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Giuliano Trombini – ciao Beatles ciao
Trombini mette in scena un pensiero, la sublimazione di un ricordo[…]Sulle tele non appaiono tanto i ritratti dei Beatles, è invece ritratta un’appassionata cultura della raccolta, della collezione sistematica, un modo di essere, un’emozione, una nostalgia.
Comunicato stampa
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Ciao Beatles, ciao_________________________
Giuliano Trombini mette in scena un pensiero, la sublimazione di un ricordo . Alla Galleria del Carbone espone una ventina di dipinti, che evocano le copertine dei dischi di vinile, ormai storici. Sulle tele non appaiono tanto i ritratti dei Beatles, il gruppo che rappresenta giusto cinquanta anni di vita (perché il quartetto così come lo abbiamo conosciuto, risale al 1962), è invece ritratta un’appassionata cultura della raccolta, della collezione sistematica, un fortissimo attaccamento a uno stile, un modo di essere, un’emozione, una nostalgia. Aggiungere queste tele ai dischi, ai documenti, alle immagini significa, per Giuliano, un ulteriore ripensamento alla memoria inesausta di un tempo fervido e vivace, come forse è stato per quelli che sono stati giovanissimi negli anni sessanta.
Come fosse arrivata nella provincia padana l’eco della Beat Generation, con quali deformazioni, stravolgimenti, impoverimenti o semplificazioni e con quale ritardo, qui non potevamo saperlo. Eravamo intrisi di una sorta di fede, vestivamo i nostri abiti coloratissimi, i pantaloni “a zampa” bicolori, le calze collant di tonalità improbabili, sulle nostre gambe adolescenti. Le ossessioni che avevano toccato i giovani dell’altro emisfero, capelli lunghi, musica, moda, ideologia di protesta e di non violenza, noi potevamo propinarle ai nostri genitori soltanto molto addolcite. Alla periferia dei luoghi forti della contestazione, vivevamo la nostra piccola ribellione tra i muri della scuola, sfoggiando per lo più timidamente i nostri abiti. Alle acconciature cotonate e al lindore che i barbieri disegnavano sul collo dei ragazzi, avevamo sostituito i lunghi capelli lisci portati in modo naturale, per non dire selvaggio, indifferenziati tra maschi e femmine. La derisione da parte di adulti, anziani ed anche di altri giovani di “buona famiglia” non facevano che rinvigorire quella che era difesa come una fede (condita con una carica ormonale più che mai in fermento) e professata senza sotterfugio nell’innocuo anello di Piazza Ariostea o tra i brevi confini del Parco Massari.
Generazione beat di tono inferiore. C’erano i temi forti della ribellione, che altrove avevano radicato per generare riflessioni importanti e attente, tese a cambiare le consuetudini e la banalità di pregiudizi e costrizioni tradizionaliste, nella ricerca dei nuovi linguaggi della libertà e per definire un obiettivo sociale. La critica dei benpensanti investiva i cosiddetti “capelloni”, ragazzi e ragazze, con giudizi durissimi e sbeffeggiamenti. Qui a Ferrara tutto si rendeva concreto con progetti di libertà semplici, fatti di zazzere ricadenti sugli occhi o trucco un po’ più pesante. E soprattutto una passione sfrenata per il mangia-dischi. Erano i pensieri condivisi, lo stare insieme, il gusto per nuove musiche il nostro microcosmo. Quelli che, per i detrattori, erano abiti e modi indecenti e immorali, rappresentavano invece, per noi, la manifestazione di un’etica che accomunava il gruppo.
Il sogno dei “ribelli” era Londra. I Beatles ne erano un simbolo. Che la moda degli abiti e degli atteggiamenti fosse effettivamente la parte più visibile ed eclatante, non dovrebbe sviare dall’importante significato di carattere antropologico. I Beatles sono “gruppo” e tuttavia sono ricordati tutti: Paul, John, George, Ringo, ciascuno con il proprio nome e individualità precisa e rappresentano la capacità di realizzare insieme un progetto. Il loro lavoro, la loro proposta, giustifica il mito, racconta con la loro musica, gli abiti, le fogge tutto un percorso sociale in evoluzione. Londra era il miraggio di tante ipotesi di fuga.
Forse allora i più ignoravano l’Antonioni di Blow up, che invece rivela come la realtà ferrarese, comunque, non fosse così provinciale. Qualcosa delle contaminazioni tra l’Inghilterra e l’Italia, anche noi intuitivamente raccoglievamo e condividevamo.
Giugno 2012 Lucia Boni
Giuliano Trombini mette in scena un pensiero, la sublimazione di un ricordo . Alla Galleria del Carbone espone una ventina di dipinti, che evocano le copertine dei dischi di vinile, ormai storici. Sulle tele non appaiono tanto i ritratti dei Beatles, il gruppo che rappresenta giusto cinquanta anni di vita (perché il quartetto così come lo abbiamo conosciuto, risale al 1962), è invece ritratta un’appassionata cultura della raccolta, della collezione sistematica, un fortissimo attaccamento a uno stile, un modo di essere, un’emozione, una nostalgia. Aggiungere queste tele ai dischi, ai documenti, alle immagini significa, per Giuliano, un ulteriore ripensamento alla memoria inesausta di un tempo fervido e vivace, come forse è stato per quelli che sono stati giovanissimi negli anni sessanta.
Come fosse arrivata nella provincia padana l’eco della Beat Generation, con quali deformazioni, stravolgimenti, impoverimenti o semplificazioni e con quale ritardo, qui non potevamo saperlo. Eravamo intrisi di una sorta di fede, vestivamo i nostri abiti coloratissimi, i pantaloni “a zampa” bicolori, le calze collant di tonalità improbabili, sulle nostre gambe adolescenti. Le ossessioni che avevano toccato i giovani dell’altro emisfero, capelli lunghi, musica, moda, ideologia di protesta e di non violenza, noi potevamo propinarle ai nostri genitori soltanto molto addolcite. Alla periferia dei luoghi forti della contestazione, vivevamo la nostra piccola ribellione tra i muri della scuola, sfoggiando per lo più timidamente i nostri abiti. Alle acconciature cotonate e al lindore che i barbieri disegnavano sul collo dei ragazzi, avevamo sostituito i lunghi capelli lisci portati in modo naturale, per non dire selvaggio, indifferenziati tra maschi e femmine. La derisione da parte di adulti, anziani ed anche di altri giovani di “buona famiglia” non facevano che rinvigorire quella che era difesa come una fede (condita con una carica ormonale più che mai in fermento) e professata senza sotterfugio nell’innocuo anello di Piazza Ariostea o tra i brevi confini del Parco Massari.
Generazione beat di tono inferiore. C’erano i temi forti della ribellione, che altrove avevano radicato per generare riflessioni importanti e attente, tese a cambiare le consuetudini e la banalità di pregiudizi e costrizioni tradizionaliste, nella ricerca dei nuovi linguaggi della libertà e per definire un obiettivo sociale. La critica dei benpensanti investiva i cosiddetti “capelloni”, ragazzi e ragazze, con giudizi durissimi e sbeffeggiamenti. Qui a Ferrara tutto si rendeva concreto con progetti di libertà semplici, fatti di zazzere ricadenti sugli occhi o trucco un po’ più pesante. E soprattutto una passione sfrenata per il mangia-dischi. Erano i pensieri condivisi, lo stare insieme, il gusto per nuove musiche il nostro microcosmo. Quelli che, per i detrattori, erano abiti e modi indecenti e immorali, rappresentavano invece, per noi, la manifestazione di un’etica che accomunava il gruppo.
Il sogno dei “ribelli” era Londra. I Beatles ne erano un simbolo. Che la moda degli abiti e degli atteggiamenti fosse effettivamente la parte più visibile ed eclatante, non dovrebbe sviare dall’importante significato di carattere antropologico. I Beatles sono “gruppo” e tuttavia sono ricordati tutti: Paul, John, George, Ringo, ciascuno con il proprio nome e individualità precisa e rappresentano la capacità di realizzare insieme un progetto. Il loro lavoro, la loro proposta, giustifica il mito, racconta con la loro musica, gli abiti, le fogge tutto un percorso sociale in evoluzione. Londra era il miraggio di tante ipotesi di fuga.
Forse allora i più ignoravano l’Antonioni di Blow up, che invece rivela come la realtà ferrarese, comunque, non fosse così provinciale. Qualcosa delle contaminazioni tra l’Inghilterra e l’Italia, anche noi intuitivamente raccoglievamo e condividevamo.
Giugno 2012 Lucia Boni
23
giugno 2012
Giuliano Trombini – ciao Beatles ciao
Dal 23 giugno all'otto luglio 2012
arte moderna e contemporanea
Location
GALLERIA DEL CARBONE
Ferrara, Via Del Carbone, 18, (Ferrara)
Ferrara, Via Del Carbone, 18, (Ferrara)
Orario di apertura
dal lunedì al venerdì 17.00-20.00; sabato e festivi 17.00-20.00; martedì chiuso
Vernissage
23 Giugno 2012, ore 18.00
Autore
Curatore




