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Invisibili Coabitazioni
Mostra collettiva “Invisibili Coabitazioni ”
L’arte che abita il quotidiano
Le opere si svelano nella dimensione intima del luogo domestico.
Cosa succede quando l’opera d’arte varca la soglia di casa e smette di essere un oggetto espositivo per diventare un compagno di vita?
Comunicato stampa
Segnala l'evento
INVISIBILI COABITAZIONI
di Maurizio Cimino
Da sempre l’arte si insinua nei luoghi più diversi, li abita, li anima, li arricchisce di identità. Per la
mostra Invisibili Coabitazioni, inserita all’interno della manifestazione Carrara Studi Aperti 2026,
quindici giovani artisti selezionati da Michele D’Agostino sono penetrati in Palazzo Monzoni, una
dimora storica di Carrara, dall’individualità precisa, screziata di memorie.
Hanno percorso gli antichi spazi, secondo un itinerario che in apparenza sembrava solo esteriore,
ma che diventava gradualmente un percorso interiore, volto alla ricerca di qualcosa che facesse
scattare un coinvolgimento diretto, nutrito di emozioni e di riflessioni.
Si sono sintonizzati con i pieni e i vuoti, con le presenze e le assenze, con l’atmosfera vibrante degli
arredi e degli oggetti, in misura tale da non essere più semplici osservatori, ma abitatori di elezione
di Palazzo Monzoni, invitati a lasciare un’orma, una traccia del passaggio.
Hanno biblicamente alitato il loro soffio creativo sulla polvere di un piccolo Eden già definito,
muovendosi in un ventaglio di direzioni, sbaragliando quella che risultava la percezione
abitudinaria, scontata dei proprietari e dei frequentatori della dimora carrarese.
Sono stati, così, capaci di definire una serie preziosa di segni, ora espliciti ora sussurrati, che non
solo rivelano la personalità e la ricerca di ciascuno, in una densa proposta di linguaggi e di tecniche,
ma offrono anche nuove possibilità di lettura e di senso a quanto già esistente.
Luca Ignomeriello opera all’interno di una rimessa, pertinente alla proprietà di Palazzo Monzoni,
dove finiscono accumulati e dimenticati tutti gli oggetti rimasti esclusi dalla vita quotidiana, con
un’installazione audio che cerca di restituire loro una voce. Alla riconquistata presenza degli oggetti
alludono anche le luci accese in alcuni di essi.
Un televisore trasmette il video a colori diChiara Romani, girato a camera fissa, che trasporta
l’osservatore in una dimensione abitativa, segnata dal tempo che scorre. La parete di una vecchia
casa diroccata è invasa da una fitta vegetazione. Nella penombra che si viene a determinare
campeggia una croce bianca, luminosa, ottenuta con fogli di giornale.
Oggetti tipici di una cucina, quali il coltello, il piatto, la caffettiera, il cucchiaino, la pentola, il
barattolo, il mestolo, il bicchiere, la bottiglia, lo schiaccianoci subiscono, nel lavoro diIrene
Calabretta,una straniante metamorfosi perché, tramite il silicone, assumono sembianze umane,
evocanti la pelle, i suoi brufoli, i suoi peli, le sue pieghe.
Un antico tavolino di legno, accostato a una sedia pure antica, dentro un angolo raccolto, è
l’ambientazione scelta daDavide Dalla Valentina. Sul tavolino emergono tre oggetti
completamente bianchi: una lampada, un calamaio con una penna d’oca e un foglio senza alcun
segno, perché le parole che sgorgano dentro non sempre trovano espressione fuori.
Dentro un lavabo in marmo, posto all’interno di una nicchia nella sala da pranzo, spunta l’essere
ibrido di Ebrahim Solgi, in rame martellato e cesellato, con la testa di lepre (simbolo di velocità),
il guscio di lumaca (simbolo di lentezza) e le zampe di gallo. Più che l’idea di mostruoso, questa
creatura immaginaria, abitante della casa, suggerisce l’idea di fiabesco.
Sotto il ritmo ossessivo, dato dall’ago oscillante di una macchina da cucire, che entra in azione
all’ingresso di un visitatore nella stanza, Marco Li Volsi colloca il simulacro di un corpo umano
femminile, in stoffa, cucito a mano. Alla perfezione della macchina si contrappone l’imperfezione
dell’opera creata dall’essere umano, che restituisce autenticità.
Gao Xing Yuan propone una diversa immagine della tradizionale sedia in legno e paglia, attraverso
una struttura in ferro arrugginito, che vede l’inserimento di una materia nobile quale il marmo, per
lo schienale e la seduta. Alla sensazione di calore provocata, nella sedia originaria, dalla paglia
subentra la freddezza del marmo, capace tuttavia di emanare una scaglia di luce.
L’installazione diMarvin Serebacomprende quattro teste di marmo, issate su sostegni tubolari
metallici, coperte da un mantello nero di resina, che arriva a terra, e abbinate ciascuna a una cassa,
con un audio curato dal musicista Tobias Fredø. Nelle due sedie sistemate daCheyenne Edelweisse Piazzi, all’estremità di un tavolo, si
concentrano i ricordi di un tempo passato, legati ai membri di una famiglia. Una sedia viene a
trovarsi in mezzo a dei cocci di vetro, segno di qualcosa che si è rotto forse per sempre; l’altra reca
sulla seduta una marionetta colorata, testimone di un’infanzia abbandonata.
Adam Lusena Ash sospende al soffitto del bagno due gambe in gesso, avvolte in una stoffa, con i
piedi rivolti verso il basso. Sul pavimento giace una fotografia raffigurante il padre dell’autore. Si
percepisce la riflessione legata al concetto di intimità, all’esibizione ostentata di qualcosa che
dovrebbe restare privato.
L’idea all’origine del progetto e il materiale necessario, perché l’idea si concretizzi e risulti il più
possibile efficace, giungono a un’efficace sintesi nell’opera diAntonio Lattanzio: un cesto di
vimini intrecciato, erede di una tradizione millenaria, da cui emergono le mani dello stesso
materiale, intente a procedere alla lavorazione del manufatto.Sul pavimento del pianerottolo d’accesso alle stanze di Palazzo Monzoni, sono allineati i calchi di
tre tronchi di legno, realizzati da Jay Dennis in resina acrilica, di colore azzurro. Sulla superficie
dei tronchi, la presenza di licheni di colore bianco rimanda alla cromia delle ceramiche Wedgwood
e sottolinea in misura ulteriore lo scambio dialettico tra naturale e artificiale.
Le tende collocate davanti alle finestre da Valeria Mascherpa sono eseguite tramite l’assemblaggio
di bustine da thè in carta filtrante, usa e getta, prive del loro contenuto e cucite. Un oggetto come la
tenda, destinato a schermare la luce naturale, si arricchisce nella sua trama di un elemento, a primo
impatto spiazzante come la bustina da thè, capace però di rimandare a un vissuto.
L’installazione di Alessandro Tansini, ispirata a una leggenda fondativa della città dell’Aquila, in
cui ricorre il numero 99, consiste in uno specchio sul pavimento, con 99 campane in miniatura di
terracotta: la maggior parte ridotte in cocci e solo alcune integre, con la presenza della maniglia alla
sommità e del batacchio destinato al suono.
Grazie all’ausilio delle nuove tecnologie, Isacco Zanellato sistema, davanti a un pianoforte
verticale, l’automa in terracotta bianca di un pianista, intento a ripetere la stessa nota. La circostanza
che la testa dell’automa abbia le fattezze della madre di Zanellato, mentre il corpo è un calco dello
stesso autore accresce i significati dell’installazione.
Non c’è dubbio che l’operazione compiuta dall'artista Michele D’Agostino e dal gruppo di quindici
giovani da lui selezionati si segnala per diversi motivi: l’organicità tra l’idea di base e la
realizzazione finale, la scintilla concettuale che si sposa sia all’attività manuale legata alla
conoscenza dei materiali e delle tecniche di lavorazione sia alla conoscenza delle moderne
tecnologie, il dosato equilibrio manifestato nell’allestimento dei lavori.
Ai visitatori della mostra si rinnova, lungo il percorso da uno spazio all’altro di Palazzo Monzoni, il
piacere di scoprire la vita quotidiana che trascorre tra le mura di un’antica dimora carrarese e,
contemporaneamente, le stimolanti interferenze tra la storia di ieri e l’immaginazione di oggi, rese
possibili da un gruppo di artisti.
Michele D’Agostino (Benevento, 1988) vive e lavora a Palazzolo Milanese (MI). Artista visivo e
docente, è l'attuale Preside del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia di Belle Arti di
Carrara. Attraverso una poetica intrisa di ironia e narrazione, D’Agostino indaga la dimensione del
quotidiano e la memoria sociale, trasformando le abitudini contemporanee in oggetto di indagine
artistica.
Maurizio Cimino vive e lavora a Benevento. Storico dell'arte, vice presidente dell’Archeoclub di
Benevento, persegue l'obiettivo della divulgazione, attraverso cicli di conferenze. Ha pubblicato, fra
l'altro: Encantado Picasso (2010), Alfeo e Aretusa. Giovinezza dei miti greci (2012), Luce
nell'ombra. Riflessioni sparse sull'immagine della morte nell'arte occidentale (2016), Dell'ape
della farfalla della mosca (2019), Ab ovo.Nascita morte e rinascita (2026).
di Maurizio Cimino
Da sempre l’arte si insinua nei luoghi più diversi, li abita, li anima, li arricchisce di identità. Per la
mostra Invisibili Coabitazioni, inserita all’interno della manifestazione Carrara Studi Aperti 2026,
quindici giovani artisti selezionati da Michele D’Agostino sono penetrati in Palazzo Monzoni, una
dimora storica di Carrara, dall’individualità precisa, screziata di memorie.
Hanno percorso gli antichi spazi, secondo un itinerario che in apparenza sembrava solo esteriore,
ma che diventava gradualmente un percorso interiore, volto alla ricerca di qualcosa che facesse
scattare un coinvolgimento diretto, nutrito di emozioni e di riflessioni.
Si sono sintonizzati con i pieni e i vuoti, con le presenze e le assenze, con l’atmosfera vibrante degli
arredi e degli oggetti, in misura tale da non essere più semplici osservatori, ma abitatori di elezione
di Palazzo Monzoni, invitati a lasciare un’orma, una traccia del passaggio.
Hanno biblicamente alitato il loro soffio creativo sulla polvere di un piccolo Eden già definito,
muovendosi in un ventaglio di direzioni, sbaragliando quella che risultava la percezione
abitudinaria, scontata dei proprietari e dei frequentatori della dimora carrarese.
Sono stati, così, capaci di definire una serie preziosa di segni, ora espliciti ora sussurrati, che non
solo rivelano la personalità e la ricerca di ciascuno, in una densa proposta di linguaggi e di tecniche,
ma offrono anche nuove possibilità di lettura e di senso a quanto già esistente.
Luca Ignomeriello opera all’interno di una rimessa, pertinente alla proprietà di Palazzo Monzoni,
dove finiscono accumulati e dimenticati tutti gli oggetti rimasti esclusi dalla vita quotidiana, con
un’installazione audio che cerca di restituire loro una voce. Alla riconquistata presenza degli oggetti
alludono anche le luci accese in alcuni di essi.
Un televisore trasmette il video a colori diChiara Romani, girato a camera fissa, che trasporta
l’osservatore in una dimensione abitativa, segnata dal tempo che scorre. La parete di una vecchia
casa diroccata è invasa da una fitta vegetazione. Nella penombra che si viene a determinare
campeggia una croce bianca, luminosa, ottenuta con fogli di giornale.
Oggetti tipici di una cucina, quali il coltello, il piatto, la caffettiera, il cucchiaino, la pentola, il
barattolo, il mestolo, il bicchiere, la bottiglia, lo schiaccianoci subiscono, nel lavoro diIrene
Calabretta,una straniante metamorfosi perché, tramite il silicone, assumono sembianze umane,
evocanti la pelle, i suoi brufoli, i suoi peli, le sue pieghe.
Un antico tavolino di legno, accostato a una sedia pure antica, dentro un angolo raccolto, è
l’ambientazione scelta daDavide Dalla Valentina. Sul tavolino emergono tre oggetti
completamente bianchi: una lampada, un calamaio con una penna d’oca e un foglio senza alcun
segno, perché le parole che sgorgano dentro non sempre trovano espressione fuori.
Dentro un lavabo in marmo, posto all’interno di una nicchia nella sala da pranzo, spunta l’essere
ibrido di Ebrahim Solgi, in rame martellato e cesellato, con la testa di lepre (simbolo di velocità),
il guscio di lumaca (simbolo di lentezza) e le zampe di gallo. Più che l’idea di mostruoso, questa
creatura immaginaria, abitante della casa, suggerisce l’idea di fiabesco.
Sotto il ritmo ossessivo, dato dall’ago oscillante di una macchina da cucire, che entra in azione
all’ingresso di un visitatore nella stanza, Marco Li Volsi colloca il simulacro di un corpo umano
femminile, in stoffa, cucito a mano. Alla perfezione della macchina si contrappone l’imperfezione
dell’opera creata dall’essere umano, che restituisce autenticità.
Gao Xing Yuan propone una diversa immagine della tradizionale sedia in legno e paglia, attraverso
una struttura in ferro arrugginito, che vede l’inserimento di una materia nobile quale il marmo, per
lo schienale e la seduta. Alla sensazione di calore provocata, nella sedia originaria, dalla paglia
subentra la freddezza del marmo, capace tuttavia di emanare una scaglia di luce.
L’installazione diMarvin Serebacomprende quattro teste di marmo, issate su sostegni tubolari
metallici, coperte da un mantello nero di resina, che arriva a terra, e abbinate ciascuna a una cassa,
con un audio curato dal musicista Tobias Fredø. Nelle due sedie sistemate daCheyenne Edelweisse Piazzi, all’estremità di un tavolo, si
concentrano i ricordi di un tempo passato, legati ai membri di una famiglia. Una sedia viene a
trovarsi in mezzo a dei cocci di vetro, segno di qualcosa che si è rotto forse per sempre; l’altra reca
sulla seduta una marionetta colorata, testimone di un’infanzia abbandonata.
Adam Lusena Ash sospende al soffitto del bagno due gambe in gesso, avvolte in una stoffa, con i
piedi rivolti verso il basso. Sul pavimento giace una fotografia raffigurante il padre dell’autore. Si
percepisce la riflessione legata al concetto di intimità, all’esibizione ostentata di qualcosa che
dovrebbe restare privato.
L’idea all’origine del progetto e il materiale necessario, perché l’idea si concretizzi e risulti il più
possibile efficace, giungono a un’efficace sintesi nell’opera diAntonio Lattanzio: un cesto di
vimini intrecciato, erede di una tradizione millenaria, da cui emergono le mani dello stesso
materiale, intente a procedere alla lavorazione del manufatto.Sul pavimento del pianerottolo d’accesso alle stanze di Palazzo Monzoni, sono allineati i calchi di
tre tronchi di legno, realizzati da Jay Dennis in resina acrilica, di colore azzurro. Sulla superficie
dei tronchi, la presenza di licheni di colore bianco rimanda alla cromia delle ceramiche Wedgwood
e sottolinea in misura ulteriore lo scambio dialettico tra naturale e artificiale.
Le tende collocate davanti alle finestre da Valeria Mascherpa sono eseguite tramite l’assemblaggio
di bustine da thè in carta filtrante, usa e getta, prive del loro contenuto e cucite. Un oggetto come la
tenda, destinato a schermare la luce naturale, si arricchisce nella sua trama di un elemento, a primo
impatto spiazzante come la bustina da thè, capace però di rimandare a un vissuto.
L’installazione di Alessandro Tansini, ispirata a una leggenda fondativa della città dell’Aquila, in
cui ricorre il numero 99, consiste in uno specchio sul pavimento, con 99 campane in miniatura di
terracotta: la maggior parte ridotte in cocci e solo alcune integre, con la presenza della maniglia alla
sommità e del batacchio destinato al suono.
Grazie all’ausilio delle nuove tecnologie, Isacco Zanellato sistema, davanti a un pianoforte
verticale, l’automa in terracotta bianca di un pianista, intento a ripetere la stessa nota. La circostanza
che la testa dell’automa abbia le fattezze della madre di Zanellato, mentre il corpo è un calco dello
stesso autore accresce i significati dell’installazione.
Non c’è dubbio che l’operazione compiuta dall'artista Michele D’Agostino e dal gruppo di quindici
giovani da lui selezionati si segnala per diversi motivi: l’organicità tra l’idea di base e la
realizzazione finale, la scintilla concettuale che si sposa sia all’attività manuale legata alla
conoscenza dei materiali e delle tecniche di lavorazione sia alla conoscenza delle moderne
tecnologie, il dosato equilibrio manifestato nell’allestimento dei lavori.
Ai visitatori della mostra si rinnova, lungo il percorso da uno spazio all’altro di Palazzo Monzoni, il
piacere di scoprire la vita quotidiana che trascorre tra le mura di un’antica dimora carrarese e,
contemporaneamente, le stimolanti interferenze tra la storia di ieri e l’immaginazione di oggi, rese
possibili da un gruppo di artisti.
Michele D’Agostino (Benevento, 1988) vive e lavora a Palazzolo Milanese (MI). Artista visivo e
docente, è l'attuale Preside del Dipartimento di Arti Visive dell’Accademia di Belle Arti di
Carrara. Attraverso una poetica intrisa di ironia e narrazione, D’Agostino indaga la dimensione del
quotidiano e la memoria sociale, trasformando le abitudini contemporanee in oggetto di indagine
artistica.
Maurizio Cimino vive e lavora a Benevento. Storico dell'arte, vice presidente dell’Archeoclub di
Benevento, persegue l'obiettivo della divulgazione, attraverso cicli di conferenze. Ha pubblicato, fra
l'altro: Encantado Picasso (2010), Alfeo e Aretusa. Giovinezza dei miti greci (2012), Luce
nell'ombra. Riflessioni sparse sull'immagine della morte nell'arte occidentale (2016), Dell'ape
della farfalla della mosca (2019), Ab ovo.Nascita morte e rinascita (2026).
12
giugno 2026
Invisibili Coabitazioni
Dal 12 giugno al 14 maggio 2026
arte contemporanea
arti performative
collettiva
arti performative
collettiva
Location
Palazzo Monzoni
Carrara, Via Carriona, 35, (MS)
Carrara, Via Carriona, 35, (MS)
Orario di apertura
Orari: Venerdì dalle 15:00 alle 20:00; Sabato e Domenica dalle 10:00 alle 20:00.
Vernissage
12 Giugno 2026, ORE 15:00 inaugurazione mostra.
ORE 18:30 TOBIAS Fredø
Live Music Performance
In collaborazione con Marvin Sereba
Autore
Curatore
Autore testo critico





