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Giovanni Chiaramonte – E. I. A. E. Et In Arcadia Ego
Dalla Galleria della Fachhochschule di Potsdam alla Ghirri, in mostra le foto di CHIARAMONTE, il nuovo e sapiente contributo che il fotografo dedica alla figura storica dell’Italia nel contesto del paesaggio europeo, un ritorno alle origini per riflettere sul destino della civiltà.
Comunicato stampa
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C'è un'estetica classica così sottile che spesso ai romantici sfugge.
Lo stile classico è diretto, disadorno, non-emotivo, economico e accuratamente proporzionato.
Il suo scopo non è quello di ispirare emozioni, ma di creare l'ordine dal caos e svelare l'ignoto.
Robert Maynard PIRSIG, da Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, 1974
La Galleria Fotografica Luigi Ghirri di Caltagirone CT,
e la luce di Giovanni CHIARAMONTE, una costante a conferma della bontà di una ricerca che si fa epifania e rinnova il fertile processo di indagine, l’azione creativa e la riscoperta di quelle radici culturali e storiche capaci di vanificare, se non azzerare, le differenze che, a torto, ciclicamente minano la contemporaneità.
A vent’anni dalla morte di Luigi GHIRRI (Scandiano RE, 1943 - Roncocesi RE, 1992) – il fotografo italiano del Novecento di fama mondiale da cui prese nome, nel 1999, l’associazione culturale e l’omonimo spazio espositivo denominato Galleria Fotografica Luigi Ghirri (primi ed unici dedicati all’indiscutibile maestro del saper vedere il mondo) – con questa mostra di CHIARAMONTE, fotografo amico di GHIRRI, cerchiamo di ricordare e dare testimonianza del suo insegnamento dedicando un pensiero anche alla moglie Paola BORGONZONI GHIRRI che, scomparsa l’8 novembre 2011, per un ventennio lavorò alla valorizzazione dell’opera fotografica del marito creando, prima della morte, una Fondazione a sostegno dei giovani studiosi e dedita alla programmazione di eventi per la celebrazione del ventennale dalla scomparsa di GHIRRI.
Luigi GHIRRI e Giovanni CHIARAMONTE – dall'ottobre del 1973 al giorno di San Valentino del 1992, quando scompare il fotografo emiliano – hanno condiviso quotidianamente un cammino di vita, di lavoro e stima nel segno della loro fotografia. In virtù di questa ventennale amicizia, su richiesta di Paola BORGONZONI GHIRRI e del parroco di Roncocesi, CHIARAMONTE sarà chiamato a scegliere le letture liturgiche e pronunciare l'omelia, nel corso della messa funebre, per il caro amico Luigi.
Fino al 01 luglio 2012, E. I. A. E. - ET IN ARCADIA EGO presenta un nuovo, interessante capitolo dell’opera di CHIARAMONTE dedicata alla figura e al ruolo dell’Italia nel contesto del paesaggio europeo. La mostra, accompagnata da un catalogo edito con la partecipazione della Galleria GHIRRI di Caltagirone, rappresenta il contributo dell’artista al convegno internazionale Potsdam & Italien tenutosi nei giorni 13 e 14 gennaio 2012, presso la Fachhochschule Potsdam di Berlino.
Nella mostra le foto di CHIARAMONTE, che coltiva un rapporto privilegiato con questa terra quale – luogo dell’inizio – anche attraverso il costante sostegno e la presenza presso la GHIRRI, “ … mettono in scena la migrazione delle colonne greco-romane e rinascimentali dalle rive italiane del Mediterraneo sino alle acque dell’Havel che scorre tra Berlino e Potsdam, nel mito moderno dell’Arcadia: il luogo in cui i tempi della storia e delle costruzioni umane si sciolgono nella ritrovata armonia con la natura e la storia. Da GUERCINO a POUSSIN, sino alle immagini di CHIARAMONTE realizzate a Potsdam, l’Arcadia si rivela come il regno di pace e bellezza, come il luogo dell’origine attraverso cui ha inizio la drammatica peripezia del tempo. Così, nelle immagini di CHIARAMONTE, dal profondo azzurro del cielo si irradia una luce che infiamma d’oro gli alberi della terra e gli edifici in cemento prefabbricato innalzati al tempo della DDR nel totalitarismo utopico del Moderno, che pensava di dare un nuovo inizio alla storia dimenticando la memoria dell’origine”.
Dalle acque azzurre del Mare Nostrum alle correnti plumbee del fiume Havel, in quel di Potsdam, l’obiettivo errante di CHIARAMONTE scorge e cattura quel pulviscolo aureo che, nel segno della luce, fa scintillare in chiave contemporanea i segni classici dell’alfabeto architettonico: le colonne greco romane dialogano con la modernità scatenando audaci cortocircuiti temporali e geografici; il paesaggio stempera i suoi contrasti mentre il Nord e il Sud si sciolgono in un unico anelito che sa di armonia ed equilibrio: Et In Arcadia Ego.
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Caltagirone, aprile 2012
Poesia e destino nell’Arcadia di Giovanni CHIARAMONTE
Itaca Itaca Itaca / la mia casa ce l'ho solo là / Itaca Itaca Itaca / ed a casa io voglio tornare...
Lucio DALLA, Itaca, 1971
Come ti trovi a Berlino Est? / Alexander Platz aufwiederseen /
c'era la neve / faccio quattro passi a piedi / fino alla frontiera…
Franco BATTIATO, Alexander Platz, 1982
Sparunu i bummi / supra a Nunziata / ‘n cielu fochi di culuri / ‘n terra aria bruciata /
e tutti appressu o santu / ‘nda vanedda / Sicilia bedda mia / Sicilia bedda
Franco BATTIATO, Veni l’autunnu, 1988
Socchiusi gli occhi, sto / supino nel trifoglio / e vedo un quatrifoglio / che non raccoglierò. /
…
Socchiudo gli occhi, estranio / ai casi della vita. / Sento fra le mie dita / la forma del mio cranio... /
Ma dunque esisto! O Strano! / vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente / detta guidogozzano! /
Resupino sull'erba / (ho detto che non voglio / raccorti, o quatrifoglio) / non penso a che mi serba / la Vita. /
…
La Vita? Un gioco affatto / degno di vituperio, / se si mantenga intatto / un qualche desiderio. /
Un desiderio? Sto / supino nel trifoglio / e vedo un quatrifoglio / che non raccoglierò.
Guido GOZZANO, La via del rifuglio, 1907
“In un luminoso giorno di primavera del 1984, sdraiato nel sole sotto la colonna romana di Glienicke, contemplando l’allora irraggiungibile Potsdam, mi sono ritrovato finalmente a casa, in una dimora che per grazia univa il luogo dell’inizio al luogo dell’origine: un punto in cui il nord coincideva col sud, la Germania con l’Italia, le acque dell’Havel con quelle del Mediterraneo.”
Giovanni CHIARAMONTE, E. I. A. E., 2011
Nel leggere l’introduzione di CHIARAMONTE a questa mostra, la sua immagine sdraiata nel sole di Berlino si è sovrapposta a un’altra immagine che da molti anni custodisco nel catalogo poetico dei miei Autori prediletti: quella del poeta GOZZANO sdraiato nel sole della casa paterna di Agliè TO, che, inebriato dal profumo dell’erba, in una sorta di vigile dormiveglia, medita sul senso della Vita e della Morte. Parallelismo involontariamente rafforzato dal titolo di questa mostra, E. I. A. E., Et In Arcadia Ego, richiamo alla grecità della mitica età dell’oro e, allo stesso tempo, ricorrente memento mori di epoca rinascimentale e barocca.
Tutta l’opera di Giovanni CHIARAMONTE è, come egli dichiara, una migrazione senza fine, un continuo fluire fra lo scorrere del tempo, dalle Origini al Moderno: il suo percorso artistico appare come una costante ricerca di equilibrio fra origine e approdo, ove la luce è il tramite attraverso cui si realizza questo punto d’incontro e le epoche si fondono in una morbida liquidità di tinte.
C’è un amore forte per la Grecia classica, in queste fotografie di Giovanni CHIARAMONTE.
Esso palpita nei soggetti ritratti e si evidenzia nelle simmetrie, nel taglio delle inquadrature, che della grecità spesso evocano simboli o ne riconducono al recupero di epoca cinquecentesca (come non pensare alla Città ideale osservando molte delle fotografie in mostra?).
La forma esteriore della grecità è sparita, ma il suo spirito è imperituro. Ciò che visse una volta nella vita del pensiero dell’uomo non perirà più; seguiterà a vivere come spirito e, entrato nella vita spirituale dell’uomo, avrà una sua particolare immortalità. Non sempre con uguale forza, non sempre nello stesso luogo riappare nella vita dell’umanità il pensiero greco; ma non perisce mai: sparisce, per ritornare; si nasconde, per riapparire. Desinunt ista, non pereunt.
Erwin ROHDE, Psyche, Seelenkult und Unsterblichkeitsglaube der Griechen, 1894
Come un novello Ulisse, l’Artista ripercorre il cammino del poeta greco Konstantinos KAVAFIS, in un viaggio senza sosta che circolarmente lo riporta al luogo dell’Origine, ove ciò che conta è il mezzo oltre che il fine, poiché solo grazie a questo incessante pellegrinaggio attraverso le vie del mondo e attraverso la vita (il viaggio per eccellenza) si può giungere al fondo di sé stessi.
Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fa voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze. /
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi / o Posidone incollerito: mai / troverai tali mostri sulla via, /
se resta il tuo pensiero alto, e squisita / è l'emozione che ti tocca il cuore / e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi /
né Posidone asprigno incontrerai, / se non li rechi dentro, nel tuo cuore, / e non li drizza il cuore innanzi a te.
Konstantinos KAVAFIS, Itaca, 1911
Giovanni CHIARAMONTE è affascinato da ciò che vede nelle strade della Berlino riunificata, insegue il proprio inizio che lo riconduce all’origine, ritrova i luoghi cari della propria infanzia in un continuo viaggio fra Mediterraneo e Nord.
C’è un amore per la Grecia e c’è un amore per Berlino, in queste fotografie. Un angelo ritratto di spalle da Giovanni CHIARAMONTE dinanzi all’Orangerie di Potsdam mi ha riportato ai molti angeli de Il cielo sopra Berlino, il film con il quale il regista tedesco Wim WENDERS nel 1987 torna nei luoghi della sua infanzia. Anche Wim WENDERS, come Giovanni CHIARAMONTE, riparte dall’inizio alla ricerca dell’origine, e lo fa usando le parole dello scrittore e poeta austriaco Peter HANDKE
Quando il bambino era bambino, / non sapeva d'essere un bambino. /
Per lui tutto aveva un'anima, / e tutte le anime erano tutt'uno. /
Quando il bambino era bambino, / su niente aveva un'opinione. / Non aveva abitudini. /
Sedeva spesso a gambe incrociate, / e di colpo sgusciava via. / Aveva un vortice tra i capelli, /
e non faceva facce da fotografo. /
Quando il bambino era bambino, / era l'epoca di queste domande: / Perché io sono io, e perché non sei tu? /
Perché sono qui, e perché non sono lì? / Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? /
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno? / Non è solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo, /
quello che vedo, sento e odoro? / C'è veramente il male? / E gente veramente cattiva? /
Come può essere che io, che sono io, / non c'ero prima di diventare? / E che un giorno io, che sono io, /
non sarò più quello che sono?
Peter HANDKE, Lied vom Kindsein, 1987
Un filo invisibile lega fotografie, riprese filmiche, quadri, poesie, che depositano frammenti di suggestione e si stratificano nella nostra mente: la vita sotto il sole, è forse solo un sogno, si chiede Peter Handke, come già si era chiesto Guido GOZZANO disteso nel trifoglio
Sognare! Il sogno allenta / la mente che prosegue: / s'adagia nelle tregue / l'anima sonnolenta, / siccome quell'antico /
brahamino del Pattarsy / che per racconsolarsi / si fissa l'umbilico. / Socchiudo gli occhi, estranio / ai casi della vita; /
sento fra le mie dita / la forma del mio cranio. / Verrà da sé la cosa / vera chiamata Morte: / che giova ansimar forte /
per l'erta faticosa?
Guido GOZZANO, cit.
Anche nella migrazione senza fine di Giovanni CHIARAMONTE, in questo viaggio a ritroso nei temi cari all’Arcadia che oggi qui ci viene proposto, io avverto la tensione di colui che cerca di varcare il limine, alla continua ricerca di un senso riguardo al nostro esistere. Friedrich HÖLDELIN gli viene in soccorso, ed egli si appropria dei suoi versi per farci leggere il diario segreto della propria anima.
Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l'uomo [...] Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù depone la sua austera corazza, lo spirito umano lo scettro e tutti i pensieri si disperdono innanzi all'immagine del mondo eternamente uno [...] e la ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature e l'indissolubilità e l'eterna giovinezza rendono felice e bello il mondo [...] Un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette.
Friedrich HÖLDELIN, Hyperion, 1799
Friedrich HÖLDELIN è il poeta dei poeti anche per il filosofo tedesco Martin HEIDEGGER, la cui opera lirica ne ispira il saggio L’origine dell’opera d’arte (Der Ursprung des Kunstwerkes, 1935). Per Martin HEIDEGGER, “il senso dell’opera d’arte deve essere ricollocato nell’essenza della poesia, vale a dire nel luogo originario in cui si schiude l’arte come modo di pro-gettamento dell’ente nella Lichtung dell’essere. Perciò ogni arte, in quanto permette che si storicizzi l’avvento della verità dell’ente come tale, è nella sua essenza Poesia”. Compare in HEIDEGGER il termine Lichtung, parola tedesca che rimanda a Licht – luce – e al verbo lichten – diradare – e che significa “radura”, ossia la zona aperta del bosco in cui la luce può filtrare circondata dall’oscurità: lo spazio libero che così sorge è la Lichtung, cioè il luogo d’incontro della luce e dell’oscurità.
Questa mia lettura di Et In Arcadia Ego di Giovanni mi ha ricondotto al tema della Luce, che sottende tutta l’opera di Giovanni CHIARAMONTE, e al concetto di Poesia, che egli spesso evoca a contrappunto delle sue immagini, e unico linguaggio che io possieda per decifrare il senso di un’opera d’arte. Friedrich HÖLDERLIN pone la questione dell’essenza della poesia e di come il pensiero stesso, nel suo fine ultimo, si apra appunto su quell’essenza: l’intera opera di HÖLDERLIN conduce verso quel misterioso passaggio.
E in questo senso si può dire che la poesia – che sia di HÖLDERLIN o di altri Autori – …
è per noi un destino
Martin HEIDEGGER, cit.
Marina BENEDETTO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Savona, aprile 2012
GEOMETRIE DI LUCE
La composizione di forme scaturite dagli scatti di Giovanni CHIARAMONTE sembrano generate da geometrie di luce capaci di dare al reale fotografato una dimensione di sospensione, quasi metafisica, trasferendo ai luoghi del vissuto un carattere di poeticità. Luoghi della memoria, di una atemporalità che innesca riflessioni e rimandi con la cultura classica; una chiarità e un ordine compositivo caratterizzano le sue fotografie di architetture e paesaggi urbani le quali, nel rapporto dialogico tra antico e moderno, creano ibridismi che nel contrasto esaltano la sintesi dell’immagine, restituendola in una nuova forma estetica. Luoghi silenziosi, immersi in una luce che sembra rivelare la fissità e la mancanza di forti accenti chiaroscurali tipici della luce di Piero della FRANCESCA; una luce quasi immobile che per questa sua natura oltrepassa la dimensione spazio-temporale annullandola, rientrando così in un codice linguistico e visivo che si riallaccia simbolicamente al concetto di eternità e di universalità.
Vi è in queste fotografie il valore aggiunto di elementi sintattici e semantici che donano ai luoghi e alle culture la possibilità di sconfinamenti, dando vita ad una narrazione in cui il tempo dell’oggi lega il passato al presente allo stesso modo in cui l’occhio fotografico dà dignità al luogo e all’uomo che abita quel luogo, al di là delle geografie fisiche e mentali.
La pulizia tecnica, risultato di una grande professionalità, connota la sua attività che la si potrebbe definire di un rigore rinascimentale, servendosi di un vocabolario “iconografico” di linee di fuga, scorci, prospettive che sottintende una fedeltà alla rappresentazione attraverso immagini che includono ciò che conosciamo e ciò che ci è sconosciuto, offrendo una visione diversa della realtà o comunque un altro punto di vista.
Lo studio sul paesaggio CHIARAMONTE lo ha iniziato negli anni Settanta, e l’intreccio tra forme e luoghi, destino degli uomini e viaggio come via di conoscenza e salvezza costituisce il fulcro della sua opera. Nella sua ricerca il paesaggio è inteso come rivelazione oggettiva del genius loci e successivamente un più ampio progetto lo porta ad argomentazioni e profonde riflessioni teoretiche sul destino dell’Occidente, affrontando sempre il tema del viaggio e del fotografare alla ricerca del punto decisivo nello spazio e nel tempo.
Il viaggio è da sempre uno dei temi più trattati nella letteratura di ogni tempo poiché rientra in una categoria mentale e fisica che appartiene all’uomo e alla sua sfera emotiva, esaltandone la bellezza e la conoscenza che costituiscono un nutrimento per l’anima. Dalla scoperta di sé e degli altri, la letteratura odeporica rappresenta un’esperienza forte, unica, sacra nel suo essere concepita come crescita e arricchimento esistenziale che segna in maniera incisiva le varie tappe della nostra vita.
Marcel PROUST afferma che “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”, mentre Bruce CHATWIN asserisce che “Il viaggio non soltanto allarga la mente, le dà forma”, volendo cogliere in queste differenti frasi il bisogno insopprimibile dell’uomo di allargare i propri orizzonti, abbattere barriere psicologiche ancor prima che reali, prestandosi il viaggio a sconfinamenti rintracciabili a più livelli di lettura, una letteratura dell’anima che ha bisogno di bellezza, citando James HILLMAN.
Partire e arrivare, andare e ritornare, tracciando un percorso non lineare e spesso imprevedibile in una continua erranza che ci porta ad attraversare spazi e tempi di un viaggiare contemporaneo, Giovanni CHIARAMONTE ci ricorda che la vera dimora è proprio l’incessante migrazione da compiere tra il luogo del proprio inizio e il luogo dell’origine.
Ornella FAZZINA
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Siracusa, aprile 2012
Per E. I. A. E. di Giovanni CHIARAMONTE
C'è continuità e c'è novità in quest'ultima fatica di Giovanni CHIARAMONTE, così come accade in ogni ricerca artistica che non voglia trarre profitto da rendite di posizione e nemmeno tentare la strada dello stupore a buon mercato, ma pensi il proprium della creazione alla stessa maniera in cui lo pensava Cesare PAVESE: la lavorazione incessante di un solo monolite.
E di questo mi pare si tratti in E. I. A. E., ovvero di un permanere immutabile nel cuore del proprio tema per dargli dall'interno, come in un'auscultazione profonda, un tono diverso, una curvatura nuova, un inedito accento di fecondità e di speranza. CHIARAMONTE resta in E. I. A. E., infatti, anzitutto un grande 'pittore' della fotografia, un creatore di quadri affascinanti, dominati da una luce rivelatrice e inimitabile. Ma rimane anche un fine narratore di emozioni e di sentimenti, uno che non lascia mai il tableau isolato nella sua compiutezza, perché lo concepisce quale parte di una Gestalt più grande, il cui ritmo è dato dall'aleggiare dello spirito, contro ogni riduzione dell'immagine a cosa o ad oggetto da godere.
Eppure, quello che ci viene incontro in E. I. A. E. è anche un CHIARAMONTE diverso, che si inoltra in una zona dell'essere posta oltre la lacerazione e il dramma. Voglio dire che la fotografia di questo uomo della luce mi è apparsa da sempre abitata nell'intimo da un travaglio profondo, quello di chi si rende conto, ab imis, perché se lo trova scritto nella carne, che il moderno di cui siamo figli è costitutivamente un evento di separazione e di caduta, un porre una barriera, una divisione essenziale fra quel che è stato e quel che è (e sarà). CHIARAMONTE ha da sempre saputo insomma che essere moderni significa essere distanti, essere resi soggetti da uno Streben, non possedere una patria, un luogo riposato, uno spazio da cui muovere e a cui tornare. Come se egli avesse riversato e riplasmato nell'immagine la duplicità e l'inappartenenza del suo nascere, rendendoli quasi simbolo ed espressione di una condizione più vasta e sofferta.
Ma oggi, in E. I. A. E., CHIARAMONTE ci racconta una storia inattesa e al contempo conseguente. La storia, direi in maniera sintetica intanto, di una composizione insperata, rinvenuta in un luogo dell'anima – la Potsdam prussiana – 'visto' attraverso l'obiettivo come una mitica radura (dello stesso ordine della Lichtung heideggeriana) visitata da una luce tenue e radiosa, favorevole ad un incontro sereno e pacato, giusta per l'assorbimento del contrasto in un'unificazione di sogno. In questo senso, mi pare si debba ribaltare, nell'accezione datale del fotografo siciliano, la funebre dizione originaria dell'Et In Arcadia Ego. Perché nel libro di CHIARAMONTE non si sente l'alito della morte incombente, quella che nell'iconografia tradizionale dice la propria presenza inevitabile anche nella dimora dell'arte e della bellezza, o che appare quale mesta realtà proferita da colui che ha vissuto i piaceri dell'esistenza e si mostra soggetto alla dissoluzione della carne nella sepoltura. No, chi si trova immerso nell'incanto dell'Arcadia chiaramontana è un uomo toccato per un attimo dalla pace, che può avvertire netta la sospensione di ogni giudizio e di ogni ombra mortifera. E. I. A. E. è il libro di chi può quasi cantare, pur nell'astratta consapevolezza del morire, che “oggi” alla morte sarà sottratto, che “oggi”, almeno “oggi”, non morrà.
In questo senso, l’Arcadia di CHIARAMONTE è una regione permeata dalla dignità creatrice dell’uomo, dove si racconta di una pace improvvisa, si narra di un luogo in cui la luce del Nord e la luce del Sud sfumano l’una nell’altra e miracolosamente si integrano. A guardare con attenzione, infatti, l’itinerario che Giovanni CHIARAMONTE ci propone in E. I. A. E., possiamo dire di essere posti di fronte, in verità, ad un concentus lucis in quattro tempi.
In esergo (tralascio volutamente l’avantesto in parole e figure su cui tornerò in ultimo) una folgorante anticipazione dell’esito finale, con il quadro stupendo e tornito di un’isola dell’amicizia dove acqua, alberi, e opera umana, ovvero natura e storia, physis e poiesis, si trovano stampate su una superficie immobile e levigata, pronta a rapire e a fissare lo sguardo in un’armonia senza incrinature. Da lì, nel libro di CHIARAMONTE, si parte per rimettere in scena – anche sul corso della Havel, che è come l’acqua sorvolata dallo spirito creatore – lo split di sempre, il contrasto sferzante fra il moderno meccanico, invadente, al limite offensivo, e il segno di un antico ricostruito nel Settecento quale exemplum della luce della ragione, della chiarezza rifatta, della fabbrica compiuta e misurata dal bello. Come spesso in CHIARAMONTE, si snodano allora, sulla pagina, le immagini di palazzi e chiese della capitale di Federico il Grande – il cui culmine è certo la Nikolaikirche – insidiati e contornati dalla caduta moderna, dagli edifici e dagli oggetti simbolici di un mondo diverso, mai destinato a divenire kosmos. Ma anche nella rappresentazione di questi contrasti non c’è violenza, non antagonismo in E. I. A. E., come se qui il moderno venisse a confliggere senza mai oltraggiare, proponendo la propria diversità quasi in sordina e mai debordando dalla misura ideale implicitamente suggerita dalla natura e dalle architetture tipiche della sobrietas arcadica.
Si apre così, nel terzo movimento del libro, la strada ad una celebrazione della solare bellezza della presenza e dei manufatti umani, capaci di riproporre la festa dell’unità e della concordia fra un’architettura naturale e una natura umanizzata, festa che trova la sua espressione mirabile in quel Park Sanssouci fatto per essere la risposta tedesca a Versailles, e immortalato dall’occhio di Giovanni CHIARAMONTE quale spazio di un’onirica riconciliazione. Ed è un sogno che si spinge, nella logica tipica dell’Arcadia e secondo una perfetta dinamica inclusiva, verso una chiusa – ovvero il quarto, fulmineo tempo del libro –, in cui a dominare è in definitiva la natura scolpita, aperta e contenuta insieme. In essa l’uomo si ritrova come attore e ospite, ponendo fine ad ogni rottura, se – dopo una lunga alternanza col Sanssouci – il quadro finale è simbolicamente quello di un Giardino Nuovo, ovvero di un Eden che porta nel suo seno senza scosse la parola fondativa del moderno: Neue Garten.
Ciò non toglie che alla fine del miracolo di E. I. A. E. non rimanga aperta la domanda, contenuta in implicito nei versi di HÖLDERLIN e nell’acuta parola prefatoria dell’artista. L’Arcadia è infatti il typos della stilizzazione, del bello voluto, della contraddizione espulsa con coraggio ma non senza un’esposizione costante all’artefatto, alla sutura precocemente anticipata e posta per principio fuori dalla storia. La migrazione infinita è, in questo contesto, il richiamo dell’esserci, in tutta la sua concretezza, all’impossibilità di una totalità definitiva, di un isolamento amicale, tenue e delicato, che tenga fuori dalla porta il conflitto in cui siamo innestati. L’altro collocato ai confini dell’Arcadia, il cui volto può ultimativamente coincidere con quello della finitudine mortale, si affaccia sullo sfondo non per minacciare, ma per richiamare alla responsabilità e all’autenticità di una chiusura impossibile. Ma per vivere nella storia di tutti, per affrontare da uomini la separazione che ci abita, questa chiusura – sembra dirci Giovanni in E. I. A. E. – si ha diritto e necessità di poterla amare e sognare.
Antonio SICHERA
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Modica RG, aprile 2012
Lo stile classico è diretto, disadorno, non-emotivo, economico e accuratamente proporzionato.
Il suo scopo non è quello di ispirare emozioni, ma di creare l'ordine dal caos e svelare l'ignoto.
Robert Maynard PIRSIG, da Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, 1974
La Galleria Fotografica Luigi Ghirri di Caltagirone CT,
e la luce di Giovanni CHIARAMONTE, una costante a conferma della bontà di una ricerca che si fa epifania e rinnova il fertile processo di indagine, l’azione creativa e la riscoperta di quelle radici culturali e storiche capaci di vanificare, se non azzerare, le differenze che, a torto, ciclicamente minano la contemporaneità.
A vent’anni dalla morte di Luigi GHIRRI (Scandiano RE, 1943 - Roncocesi RE, 1992) – il fotografo italiano del Novecento di fama mondiale da cui prese nome, nel 1999, l’associazione culturale e l’omonimo spazio espositivo denominato Galleria Fotografica Luigi Ghirri (primi ed unici dedicati all’indiscutibile maestro del saper vedere il mondo) – con questa mostra di CHIARAMONTE, fotografo amico di GHIRRI, cerchiamo di ricordare e dare testimonianza del suo insegnamento dedicando un pensiero anche alla moglie Paola BORGONZONI GHIRRI che, scomparsa l’8 novembre 2011, per un ventennio lavorò alla valorizzazione dell’opera fotografica del marito creando, prima della morte, una Fondazione a sostegno dei giovani studiosi e dedita alla programmazione di eventi per la celebrazione del ventennale dalla scomparsa di GHIRRI.
Luigi GHIRRI e Giovanni CHIARAMONTE – dall'ottobre del 1973 al giorno di San Valentino del 1992, quando scompare il fotografo emiliano – hanno condiviso quotidianamente un cammino di vita, di lavoro e stima nel segno della loro fotografia. In virtù di questa ventennale amicizia, su richiesta di Paola BORGONZONI GHIRRI e del parroco di Roncocesi, CHIARAMONTE sarà chiamato a scegliere le letture liturgiche e pronunciare l'omelia, nel corso della messa funebre, per il caro amico Luigi.
Fino al 01 luglio 2012, E. I. A. E. - ET IN ARCADIA EGO presenta un nuovo, interessante capitolo dell’opera di CHIARAMONTE dedicata alla figura e al ruolo dell’Italia nel contesto del paesaggio europeo. La mostra, accompagnata da un catalogo edito con la partecipazione della Galleria GHIRRI di Caltagirone, rappresenta il contributo dell’artista al convegno internazionale Potsdam & Italien tenutosi nei giorni 13 e 14 gennaio 2012, presso la Fachhochschule Potsdam di Berlino.
Nella mostra le foto di CHIARAMONTE, che coltiva un rapporto privilegiato con questa terra quale – luogo dell’inizio – anche attraverso il costante sostegno e la presenza presso la GHIRRI, “ … mettono in scena la migrazione delle colonne greco-romane e rinascimentali dalle rive italiane del Mediterraneo sino alle acque dell’Havel che scorre tra Berlino e Potsdam, nel mito moderno dell’Arcadia: il luogo in cui i tempi della storia e delle costruzioni umane si sciolgono nella ritrovata armonia con la natura e la storia. Da GUERCINO a POUSSIN, sino alle immagini di CHIARAMONTE realizzate a Potsdam, l’Arcadia si rivela come il regno di pace e bellezza, come il luogo dell’origine attraverso cui ha inizio la drammatica peripezia del tempo. Così, nelle immagini di CHIARAMONTE, dal profondo azzurro del cielo si irradia una luce che infiamma d’oro gli alberi della terra e gli edifici in cemento prefabbricato innalzati al tempo della DDR nel totalitarismo utopico del Moderno, che pensava di dare un nuovo inizio alla storia dimenticando la memoria dell’origine”.
Dalle acque azzurre del Mare Nostrum alle correnti plumbee del fiume Havel, in quel di Potsdam, l’obiettivo errante di CHIARAMONTE scorge e cattura quel pulviscolo aureo che, nel segno della luce, fa scintillare in chiave contemporanea i segni classici dell’alfabeto architettonico: le colonne greco romane dialogano con la modernità scatenando audaci cortocircuiti temporali e geografici; il paesaggio stempera i suoi contrasti mentre il Nord e il Sud si sciolgono in un unico anelito che sa di armonia ed equilibrio: Et In Arcadia Ego.
Sebastiano FAVITTA e Attilio GERBINO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Caltagirone, aprile 2012
Poesia e destino nell’Arcadia di Giovanni CHIARAMONTE
Itaca Itaca Itaca / la mia casa ce l'ho solo là / Itaca Itaca Itaca / ed a casa io voglio tornare...
Lucio DALLA, Itaca, 1971
Come ti trovi a Berlino Est? / Alexander Platz aufwiederseen /
c'era la neve / faccio quattro passi a piedi / fino alla frontiera…
Franco BATTIATO, Alexander Platz, 1982
Sparunu i bummi / supra a Nunziata / ‘n cielu fochi di culuri / ‘n terra aria bruciata /
e tutti appressu o santu / ‘nda vanedda / Sicilia bedda mia / Sicilia bedda
Franco BATTIATO, Veni l’autunnu, 1988
Socchiusi gli occhi, sto / supino nel trifoglio / e vedo un quatrifoglio / che non raccoglierò. /
…
Socchiudo gli occhi, estranio / ai casi della vita. / Sento fra le mie dita / la forma del mio cranio... /
Ma dunque esisto! O Strano! / vive tra il Tutto e il Niente / questa cosa vivente / detta guidogozzano! /
Resupino sull'erba / (ho detto che non voglio / raccorti, o quatrifoglio) / non penso a che mi serba / la Vita. /
…
La Vita? Un gioco affatto / degno di vituperio, / se si mantenga intatto / un qualche desiderio. /
Un desiderio? Sto / supino nel trifoglio / e vedo un quatrifoglio / che non raccoglierò.
Guido GOZZANO, La via del rifuglio, 1907
“In un luminoso giorno di primavera del 1984, sdraiato nel sole sotto la colonna romana di Glienicke, contemplando l’allora irraggiungibile Potsdam, mi sono ritrovato finalmente a casa, in una dimora che per grazia univa il luogo dell’inizio al luogo dell’origine: un punto in cui il nord coincideva col sud, la Germania con l’Italia, le acque dell’Havel con quelle del Mediterraneo.”
Giovanni CHIARAMONTE, E. I. A. E., 2011
Nel leggere l’introduzione di CHIARAMONTE a questa mostra, la sua immagine sdraiata nel sole di Berlino si è sovrapposta a un’altra immagine che da molti anni custodisco nel catalogo poetico dei miei Autori prediletti: quella del poeta GOZZANO sdraiato nel sole della casa paterna di Agliè TO, che, inebriato dal profumo dell’erba, in una sorta di vigile dormiveglia, medita sul senso della Vita e della Morte. Parallelismo involontariamente rafforzato dal titolo di questa mostra, E. I. A. E., Et In Arcadia Ego, richiamo alla grecità della mitica età dell’oro e, allo stesso tempo, ricorrente memento mori di epoca rinascimentale e barocca.
Tutta l’opera di Giovanni CHIARAMONTE è, come egli dichiara, una migrazione senza fine, un continuo fluire fra lo scorrere del tempo, dalle Origini al Moderno: il suo percorso artistico appare come una costante ricerca di equilibrio fra origine e approdo, ove la luce è il tramite attraverso cui si realizza questo punto d’incontro e le epoche si fondono in una morbida liquidità di tinte.
C’è un amore forte per la Grecia classica, in queste fotografie di Giovanni CHIARAMONTE.
Esso palpita nei soggetti ritratti e si evidenzia nelle simmetrie, nel taglio delle inquadrature, che della grecità spesso evocano simboli o ne riconducono al recupero di epoca cinquecentesca (come non pensare alla Città ideale osservando molte delle fotografie in mostra?).
La forma esteriore della grecità è sparita, ma il suo spirito è imperituro. Ciò che visse una volta nella vita del pensiero dell’uomo non perirà più; seguiterà a vivere come spirito e, entrato nella vita spirituale dell’uomo, avrà una sua particolare immortalità. Non sempre con uguale forza, non sempre nello stesso luogo riappare nella vita dell’umanità il pensiero greco; ma non perisce mai: sparisce, per ritornare; si nasconde, per riapparire. Desinunt ista, non pereunt.
Erwin ROHDE, Psyche, Seelenkult und Unsterblichkeitsglaube der Griechen, 1894
Come un novello Ulisse, l’Artista ripercorre il cammino del poeta greco Konstantinos KAVAFIS, in un viaggio senza sosta che circolarmente lo riporta al luogo dell’Origine, ove ciò che conta è il mezzo oltre che il fine, poiché solo grazie a questo incessante pellegrinaggio attraverso le vie del mondo e attraverso la vita (il viaggio per eccellenza) si può giungere al fondo di sé stessi.
Se per Itaca volgi il tuo viaggio, / fa voti che ti sia lunga la via, / e colma di vicende e conoscenze. /
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi / o Posidone incollerito: mai / troverai tali mostri sulla via, /
se resta il tuo pensiero alto, e squisita / è l'emozione che ti tocca il cuore / e il corpo. Né Lestrigoni o Ciclopi /
né Posidone asprigno incontrerai, / se non li rechi dentro, nel tuo cuore, / e non li drizza il cuore innanzi a te.
Konstantinos KAVAFIS, Itaca, 1911
Giovanni CHIARAMONTE è affascinato da ciò che vede nelle strade della Berlino riunificata, insegue il proprio inizio che lo riconduce all’origine, ritrova i luoghi cari della propria infanzia in un continuo viaggio fra Mediterraneo e Nord.
C’è un amore per la Grecia e c’è un amore per Berlino, in queste fotografie. Un angelo ritratto di spalle da Giovanni CHIARAMONTE dinanzi all’Orangerie di Potsdam mi ha riportato ai molti angeli de Il cielo sopra Berlino, il film con il quale il regista tedesco Wim WENDERS nel 1987 torna nei luoghi della sua infanzia. Anche Wim WENDERS, come Giovanni CHIARAMONTE, riparte dall’inizio alla ricerca dell’origine, e lo fa usando le parole dello scrittore e poeta austriaco Peter HANDKE
Quando il bambino era bambino, / non sapeva d'essere un bambino. /
Per lui tutto aveva un'anima, / e tutte le anime erano tutt'uno. /
Quando il bambino era bambino, / su niente aveva un'opinione. / Non aveva abitudini. /
Sedeva spesso a gambe incrociate, / e di colpo sgusciava via. / Aveva un vortice tra i capelli, /
e non faceva facce da fotografo. /
Quando il bambino era bambino, / era l'epoca di queste domande: / Perché io sono io, e perché non sei tu? /
Perché sono qui, e perché non sono lì? / Quando è cominciato il tempo, e dove finisce lo spazio? /
La vita sotto il sole, è forse solo un sogno? / Non è solo l'apparenza di un mondo davanti a un mondo, /
quello che vedo, sento e odoro? / C'è veramente il male? / E gente veramente cattiva? /
Come può essere che io, che sono io, / non c'ero prima di diventare? / E che un giorno io, che sono io, /
non sarò più quello che sono?
Peter HANDKE, Lied vom Kindsein, 1987
Un filo invisibile lega fotografie, riprese filmiche, quadri, poesie, che depositano frammenti di suggestione e si stratificano nella nostra mente: la vita sotto il sole, è forse solo un sogno, si chiede Peter Handke, come già si era chiesto Guido GOZZANO disteso nel trifoglio
Sognare! Il sogno allenta / la mente che prosegue: / s'adagia nelle tregue / l'anima sonnolenta, / siccome quell'antico /
brahamino del Pattarsy / che per racconsolarsi / si fissa l'umbilico. / Socchiudo gli occhi, estranio / ai casi della vita; /
sento fra le mie dita / la forma del mio cranio. / Verrà da sé la cosa / vera chiamata Morte: / che giova ansimar forte /
per l'erta faticosa?
Guido GOZZANO, cit.
Anche nella migrazione senza fine di Giovanni CHIARAMONTE, in questo viaggio a ritroso nei temi cari all’Arcadia che oggi qui ci viene proposto, io avverto la tensione di colui che cerca di varcare il limine, alla continua ricerca di un senso riguardo al nostro esistere. Friedrich HÖLDELIN gli viene in soccorso, ed egli si appropria dei suoi versi per farci leggere il diario segreto della propria anima.
Essere uno con il tutto, questo è il vivere degli dei; questo è il cielo per l'uomo [...] Essere uno con tutto ciò che vive! Con queste parole la virtù depone la sua austera corazza, lo spirito umano lo scettro e tutti i pensieri si disperdono innanzi all'immagine del mondo eternamente uno [...] e la ferrea fatalità rinuncia al suo potere e la morte scompare dalla società delle creature e l'indissolubilità e l'eterna giovinezza rendono felice e bello il mondo [...] Un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette.
Friedrich HÖLDELIN, Hyperion, 1799
Friedrich HÖLDELIN è il poeta dei poeti anche per il filosofo tedesco Martin HEIDEGGER, la cui opera lirica ne ispira il saggio L’origine dell’opera d’arte (Der Ursprung des Kunstwerkes, 1935). Per Martin HEIDEGGER, “il senso dell’opera d’arte deve essere ricollocato nell’essenza della poesia, vale a dire nel luogo originario in cui si schiude l’arte come modo di pro-gettamento dell’ente nella Lichtung dell’essere. Perciò ogni arte, in quanto permette che si storicizzi l’avvento della verità dell’ente come tale, è nella sua essenza Poesia”. Compare in HEIDEGGER il termine Lichtung, parola tedesca che rimanda a Licht – luce – e al verbo lichten – diradare – e che significa “radura”, ossia la zona aperta del bosco in cui la luce può filtrare circondata dall’oscurità: lo spazio libero che così sorge è la Lichtung, cioè il luogo d’incontro della luce e dell’oscurità.
Questa mia lettura di Et In Arcadia Ego di Giovanni mi ha ricondotto al tema della Luce, che sottende tutta l’opera di Giovanni CHIARAMONTE, e al concetto di Poesia, che egli spesso evoca a contrappunto delle sue immagini, e unico linguaggio che io possieda per decifrare il senso di un’opera d’arte. Friedrich HÖLDERLIN pone la questione dell’essenza della poesia e di come il pensiero stesso, nel suo fine ultimo, si apra appunto su quell’essenza: l’intera opera di HÖLDERLIN conduce verso quel misterioso passaggio.
E in questo senso si può dire che la poesia – che sia di HÖLDERLIN o di altri Autori – …
è per noi un destino
Martin HEIDEGGER, cit.
Marina BENEDETTO
Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Savona, aprile 2012
GEOMETRIE DI LUCE
La composizione di forme scaturite dagli scatti di Giovanni CHIARAMONTE sembrano generate da geometrie di luce capaci di dare al reale fotografato una dimensione di sospensione, quasi metafisica, trasferendo ai luoghi del vissuto un carattere di poeticità. Luoghi della memoria, di una atemporalità che innesca riflessioni e rimandi con la cultura classica; una chiarità e un ordine compositivo caratterizzano le sue fotografie di architetture e paesaggi urbani le quali, nel rapporto dialogico tra antico e moderno, creano ibridismi che nel contrasto esaltano la sintesi dell’immagine, restituendola in una nuova forma estetica. Luoghi silenziosi, immersi in una luce che sembra rivelare la fissità e la mancanza di forti accenti chiaroscurali tipici della luce di Piero della FRANCESCA; una luce quasi immobile che per questa sua natura oltrepassa la dimensione spazio-temporale annullandola, rientrando così in un codice linguistico e visivo che si riallaccia simbolicamente al concetto di eternità e di universalità.
Vi è in queste fotografie il valore aggiunto di elementi sintattici e semantici che donano ai luoghi e alle culture la possibilità di sconfinamenti, dando vita ad una narrazione in cui il tempo dell’oggi lega il passato al presente allo stesso modo in cui l’occhio fotografico dà dignità al luogo e all’uomo che abita quel luogo, al di là delle geografie fisiche e mentali.
La pulizia tecnica, risultato di una grande professionalità, connota la sua attività che la si potrebbe definire di un rigore rinascimentale, servendosi di un vocabolario “iconografico” di linee di fuga, scorci, prospettive che sottintende una fedeltà alla rappresentazione attraverso immagini che includono ciò che conosciamo e ciò che ci è sconosciuto, offrendo una visione diversa della realtà o comunque un altro punto di vista.
Lo studio sul paesaggio CHIARAMONTE lo ha iniziato negli anni Settanta, e l’intreccio tra forme e luoghi, destino degli uomini e viaggio come via di conoscenza e salvezza costituisce il fulcro della sua opera. Nella sua ricerca il paesaggio è inteso come rivelazione oggettiva del genius loci e successivamente un più ampio progetto lo porta ad argomentazioni e profonde riflessioni teoretiche sul destino dell’Occidente, affrontando sempre il tema del viaggio e del fotografare alla ricerca del punto decisivo nello spazio e nel tempo.
Il viaggio è da sempre uno dei temi più trattati nella letteratura di ogni tempo poiché rientra in una categoria mentale e fisica che appartiene all’uomo e alla sua sfera emotiva, esaltandone la bellezza e la conoscenza che costituiscono un nutrimento per l’anima. Dalla scoperta di sé e degli altri, la letteratura odeporica rappresenta un’esperienza forte, unica, sacra nel suo essere concepita come crescita e arricchimento esistenziale che segna in maniera incisiva le varie tappe della nostra vita.
Marcel PROUST afferma che “L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”, mentre Bruce CHATWIN asserisce che “Il viaggio non soltanto allarga la mente, le dà forma”, volendo cogliere in queste differenti frasi il bisogno insopprimibile dell’uomo di allargare i propri orizzonti, abbattere barriere psicologiche ancor prima che reali, prestandosi il viaggio a sconfinamenti rintracciabili a più livelli di lettura, una letteratura dell’anima che ha bisogno di bellezza, citando James HILLMAN.
Partire e arrivare, andare e ritornare, tracciando un percorso non lineare e spesso imprevedibile in una continua erranza che ci porta ad attraversare spazi e tempi di un viaggiare contemporaneo, Giovanni CHIARAMONTE ci ricorda che la vera dimora è proprio l’incessante migrazione da compiere tra il luogo del proprio inizio e il luogo dell’origine.
Ornella FAZZINA
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Siracusa, aprile 2012
Per E. I. A. E. di Giovanni CHIARAMONTE
C'è continuità e c'è novità in quest'ultima fatica di Giovanni CHIARAMONTE, così come accade in ogni ricerca artistica che non voglia trarre profitto da rendite di posizione e nemmeno tentare la strada dello stupore a buon mercato, ma pensi il proprium della creazione alla stessa maniera in cui lo pensava Cesare PAVESE: la lavorazione incessante di un solo monolite.
E di questo mi pare si tratti in E. I. A. E., ovvero di un permanere immutabile nel cuore del proprio tema per dargli dall'interno, come in un'auscultazione profonda, un tono diverso, una curvatura nuova, un inedito accento di fecondità e di speranza. CHIARAMONTE resta in E. I. A. E., infatti, anzitutto un grande 'pittore' della fotografia, un creatore di quadri affascinanti, dominati da una luce rivelatrice e inimitabile. Ma rimane anche un fine narratore di emozioni e di sentimenti, uno che non lascia mai il tableau isolato nella sua compiutezza, perché lo concepisce quale parte di una Gestalt più grande, il cui ritmo è dato dall'aleggiare dello spirito, contro ogni riduzione dell'immagine a cosa o ad oggetto da godere.
Eppure, quello che ci viene incontro in E. I. A. E. è anche un CHIARAMONTE diverso, che si inoltra in una zona dell'essere posta oltre la lacerazione e il dramma. Voglio dire che la fotografia di questo uomo della luce mi è apparsa da sempre abitata nell'intimo da un travaglio profondo, quello di chi si rende conto, ab imis, perché se lo trova scritto nella carne, che il moderno di cui siamo figli è costitutivamente un evento di separazione e di caduta, un porre una barriera, una divisione essenziale fra quel che è stato e quel che è (e sarà). CHIARAMONTE ha da sempre saputo insomma che essere moderni significa essere distanti, essere resi soggetti da uno Streben, non possedere una patria, un luogo riposato, uno spazio da cui muovere e a cui tornare. Come se egli avesse riversato e riplasmato nell'immagine la duplicità e l'inappartenenza del suo nascere, rendendoli quasi simbolo ed espressione di una condizione più vasta e sofferta.
Ma oggi, in E. I. A. E., CHIARAMONTE ci racconta una storia inattesa e al contempo conseguente. La storia, direi in maniera sintetica intanto, di una composizione insperata, rinvenuta in un luogo dell'anima – la Potsdam prussiana – 'visto' attraverso l'obiettivo come una mitica radura (dello stesso ordine della Lichtung heideggeriana) visitata da una luce tenue e radiosa, favorevole ad un incontro sereno e pacato, giusta per l'assorbimento del contrasto in un'unificazione di sogno. In questo senso, mi pare si debba ribaltare, nell'accezione datale del fotografo siciliano, la funebre dizione originaria dell'Et In Arcadia Ego. Perché nel libro di CHIARAMONTE non si sente l'alito della morte incombente, quella che nell'iconografia tradizionale dice la propria presenza inevitabile anche nella dimora dell'arte e della bellezza, o che appare quale mesta realtà proferita da colui che ha vissuto i piaceri dell'esistenza e si mostra soggetto alla dissoluzione della carne nella sepoltura. No, chi si trova immerso nell'incanto dell'Arcadia chiaramontana è un uomo toccato per un attimo dalla pace, che può avvertire netta la sospensione di ogni giudizio e di ogni ombra mortifera. E. I. A. E. è il libro di chi può quasi cantare, pur nell'astratta consapevolezza del morire, che “oggi” alla morte sarà sottratto, che “oggi”, almeno “oggi”, non morrà.
In questo senso, l’Arcadia di CHIARAMONTE è una regione permeata dalla dignità creatrice dell’uomo, dove si racconta di una pace improvvisa, si narra di un luogo in cui la luce del Nord e la luce del Sud sfumano l’una nell’altra e miracolosamente si integrano. A guardare con attenzione, infatti, l’itinerario che Giovanni CHIARAMONTE ci propone in E. I. A. E., possiamo dire di essere posti di fronte, in verità, ad un concentus lucis in quattro tempi.
In esergo (tralascio volutamente l’avantesto in parole e figure su cui tornerò in ultimo) una folgorante anticipazione dell’esito finale, con il quadro stupendo e tornito di un’isola dell’amicizia dove acqua, alberi, e opera umana, ovvero natura e storia, physis e poiesis, si trovano stampate su una superficie immobile e levigata, pronta a rapire e a fissare lo sguardo in un’armonia senza incrinature. Da lì, nel libro di CHIARAMONTE, si parte per rimettere in scena – anche sul corso della Havel, che è come l’acqua sorvolata dallo spirito creatore – lo split di sempre, il contrasto sferzante fra il moderno meccanico, invadente, al limite offensivo, e il segno di un antico ricostruito nel Settecento quale exemplum della luce della ragione, della chiarezza rifatta, della fabbrica compiuta e misurata dal bello. Come spesso in CHIARAMONTE, si snodano allora, sulla pagina, le immagini di palazzi e chiese della capitale di Federico il Grande – il cui culmine è certo la Nikolaikirche – insidiati e contornati dalla caduta moderna, dagli edifici e dagli oggetti simbolici di un mondo diverso, mai destinato a divenire kosmos. Ma anche nella rappresentazione di questi contrasti non c’è violenza, non antagonismo in E. I. A. E., come se qui il moderno venisse a confliggere senza mai oltraggiare, proponendo la propria diversità quasi in sordina e mai debordando dalla misura ideale implicitamente suggerita dalla natura e dalle architetture tipiche della sobrietas arcadica.
Si apre così, nel terzo movimento del libro, la strada ad una celebrazione della solare bellezza della presenza e dei manufatti umani, capaci di riproporre la festa dell’unità e della concordia fra un’architettura naturale e una natura umanizzata, festa che trova la sua espressione mirabile in quel Park Sanssouci fatto per essere la risposta tedesca a Versailles, e immortalato dall’occhio di Giovanni CHIARAMONTE quale spazio di un’onirica riconciliazione. Ed è un sogno che si spinge, nella logica tipica dell’Arcadia e secondo una perfetta dinamica inclusiva, verso una chiusa – ovvero il quarto, fulmineo tempo del libro –, in cui a dominare è in definitiva la natura scolpita, aperta e contenuta insieme. In essa l’uomo si ritrova come attore e ospite, ponendo fine ad ogni rottura, se – dopo una lunga alternanza col Sanssouci – il quadro finale è simbolicamente quello di un Giardino Nuovo, ovvero di un Eden che porta nel suo seno senza scosse la parola fondativa del moderno: Neue Garten.
Ciò non toglie che alla fine del miracolo di E. I. A. E. non rimanga aperta la domanda, contenuta in implicito nei versi di HÖLDERLIN e nell’acuta parola prefatoria dell’artista. L’Arcadia è infatti il typos della stilizzazione, del bello voluto, della contraddizione espulsa con coraggio ma non senza un’esposizione costante all’artefatto, alla sutura precocemente anticipata e posta per principio fuori dalla storia. La migrazione infinita è, in questo contesto, il richiamo dell’esserci, in tutta la sua concretezza, all’impossibilità di una totalità definitiva, di un isolamento amicale, tenue e delicato, che tenga fuori dalla porta il conflitto in cui siamo innestati. L’altro collocato ai confini dell’Arcadia, il cui volto può ultimativamente coincidere con quello della finitudine mortale, si affaccia sullo sfondo non per minacciare, ma per richiamare alla responsabilità e all’autenticità di una chiusura impossibile. Ma per vivere nella storia di tutti, per affrontare da uomini la separazione che ci abita, questa chiusura – sembra dirci Giovanni in E. I. A. E. – si ha diritto e necessità di poterla amare e sognare.
Antonio SICHERA
per la Galleria Fotografica Luigi GHIRRI
Modica RG, aprile 2012
05
maggio 2012
Giovanni Chiaramonte – E. I. A. E. Et In Arcadia Ego
Dal 05 maggio al primo luglio 2012
fotografia
Location
GALLERIA FOTOGRAFICA LUIGI GHIRRI
Caltagirone, Via Duomo, 11, (Catania)
Caltagirone, Via Duomo, 11, (Catania)
Orario di apertura
lun./dom. 9.30 -12.30, 16.00 -19.00.
Vernissage
5 Maggio 2012, ore 18.30
Autore
Curatore




