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Il viaggio di Alice
Esposizione collettiva di cinque giovani fotografi che, attraverso le loro immagini, rielaborano la favola di Alice nel Paese delle Meraviglie.
Queste immagini raccontano, con il loro silenzio, il dramma di una società che non sa più fermarsi e guardare e ha rinunciato alla propria umanità.
Comunicato stampa
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Oltre lo specchio il panorama è familiare.
È necessario ricominciare: la visione di questo millennio ha necessità di uno sguardo pulito.
Le “fotofanie” che hanno invaso la nostra esistenza dai dispositivi digitali, che ci sorvegliano individualmente e collettivamente, sono penetrate dentro di noi, annullando la distanza necessaria fra colui che guarda e ciò che viene visto.
Nella fotografia la distanza fra l’occhio che guarda e ciò che viene guardato è garantita da una distanza fisica (il dispositivo fotografico) ed emotiva: ciò che viene visto risuona nella mente e nell’anima di colui che guarda.
Ormai tutto questo è stato annullato, come in un vecchio film di Wim Wenders (Until the End of the World), gli algoritmi ci mostrano i nostri sogni, suggerendoci che cosa acquistare, che cosa amare, che cosa essere.
È necessario ricominciare. Le immagini semplici ed efficaci di questi cinque giovani fotografi possono aiutarci a percepire, finalmente, il nostro vero disagio la nostra reale incapacità di vivere nel mondo reale, di accettare una realtà differente da quella che ci viene offerta da tutti i media.
Foto semplici, ma non rassicuranti. Perché, entrando nella notte insieme ad Alice, siamo costretti a scendere, materialmente in una stazione della metropolitana romana, ed emotivamente dentro di noi, nel nostro inconscio dove troviamo i nostri sogni digitali rappresentati da una tecnologia fredda, metallica ed inumana. Non è facile accettare tutto questo per lo spettatore che guarda queste immagini così semplici, dalle quali è facile uscire lasciandole semplicemente lì sulla carta, perché queste immagini non creano nessuno di quei facili ganci emotivi che popolano il web.
Lo sguardo dello spettatore avverte una tensione dentro questo inconscio, dentro questo “sonno della ragione” ci sono i nuovi mostri, le nuove geometrie: occhi che ci guardano labbra truccate che forse ricordano un’antica seduzione, che un tempo fu umana ed ora è solo digitale, la stessa via di fuga che ci viene offerta, la strada per uscire da questo incubo, passa proprio attraverso il nostro schermo, lo schermo di uno smartphone con una data improbabile ed un’ora impossibile di un’epoca che ormai non esiste più.
Usciamo e troviamo il nulla, il deserto: le opere umane sono rimaste vuote. Gli edifici sono avvolti nella nebbia, un sentiero che ci guida fuori in questo “Viaggio di Alice” e che finisce nel freddo, nella neve, nel ghiaccio: dobbiamo diventare consapevoli di questa freddezza, questi ragazzi ci aiutano a comprendere questa cosa, ci aiutano a capire che occorre ricominciare per essere umani.
È necessario ricominciare: la visione di questo millennio ha necessità di uno sguardo pulito.
Le “fotofanie” che hanno invaso la nostra esistenza dai dispositivi digitali, che ci sorvegliano individualmente e collettivamente, sono penetrate dentro di noi, annullando la distanza necessaria fra colui che guarda e ciò che viene visto.
Nella fotografia la distanza fra l’occhio che guarda e ciò che viene guardato è garantita da una distanza fisica (il dispositivo fotografico) ed emotiva: ciò che viene visto risuona nella mente e nell’anima di colui che guarda.
Ormai tutto questo è stato annullato, come in un vecchio film di Wim Wenders (Until the End of the World), gli algoritmi ci mostrano i nostri sogni, suggerendoci che cosa acquistare, che cosa amare, che cosa essere.
È necessario ricominciare. Le immagini semplici ed efficaci di questi cinque giovani fotografi possono aiutarci a percepire, finalmente, il nostro vero disagio la nostra reale incapacità di vivere nel mondo reale, di accettare una realtà differente da quella che ci viene offerta da tutti i media.
Foto semplici, ma non rassicuranti. Perché, entrando nella notte insieme ad Alice, siamo costretti a scendere, materialmente in una stazione della metropolitana romana, ed emotivamente dentro di noi, nel nostro inconscio dove troviamo i nostri sogni digitali rappresentati da una tecnologia fredda, metallica ed inumana. Non è facile accettare tutto questo per lo spettatore che guarda queste immagini così semplici, dalle quali è facile uscire lasciandole semplicemente lì sulla carta, perché queste immagini non creano nessuno di quei facili ganci emotivi che popolano il web.
Lo sguardo dello spettatore avverte una tensione dentro questo inconscio, dentro questo “sonno della ragione” ci sono i nuovi mostri, le nuove geometrie: occhi che ci guardano labbra truccate che forse ricordano un’antica seduzione, che un tempo fu umana ed ora è solo digitale, la stessa via di fuga che ci viene offerta, la strada per uscire da questo incubo, passa proprio attraverso il nostro schermo, lo schermo di uno smartphone con una data improbabile ed un’ora impossibile di un’epoca che ormai non esiste più.
Usciamo e troviamo il nulla, il deserto: le opere umane sono rimaste vuote. Gli edifici sono avvolti nella nebbia, un sentiero che ci guida fuori in questo “Viaggio di Alice” e che finisce nel freddo, nella neve, nel ghiaccio: dobbiamo diventare consapevoli di questa freddezza, questi ragazzi ci aiutano a comprendere questa cosa, ci aiutano a capire che occorre ricominciare per essere umani.
04
giugno 2026
Il viaggio di Alice
Dal 04 al 10 giugno 2026
fotografia
Location
FOTOSCIAMANNA
Roma, Via Del Gelsomino, 70, (Roma)
Roma, Via Del Gelsomino, 70, (Roma)
Orario di apertura
Da venerdì 5 a mercoledì 10 giugno, 09:30–13
14:30–18 sabato e domenica chiuso.
Vernissage
4 Giugno 2026, Vernissage ore 18:00
Autore
Curatore




