse, Klee, Yves Klein.
Quel trittico, esposto nel 1980 alla Galleria Martano di Torino (e in seguito da Lorenzelli a Milano),
costituisce il primo passo di un altro ciclo, che troverà negli anni 2000 il titolo di “Alter Ego”. In
esso ogni lavoro è dedicato ad artisti di ogni epoca. Proseguirà, con larghe pause, per 30 anni.
Gli anni ’80 vedono un ampio sviluppo del ciclo delle Contaminazioni. Ai segni spesso si
affiancano campiture di colore più o meno ampie, un racconto indeterminato fra le memorie della
pittura.
Ad oggi, sono oltre 100 le esposizioni personali in varie città italiane ed europee.
Ad esse si accompagna la presenza in una lunga serie di mostre collettive in Italia e all’estero
dedicate in generale allo stato delle arti nel contemporaneo, piuttosto che a specifiche indagini sulla
pittura analitica, le quali verranno soltanto in seguito.
A partire dalla famosa mostra del 1970 al Kunstmuseum di Lucerna “Processi di pensiero
visualizzati” partecipa, fra le altre, a “Contemporanea (Roma 1973), Prospect 1973
(Dusseldorf), “Sempre cose nuove pensando (I.C.C. Anversa), “I colori della pittura “ (Istituto
2
Italo Latino Americano Roma 1976), “Arte in Italia 1960/77” (GAM Torino 1977), XXXVIII
e XXXIX Biennale di Venezia (1978, 1980), “11 Italienische kunster in Munich” (Monaco
1982), “L’informale in Italia” (GAM Bologna 1983), “Il museo sperimentale di Torino (Castello
di Tivoli 1985), VI Triennale India (New Delhi), “Confronto per opera” (GAM Bologna
1987), “Mediterranea” (Erice 1988), “Pittura Italiana dal dopoguerra ad oggi” (MASP San Paolo,
Brasile),
“Torino e le arti 1950/1970” (Castello di Rivoli 1993), “Abstarkte Kunst Italiens” (Colonia e
Francoforte 1997), “Turiner kunstler in Stuttgart” (Stoccarda 1998), “Arte italiana – Ultimi 40 anni”
(GAM Bologna 1998), “Le soglie della pittura” (Perugia 1999), “L’incanto della pittura” (Mantova
2004), “Visioni” (Bergamo 2005), “Museo Museo Museo” (GAM Torino 2006), “Time & Place”
(Stoccolma e Zurigo 2008).
All’inizio degli anni ’90 sopraggiunge il ciclo “Tre Linee con Arabesco” in cui ogni lavoro, tela,
disegno, acquerello, incisione, contiene appunto, fra gli altri segni, tre linee ed un arabesco. Questi
lavori sono numerati secondo l’ordine in cui vengono eseguiti, il primo col numero 1, il secondo
col numero 2 e così di seguito (sin’ora sono arrivati al n. 1661). La numerazione mira a fissare la
posizione dei singoli individui all’interno del gruppo e nel contempo ricordare la loro appartenenza
al gruppo.
Nel seguito degli anni ’90 inizia un altro ciclo che si avvale dei numeri. E’ il ciclo
delle “Numerazioni”. Qui i numeri indicano su ciascuna tela l’ordine in cui sono posati i vari segni
e colori che la compongono. I numeri mirano a sottolineare per un lato l’ordine in cui si svolge
l’evento pittura e per altro lato lo svilupparsi dell’evento, un segno dopo l’altro sia nel tempo che
nello spazio.
Si deve notare che fra un ciclo e l’altro non vi è alcuna ipotesi di sviluppo o progresso. Vi
è soltanto, semplicemente, la presenza di aspetti diversi del divenire. Pertanto i cicli non si
susseguono l’uno all’altro, ma si accavallano, si incrociano, convivono l’uno accanto all’altro,
magari restano sospesi per anni e poi riprendono.
I cicli che emergono negli anni 2000 confermano questo aspetto. Infatti la loro origine risale a
vent’anni prima, alla fine degli anni ’70.
Il ciclo “Alter Ego”, con i suoi riferimenti ad altri artisti, di volta in volta Piero della Francesca o
Tintoretto, Beuys o Merz, nasce da quel trittico del 1979 intitolato “Riflessione”, passa attraverso
vari lavori degli anni ’80 e ’90 e precisa la sua identità con un gruppo di lavori degli anni 2000.
Alcuni lavori di questo ciclo sono stati esposti in mostre personali fra il 1979 ed il 2009. Il ciclo
è stato esposto integralmente nel 2011 al Castello di Saluzzo nella mostra “Alter ego 1979-2008”
(catalogo Skira).
A sua volta il ciclo “Sezione Aurea”, che guarda a quel numero irrazionale senza fine che ne
caratterizza l’aspetto matematico, si avvale parzialmente delle trasparenze della tela tarlatana che
già erano del grande lavoro “Dioniso” del 1980, esposto alla Biennale di Venezia di quell’anno.
Alcune tarlatane di questo ciclo sono state esposte dalla Galleria Fumagalli di Bergamo alla Fiera di
Basilea nel 2008. Altre 4 grandi tele, su tessuti diversi dalla tarlatana, sono state esposte al MACRO
di Roma nel 2011 (catalogo Marsilio).
Giorgio Griffa ha anche pubblicato vari testi: “Non c’è rosa senza spine” nel 1975; “Cani Sciolti
Antichisti” nel 1980; “Drugstore Parnassus” nel 1981; “In nascita di Cibera” nel 1989; “Il principio
di indeterminazione” nel 1994; “Di segno in segno“ (con Martina Corgnati) nel 1995; “Come un
dialogo” nel 1997; “Approdo a Gilania” nel 1998; “Intelligenza della materia” nel 2000; “Nelle
orme dei Cantos” nel 2001; “Intervista a cura di Flavia Barbaro, GAM Torino” nel 2003; “Nota
sulla rappresentazione dello spazio” nel 2003; “Post scriptum” nel 2005.
08
ottobre 2011
Giorgio Griffa – Lo spazio liberato. Opere su carta 1968-2010
Dall'otto ottobre al 06 novembre 2011
arte contemporanea
disegno e grafica
disegno e grafica
Location
IL BRUNITOIO
Ghiffa, Corso Risorgimento, 114, (Verbano-cusio-ossola)
Ghiffa, Corso Risorgimento, 114, (Verbano-cusio-ossola)
Orario di apertura
da venerdì a domenica 16–19, giovedì 16–19 / 21–23
Vernissage
8 Ottobre 2011, ore 17.30
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